Stefano Iori, Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo (rec. di A. Lucchini)

LasciaLaTuaterra(copertina)Stefano Iori, Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo
Fara Editore

Recensione di Antonella Lucchini

 

 

Il pensiero della morte, della sua certezza, è un fantasma che segue l’uomo da sempre, gli sta dietro come un’ombra.
La morte come fine, nel duplice significato di cessazione e di scopo. E proprio di questa morte Stefano Iori ha fatto una raccolta di poesie, Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo (Fara ed.). “Lascia la tua terra” è l’ordine che Dio affida ad Abramo e che, nell’interpretazione chassidica (ovvero della mistica ebraica moderna), non viene colto letteralmente (la terra non come territorio concreto) ma assume una connotazione anagogica: “Mettiti in viaggio per scoprire te stesso. Lascia dietro di te ogni cosa che potrebbe trattenerti. Io ti mostrerò l’immagine della tua anima divina, il tuo vero io” (dalla Nota dell’autore). Quindi morire è qui il paradigma del viaggio dentro sé, della scoperta della propria ombra, la parte selvaggia, problematica, misteriosa che è necessario incontrare, per unificare il proprio Io, nella luce della piena coscienza, congiungendosi al vagito primordiale, che è lecito chiamare verità. E Iori affronta questa discesa/ascesa attraverso una progressiva spoliazione (non dissimile dal percorso dell’anima suggerito da San Juan de la Cruz). Cinque sono le sezioni in cui l’opera è suddivisa, (Del morire, Nel nulla, Dubbi, Stupore, Oltre), precedute da una lunga poesia che è una sorta di prologo a quanto si andrà a leggere. Molti sono i richiami al teatro greco: il prologo, appunto, la suddivisione in tre o più epeisòdia, e il coro che interviene in molti testi, come chiosa, specificazione, a minimi sintagmi, a lato del testo.

Da Del morire

Verdi canti dalla via
s’infrangono sui vetri

Ne colgo l’eco
sempre più flebile

Scivolo alla deriva
con la casa tutta.

È la sezione d’apertura, la morte dell’anima, annunciata da “verdi canti”: il colore verde viene collegato ad Abramo, dai qabbalisti, e quindi è un richiamo al titolo, alla frase che Dio disse ad Abramo e che il poeta si intima come sprone per la sua ricerca. Si muore con tutto il peso del proprio bagaglio esperienziale (Scivolo alla deriva/con la casa tutta).

Da Nel nulla

E crepa l’amore
s’ammala si scioglie 

nel buio infinito
il nulla risplende

Il primo incontro, dopo la morte, è necessariamente il nulla. Tuttavia, pur “nel buio infinito”, il nulla acquista un  valore ossimorico, è sé e l’opposto di sé. Potrebbe sembrare ardito parlare di fisica quantistica in un contesto letterario, ma accettando volentieri il pensiero di Rovelli secondo il quale “forse una radice profonda della scienza è la poesia: saper vedere al di là del visibile”, trovo una perfetta sincronia tra il concetto di “nulla” di questa sezione e il principio che tra le particelle esista una simmetria fondamentale, per cui per ciascuna di esse ne può esistere una simmetrica, avente la stessa massa, ma con carica elettrica opposta. E quanto questo concetto si possa replicare nel neoplatonismo, per il quale tutte le cose hanno una polarità (opposta) che permette tra loro un rapporto dialettico, essendo una il negativo dell’altra; come dire non c’è una cosa senza il suo opposto! Il nulla è buio, è assenza, ma “risplende”, c’è.

Da Dubbi

Pantano di bolle
d’assenze sospese 

Stagioni del dubbio
senza numero e nome 

Limo filtrato
al brivido d’aurora

*

[…]
Nell’ombra senza fine
non resta che il dubbio
sottile sostanza
che allude all’ignoto

Il dubbio è dinamico, è l’inizio del cammino, nulla parte se non si dubita. Il dubbio è quindi “limo”, sostanza fertile, gravida e partoriente, che fornisce un pass per connettersi all’ignoto, all’Assoluto, all’Uno (per dirla con Plotino), all’anima divina (per dirla con la mistica chassidica), all’ombra (per dirla con Jung).

Da Stupore

I salici s’inchinano al fiume
l’acqua ne rimanda le ombre
Sono alberi i riflessi fluttuanti
o indizi di nuova assenza?
Relitti di vita che va
o bozzoli di creazione?

Per un magico istante
non c’è ansia di risposta

Appena si avverte
un’oncia di svelamento
subito la gioia arriva.

Lo stupore, il senso di meraviglia, è l’umana conseguenza di essersi interrogati su se stessi, di essere giunti al cospetto dell’oggetto tanto inseguito (e con fatica), di gioire (subito la gioia arriva) anche solo per un intravisto “divino” (un’oncia di svelamento).

Da Oltre

La nostra transitoria esistenza
ci pare il centro di chissà quale regno

Stentiamo a capire l’anima
di oceani terre bestie e venti
che disegnano storie senza parola

Notti sincere prati odorosi
monti di ghiaccio che reggono il cielo
pietre pioggia albeggi di lava

La Natura non giudica e non mente.

Mi pare che questa poesia parta dalla considerazione che l’Uomo manchi dell’umiltà di considerarsi, in fondo, una parte di un Tutto che comprende l’insieme della Natura, ogni piccolo segnale di Natura, in cui esiste necessariamente un’anima, l’anima del Creatore. Ancora una volta leggo un riferimento qabbalistico, in questo caso il panteismo. I molti riferimenti alla cultura ebraica sono frutto dello studio che Stefano Iori svolge da anni, in particolare sulla mistica ebraica.
Di questo cammino in cerca della verità, dell’Io vero, di un’anima divina, di un Assoluto, emerge con forza il pensiero, mezzo e strumento del viaggio, che si figlia in parola, che è sinfonia, uno spartito di sé, che si fa musica, in molti dei suoi movimenti.

© Antonella Lucchini

 

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