Gabriela Fantato, L’estinzione del lupo (rec. di Giorgio Galli)

 

Gabriela Fantato, L’estinzione del lupo, Empiria 2012

Come si può rivivificare una materia che pare esausta? Prendiamo il tema della “generazione sconfitta”. Una slavina di romanzi e di film lo ha affrontato, con toni sempre più accidiosi, con un compiacimento più sterile mano a mano che il tempo passa. È fioccata una narrativa ombelicale che ormai non serve più neanche da seduta di autocoscienza per i suoi autori. Un’editoria immorale, disposta a tutto per il profitto, ha permesso agli ex brigatisti di darsi un’aura romantica con memoriali privi di valore storico o letterario. Sulle generazioni che “hanno fatto il Sessantotto o il Settantasette” sembra sia meglio tacere.
Questo libro di Gabriela Fantato però fa qualcosa di diverso. Traccia un itinerario lirico della sua generazione. Traduce quel percorso in forma anziché in narrazione. E ce lo rinnova. E allora tutto cambia. E allora il suo libro è bello.
Al centro di L’estinzione del lupo (Empirìa, 2012) c’è il rapporto degli esseri umani col tempo. Esiste un tempo “minerale”, costante, che è quello della storia. È un tempo dai passi lenti, a malapena percepibili da chi lo vive, a meno di catastrofi epocali. E poi c’è il tempo accelerato dei sognatori, di quelli che “pensano in verticale”. Fin dal principio i due tempi sembrano, anziché scontrarsi, andare in direzioni opposte. I figli e i padri non hanno nulla in comune. Il tempo dei sogni dei figli è un tempo sradicato: l’accelerazione della storia ha funzionato come un terremoto e ha separato per sempre i due estremi di una faglia. Ogni legame è divelto. I sognatori sono stati lanciati in un volo tanto frenetico quanto sterile, un moto centrifugo il cui unico senso è se stesso. Ma dentro il loro eroico furore si avverte il già vecchio, il già saputo. Il volo lirico collettivo contiene già il suo disincanto.
È un mondo, quello di queste liriche, in cui alcuni si muovono incessantemente, ma tutti sono in attesa.
Prendiamo il poemetto intitolato Sogno di una bambina e di sua madre:

I.

Sono le venti in punto
ed è già tardi per la memoria,
per la rima bella imparata a scuola
– tardi per la benedizione.

Il castello alzato nella sabbia,
tu dentro le stanze dove
scorre la promessa dell’uscita,
dove si fa la profezia e
la sera non perdona.

La madre siede
e aspetta che tutto venga,
aspetta ancora una stagione
matura e saggia.

II.

La tua punizione dentro la cucina,
dentro l’infanzia dove il sole è
bianco nei segni
adulti che hai scritti sui muri.
Cantavi -c’era una volta un re,
seduto sul trono e il mondo, il mondo
intero gli girava attorno,
c’era una volta un regno
di servitù e pazienza.

III.

Adesso, adesso è tardi.
Bisogna chiamare qualcuno
che venga qui…
prima della scomparsa,
prima che sia la frana
nel giro esatto
.                       del racconto.

Per la figlia, la punizione è stare nel non-sogno della madre, vale a dire nel tempo della madre. Per la madre, forse, la punizione è la figlia. Ma entrambe restano senza nulla.
Tutti rimangono ancorati a un istante-simbolo (gli anni Cinquanta per i vecchi, Yellow submarine per i giovani…) ma tutti sono stati eruttati fuori dal tempo. Il sogno persiste, ma si fa incerto. I sognatori sembrano abbandonati dalla terra, le stagioni passano senza di loro. Si sono assuefatti a pensare per sogni e non costruiscono più. Si arriva all’assurdo, alla perdita di identità:

Sulla panchina l’uomo
si pulisce una scarpa, sposta
i legni da terra, prende i pezzi
e alza gli scalini per andare
– ma dove?…

Piano pian, uno a uno scende
sino a quel rotolare dalla porta
al nero della piazza
e non c’è neppure un chiodo
per tenere la foto di prima, per sapere
che faccia aveva prima del crollo.

Si è mossa la casa, slittata nel foro
– il letto a due piazze
è spaccato di netto.

Aspetta l’uomo che l’erba cresca
e torni l’estate verde
.
                                sotto le suole.

Il giovane rivoluzionario è diventato simile al vecchio colonnello di Garcia Márquez: aspetta qualcosa che non arriverà mai. È la fine più patetica per un sognatore: non diventare un velleitario, ma uno che sogna per noia, perché non c’è altro che sa fare.
L’ultima parte del libro è un tirar le somme forse un po’ estenuato, forse troppo esplicito. Pure c’è un momento che voglio ricordare, un ultimo colpo d’ala:

Siamo al margine,
non ha più senso neppure il rimpianto
dove l’erba cresce come fiato aspro
e si annidano i ricordi,
solo la distanza tra oggi
e nonpiùmai
nel volo impossibile dei corvi dentro
l’azzurro di Van Gogh.

Resta lo scheletro
a sostegno delle ossa,
il bianco delle margherite tra
le menzogne e tutto adesso,
proprio adesso
——————- è solo vero.

È l’ultima poesia della raccolta, il suo congedo. Che cosa ci ricorda? C’è un Lied di Mahler, Die zwei blauen Augen (“I due occhi azzurri”), in cui un uomo lascia la sua casa per sempre, con un gran dolore dentro: lascia un mondo rurale in cui l’essere umano è parte della natura e per la prima volta, in virtù del dolore, si individua. È un passaggio epocale. È il passaggio dall’indifferenziato risonante del mondo antico all’individualismo specialistico del moderno. Può simboleggiare tutto: il passaggio dall’oralità alla scrittura, quello dalle campagne alle città… Il casus di questo canto è  una delusione d’amore. Ma Mahler capisce che una delusione è, per chi la vive, una microcatastrofe che lo espelle dal suo mondo, dando inizio al tempo. Sul finire del Lied, l’uomo si siede sotto un albero e ripensa, e si dice che tutto è di nuovo buono, “il mondo e il sogno”. Approda alla rassegnazione poetica. Anche Gabriela Fantato chiude questa microcatastrofe con toni di rassegnazione poetica. Nelle sue pagine tutti hanno sentito il nulla e hanno cercato una rifondazione. Ma questa rifondazione può arrivare solo quando tutto è finito, traverso la parola poetica.

© Giorgio Galli

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