Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo

 

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo. Edizioni La Gru 2018

Opera tutt’altro che ingenua e impacciata, Il mondo tutto tondo di Mauro Ceccaranelli trasmette a chi legge l’impressione – confortata da riletture e ritorni su singoli passaggi – di una prosa ricca, che corre consapevolmente il rischio del sovrabbondare.
A leggere bene, in una prospettiva che è quella che non mi stanco mai di caldeggiare, vale a dire la prospettiva di una lettura trasversale a generi, stili e culture, pur nella consapevolezza dei caratteri peculiari di ogni singolo fattore in gioco, in tale prospettiva a ‘cavalcioni dei confini’, occorrerebbe ricorrere al verbo “travalicare” piuttosto che al verbo “sovrabbondare”.
Trovo fecondo e confortante constatare che, in un panorama generale di gridolini di approvazione lanciati all’indirizzo di un minimalismo non di rado sciatto, Mauro Ceccaranelli, esordiente ma non ignaro di impalcature e ibridazioni, scelga un percorso che lo avvicina ai grandi, più noti e meno noti, del massimalismo italiano: e dunque farò i nomi, seguendo l’esempio di Sonia Caporossi nei suoi saggi di critica letteraria pubblicati nel volume Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, menzionando le “quattro emanazioni” del massimalismo italiano: Carlo Emilio Gadda, peraltro esplicitamente menzionato da Mauro Ceccaranelli nella prefazione al romanzo, Guido Morselli, Giorgio Manganelli e Paolo Volponi.
La prosa che contraddistingue Il mondo tutto tondo attraversa stili e generi, non teme di mostrarsi carica di immagini, perfino sotto il pungolo di una espressività visionaria. Per quanto riguarda il romanesco, esso appare con un preciso timbro letterario: più che spronato da intenti mimetici o realistici, il romanesco che fin dal Prologo o del delitto,  fa la sua apparizione in inserti da “discorso vissuto”, è un romanesco che si distingue per gli espliciti richiami – chiariti anch’essi, preventivamente, nella prefazione – a Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Pasolini di Racconti romani, e dunque a un romanesco adottato per fini narrativi da due scrittori provenienti dall’Italia settentrionale. Dei due autori menzionati nella prefazione, sembra tuttavia che altre caratteristiche abbiano esercitato influssi significativi: del lombardo, il plurilinguismo creativo, tra neobarocco ed espressionista, che trionfa, ad esempio nell’opera La cognizione del dolore, del friulano la lucida desolazione del regista di Mamma Roma.
Nel segno della pluralità e dell’attraversamento di generi, temi e topoi letterari sono molti gli elementi portanti del romanzo; è così che, per esempio, il genere poliziesco con più di una sfumatura noir sconfini in quella che Goethe – che l’aveva teorizzata – avrebbe chiamato la “fiaba artistica”, è così che ciascuno dei tre indagati e la loro storia pregressa facciano assumere forme e fogge diverse alla narrazione della parte di colpa a loro dedicata, con richiami, in netto contrasto con il dettato gaddiano, perfino a Camus e a Meursault di Lo straniero nella parte dedicata all’operaio maghrebino.
Verosimile, nelle pagine delicate e coinvolgente del diario della donna, che nella vicenda narrata non ha potuto avere una formazione culturale degna di essere menzionata, anche la quasi totale assenza del congiuntivo, così come è verosimile lo stile ardente e visionario dell’io narrante.
A ciascuno la sua voce: di questa consapevole e matura orchestrazione è artefice l’autore, che sembra chiedersi febbrilmente, insieme a Dostoevskij, se davvero la bellezza possa salvare il mondo. Alla sua sete di giustizia e bellezza, una sete impressa in questa vicenda con tratti davvero rimarchevoli e non senza colpi di scena, provo a rispondere, quasi intavolando una conversazione, con questi miei versi: «Appronti con fervore il fortilizio,/ scavi fossati, piombi fenditure./ Mai più conoscerai l’amore immenso,/ la gratuità sublime dell’idiota.».

