Antonella Palermo, da “La città bucata”

 

La città sdogana all’alba
le sue tangenziali.
Ne imbocco una a caso
per passare sopra
ai nostri malintesi,
in fretta.

 

La pelle gonfia dei muri
sfarina i divisori.
Battagliare a ferri scoperti,
con l’anima a vista.

Cadi tu, troppo sporgente.

Io sono il cuore mordente
con l’intonaco marcio
in queste mani.

 

Tutti gli ombrelli dimenticati
al monte dei perduti
chi ripareranno?

Di notte, piedi maldestri di girovaga
inciampano sopra gli archi lussati.

Restiamoci accanto, oggetti senza mani.

 

Macina lucine da giostra
il bambino sul monopattino
avanti e indietro
lungo il porto.

Cerca un’altra sponda
da illuminare a intermittenza
con l’energia di muscoli di latte.

Il faro dal colle risponde
disabitato e cavo.

 

I vecchi non sanno il sottovoce.
Ripetono in leggero asincrono
le formule del prete.
Dichiarano alle orecchie degli astanti
la propria indegnità.
Pensano un suono ingoiato
che invece è purezza sonante.

 

Antonella Palermo, La città bucata. Prefazione di Franca Mancinelli, Interno Poesia Editore 2018

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