©Anna Maria Curci

Prologo o del delitto

Mi avevano chiamato a un civico dispari: due cifre. Una strada breve, due file di palazzi lividi e squadrati coi loro vecchi portoni rugginosi, parati gli uni davanti agli altri. I gatti sporchi addosso ai cassonetti dell’immondizia, l’odore del cibo marcito sull’asfalto, fuoriuscito dalle buste rotte di plastica. L’eco del trapano di un dentista, che sbucava fuori dalla finestra opaca e socchiusa dello studio medico. Faceva caldo. Il collo stretto nel colletto della camicia, stretto dalla cravatta. Sul citofono l’etichetta con su scritto un nome ordinato e messo in riga con gli altri. Nell’appartamento al terzo piano, a sinistra sul pianerottolo oltre le scale, avevano ritrovato il cadavere di una donna: giovane, bellissima. I lividi viola del volto tumefatto. Forse violato il corpo, sotto una canottiera bianca ancora indossata. Gli occhi chiusi, le labbra spezzate. A cazzotti, poi strangolata. L’avevano strangolata con le mani: i segni sotto la mandibola, intorno al collo, scesi ancora sul petto. L’avevano lasciata seduta nella vasca da bagno, appena adagiata sotto il pelo dell’acqua, che le girava stretto e rappreso attorno alla vita. I capelli, scuri come il colore della prugna, erano rimasti invischiati alla pelle umida, come fili interminabili schiacciati su tutta la loro lunghezza. La porta di casa non era stata scassinata e chi era entrato poi era uscito richiudendosela alle spalle. Chi? Chi era stato? «Chi è stato ‘sto maiale?» aveva chiesto a se stesso un agente: urlando, imprecando, sudando.

Furono indagate tre persone: il marito, un operaio impegnato in quei giorni nei lavori sullo stabile, il vicino del primo piano. Ognuno con l’animo e le ragioni di un vero assassino. Proprio la vittima, bellissima: proprio lei, da viva, con quell’animo aveva fatto i conti, quelle ragioni aveva provocato: per subire mutamente o piangere e gridare, per scrivere e testimoniare; per riscattare la sua morte, da viva. Questo aveva fatto, la signora del terzo piano. Proprio lei. O così sembrava.

Il marito di lei, il commerciante di animali: un uomo ignobile. Una bottega angusta, a soffocare nelle gabbie e negli scatoloni di cartone fradicio delle urine e degli escrementi, poggiati alle pareti gialle di muffa. Malavita fatta di misere ruberie, espedienti per mantenere l’automobile, e i vizi e gli sprechi, a debita distanza dal telefono e dal citofono di casa: i vani tentativi di un funzionario di banca o di un pubblico ufficiale. Con una denuncia per fatture false e un’altra per lesioni e percosse. Poiché, all’occorrenza, ricorreva anche il vezzo di alzar le mani: sulla moglie, sui mosconi che le ronzavano attorno. Quante botte doveva aver preso lei; ma mai, mai aveva smesso di esser bella. Aveva smesso gli abiti più succinti, quelli sì, quelli che fanno girar la testa: agli altri, ai mosconi. Lui, interrogato, a una domanda aveva risposto: «Nun so che dije, signor giudice, io a certe provocazzioni ho sempre reagito. Mi moje…» e si era trattenuto, la faccia atteggiata a contrizione, «mi moje nun se renneva conto, sembrava fallo apposta, ma a vorte li schiaffi me li strappava da le mani» e poi un’altra pausa, un’altra faccia da cattivo attore: «era come ‘na bambina», ancora a tirare il respiro, «ma je giuro, signor giudice, nun so’ mai annato ortre». Non era addolorato: perché la moje je metteva le corna, ne era convinto, così affermava, «senza rennesene conto»: «era come ‘na bambina». Niente figli, niente amore: perché l’amore, quello sincero, l’avrebbe resa madre, e lui padre. Macché. Niente.
Quindi, nessuna lacrima. Senza rancore. Ma sulla sedia, davanti al giudice istruttore, la maglia lisa, imbrattata, zuppa, c’aveva lasciato il sudore, tanto sudore, troppo sudore: gli correva giù dalle tempie, gli pesava sulle palpebre. Nessun dolore, nessun rimorso, un pensiero sì, se lo doveva essere conficcato nella testa: far combaciare i fatti, da raccontare, da intrecciare come le dita ansiose. Lo sforzo, non solo l’afa, che saturava quell’ufficietto d’altri tempi, con l’orologio rotondo alla parete, animato da un paio di pile che pure sudavano sui contatti ossidati. Lo sforzo di quella testa, lo sforzo a muoversi: trasudava dalla fronte e gocciolava giù.
Non era solo l’afa.

L’operaio: il muratore che lavorava da settimane a rifare le fogne del palazzo. L’algerino con la pelle grigia di colore e polvere. Sicuramente c’aveva messo gli occhi addosso alla signora del terzo piano. L’aveva detto il fornaio sotto casa: «Passava li giorni co’ le mani nella merda e però se permetteva de sognà de mettele pure addosso a lei, a quer fiore». Ma anche il fornaio: chissà quanti sogni s’era fatto pure lui, a vedella passà, lei, er fiore, ogni giorno, davanti al negozio suo. Eppure il muratore qualche denuncia se l’era presa, da ragazzo, nel paese suo: piccoli furti e una rapina a mano armata. Ma poi aveva attraversato il mare, il mare l’aveva ripulito. Eppure lui, davanti al giudice, con la faccia d’attore: «Io no detto niente, io no fatto niente. Signora era gentile co me, io gentile co lei. Basta! Tu manda quel paese chi dice io volevo far male signora. Io no violenza, io lavoro e basta. Io mando soldi a famiglia». La polvere, sulla pelle grigia, gli impediva di sudare, asciutto come le sue parole. E sotto la polvere, e sotto la pelle, il sangue si scioglieva lento assieme al tempo affannato dal caldo fosco: non si muoveva più, come le lancette dell’orologio rotondo appeso alle spalle del giudice: pesanti, si erano appiccicate al quadrante bianco.

Il vicino del primo piano: l’avvocato barbuto e grasso, sempre unto di un’oleosa umidità, sulla fronte, sul naso obliquo, intorno ai legni degli occhiali, dietro le lenti appannate. Chiassoso, polemico,denunciante. Liti e liti, e querele: contro i due anziani fratelli che vivevano insieme e gli abitavano accanto, e avevano il cane che abbaiava giorno e notte e lasciava i suoi bisogni sulle scale; contro la signora russa del secondo piano, che si portava a casa ogni volta un uomo diverso; contro quelli del terzo piano, sì, proprio loro, il marito e la moglie ammazzata, costretto a subire gli schiamazzi di lui e i pianti di lei. Venire alle mani: no, ma provocare, provocare, per subire e denunciare. Si era fatto picchiare, più volte, ovunque: sotto casa davanti al fornaio, in mezzo al traffico, in un ufficio pubblico, in un ristorante, su un tram, in una banca, in un cinema, a casa sua. E poi giù, giù a denunciare.
Ma marito e moglie ammazzata del terzo piano avevano avuto l’impudenza di replicare: denunciare lui, sorpreso a molestare una bambina, la figlia undicenne del portiere, nel cortile dove lei giocava da sola, dove lui si attardava a ricalpestare i propri passi e a ridire le proprie parole.
Quel vociare stridente e ticchettante, quell’argomentare surrettizio e contorto. Davanti al giudice, pure lui: aveva riproposto i fatti, i suoi fatti, tutti i fatti estranei alla vicenda ma che lì dovevano portare: «Perché le cose non succedono per caso, questione di causa ed effetto! Se la signora ha trovato la morte, è giocoforza che una molteplicità di accadimenti l’ha cagionata, perché io stesso sono stato testimone, da tempo, di quelle faccende che poi son malcostumi, pratiche di vita illegittime, spregio delle regole, del buon vivere in comune, delle istituzioni civili». E non aveva tentennato: impermeabile come il grasso della pelle; non come le lancette dell’orologio che, inchiodate al loro stanco vagare intorno, di tanto in tanto dovevano fermarsi: e allora s’ammutolivano per un istante arrestando il battito fiacco del loro too-toc.

Sul tavolo settorio: la bellezza delle linee e delle forme s’era ricomposta e fissata per sempre in un immutabile simulacro, scultoreo e fermo; destinato, però, a subitanea dissoluzione. Un largo sudario, verde sbiadito, lo aveva ricoperto, scivolando giù come mano pietosa sulle palpebre. La prima diagnosi autoptica aveva accertato: percossa, violentata, poi strangolata, ma non fino alla morte, che era invece sopraggiunta per annegamento: l’acqua, poi guizzata per ristagnarle attorno, aveva pervaso i polmoni.

Se solo avessi potuto coprire tutto, per non vedere, per non sentire più: lo strazio del corpo calpestato, la miseria delle parole colpevoli, la grettezza dei gesti miserabili. Se solo avessi potuto…
Ma la sera, solo davanti a una finestra senza orizzonte, potevo almeno tornare ad addormentarmi. Senza mangiare. All’improvviso: ero lì, fermo davanti a un prato sconfinato e deserto; l’aria fresca del tardo pomeriggio, intiepidita dalla luce obliqua, scivolava sui miei capelli, poi riversandosi sui fili d’erba. Tutto intorno: immobile, silenzioso. Le strade curve curve, rotonde: la superficie dolcemente tondeggiante, che da qualche parte doveva pur finire, sotto i miei passi. Che bello quel verde fitto fitto, dei prati, delle coperte verdi, quel verde che diventa un altro verde, rinverdito dal sole! Quando giocavo con mio padre, da bambino, lui che a casa non c’era mai. E mia madre che mi aspettava alla fine della strada, “quale strada?”, accoccolata sulle gambe piegate, le ginocchia puntate su di me. I capelli cotonati, pettinati come in un altro tempo. Il tailleur di ruggine d’arancio, chiuso sulla camicetta bianca. Ma poi una scossa. Inspirare un odore: addosso. Ripetere un gesto: di un’altra mano, con la mano. Riconoscere una strada: perduta e ritrovata. Indovinare il movimento del suo respiro: di chi? Risvegliato dal dolore prima che liberi i suoi prigionieri e la mia follia.
(pp. 17-21)

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