Manuel Cohen, A mezza selva #5: Davide Cortese

 

Il canto della tenebra (e della cometa) sul panorama del mondo. Darkana di Davide Cortese.

«Il secondo stadio dello spirito è lo stadio mediterraneo. Deriva direttamente dal naturalismo. La vita qual è la conosciamo: ora facciamo il sogno della vita in blocco. […] Sì: scorrere sopra la vita questo sarebbe necessario questa è l’unica arte possibile» (D. Campana, La Notte)

La nuova raccolta di Davide Cortese, Darkana, è la sesta prova in versi di una voce interessante e inquieta e anche, con quest’ultimo libro, davvero singolare, che ha in attivo anche una buona produzione narrativa e versi nel dialetto della sua isola d’origine. Si tratta di un libro di poesia vero e proprio, che si presenta con i tratti peculiari di marcata e di consapevole distanza, tonale e ritmica, dal presente linguistico: non è casuale ed è una scelta voluta, precisa e insistita, consapevole e rischiosa. Come se l’autore ci tenesse a rimarcare il proprio dissenso, o piuttosto, la propria disappartenenza a una lingua della poesia contemporanea comunemente connotata da formularità lineari e da medietà tonali e sintattiche spesso tendenti a una comunicazione tanto semplificata quanto ovvia, e spesso sconfinante nelle lingue di sabbia o di plastica della comunicazione e della prosa più adiacente o prossima.
Sarà questa una delle ragioni per le quali assistiamo, da lettori, a una progressiva discesa nell’enigma, tesa alla ricerca delle ragioni più intime, o propriamente, ‘buie’ dell’essere, nel continuo affronto o combattimento dualistico tra sé e altro da sé, tra bene e male, tra inferno e salvezza. Il viaggio è dunque da intendere quale continuo affondo nell’immaginario linguistico e nell’imagerie fisica e psichica: una catabasi. L’arretramento di marca Orfica, e la ricerca fino alle scaturigini del senso e della sua rappresentazione o resa verbale, visiva e sensoriale, penetra come in un percorso a ritroso nelle ragioni e nella figuralità remota, arcaica e proto-novecentesca di Dino Campana, alla cui risonanza o ascendenza sembra idealmente riconnettersi. Una ascendenza o paternità, citata in un exergo ancillare e anticipatore dello scenario in cui muovere pensiero e azione: ‘bocca-serpente’, ‘cuore-mistero’. Nello sprofondare nell’oscurità, la lingua ha accensioni allegoriche, attua apparenti esercizi di surrealtà, inscena continuamente frizioni di immagini e di senso con metafore ossimoriche che sottendono una lingua tesa, neo-barocca e neo-orfica, verticale, e drammaticamente esposta: un pulsare di bagliori e di luci nella notte, un ardere di figure, un bruciare figurale dell’interiorità sovraesposta, inseguita, cacciata o rincorsa; e allora sono “lampi di buio”, “ruggire luce”, “tigre di luce” e uno “sguardo allucinato”, nel solco della metafora più canonica e di una poetica dell’analogia, dell’inseguito e dell’inseguitore: una pantomima dell’io che si rincorre, confuso nella sua identità di viaggiatore nella notte, o di più classico ‘viaggiatore d’ombra’: «Mi vede./ Lo vedo./ Ha il mio volto.» Tutta l’impostazione della voce è alta, impostata e ieratica (dalla solo apparente fissità o rigidezza) e sebbene priva di ogni enfasi, indica un percorso vertiginoso, una lingua da vertici e vertigini campaniane: il ‘sogno della vita in blocco’. Si prenda, a esempio, il testo Incedo ieratico e fiero:

Incedo ieratico e fiero,
nera perla di silenzio minerale. 
La mantide verde tra i miei capelli.
La bocca come un taglio sul volto.
Mi illumina il fuoco dell’inferno.
Esulta la geenna nei miei occhi.
La strada guizza come serpe nera,
è destriera della mia nudità.
Mi porta sul suo dorso, la strada,
è la serpe che cavalco nera.
Incedo solenne nel nudo mistero
con il vento che trema tra i capelli.
E la mantide verde ha i miei occhi.
Mute vergini in una mandorla gotica
venerano la mia nudità.
Le baciai un giorno che fui bambino
e la tenebra non mi sembrò verità.

Ogni verso gode di una sua specifica autonomia significante e testuale: possiamo cioè affermare che siamo di fronte a una sequenza di versi-frasi monorematiche; cioè di versi autonomi, di valenza assoluta e non relativa o correlativa. Ogni verso ha un significato, a prescindere da tutta intera la costruzione. È l’assolutizzazione di senso, dell’autonomia del significante così cara alla poetica simbolista e, di seguito, al paradigma di questa poesia: i Canti orfici del poeta di Marradi, Dino Campana, che qui, incredibilmente, rivive con i motivi e i luoghi della sua poesia: le cattedrali e il tempo, le tigri e i serpenti, la notte e la tenebra. L’agglutinarsi in sequenza pressoché continuo di particelle pronominali (mi, miei), per un totale di 8 su circa il doppio del totale dei versi, ribadisce l’orizzonte di riferimento, l’interiorità dell’azione, la “mia nudità”. L’immaginario inoltre, offre uno spiazzamento temporale, o culturale: la drammatizzazione della luce, la sua dinamica, allegorizza lo ‘stadio dell’io’ nicciano, mentre la scena e la speculazione sembrano lontane anni luce dalla poesia colloquiale, solidamente comunicativa o assertiva di questi anni. E come se Davide Cortese voglia condurre la sua ricerca linguistica in un’area vintage, anteriore alla cultura post-moderna di cui noi tutti siamo intrisi. Per questo ricorda Il canto della tenebra, per questo attinge a un modello unico, quasi irripetibile. Coniugando poi l’orizzonte campaniano con l’istanza plastica, meglio, pittorica, della drammatizzazione chiaroscurale caravaggesca.
Così il titolo, Darkana, si pone inevitabilmente quale spia di senso plurimo, vero e proprio enunciato programmatico del testo: coniato dall’unione del sostantivo dark, oscurità, e arcana: antica, ancestrale (e quindi oscura). E come quando nella grande poesia universale, senza età e senza mode, aliena dal tributare un qualche pegno alle urgenze del quotidiano, cogliamo la potenza sorgiva e ritornante, l’orfismo delle matrici di senso o degli archetipi: ecco allora, in uno dei testi più potenti del libro, quel riaffiorare dalle acque, quel riemergere di isole-entità, di terre-io, quell’ergersi da e sul mare dell’iceberg della soggettività:

C’è altrove un mio volto
che emerge dalle acque
e si fa isola.
È la punta di un iceberg
sepolto dall’abisso.
C’è altrove un’isola arcana
che non è che il mio volto
emerso
in un altro tempo.

La poesia, quando c’è, sa liberarsi di tutto, sa liberare l’immaginario fino alla sua resa dirompente e imprevedibile, alla sua lettura sghemba, alla sua visione compiutamente altra, diversa, delle cose. Basterebbe questa poesia singola per spiegare, da sola, la necessità di un libro. Ma il libro, Darkana, per intero, sarà una gioia inattesa per il lettore attento e aperto alla novità del non ovvio, del non codificato. Leggerlo sarà una esperienza nuova, un vero e proprio choc semantico e sensoriale, come dovrebbe essere l’esperienza che abbia la forza e l’ospitalità di una ‘zattera’ per ogni disperso, con la compiutezza di «portare i giorni da una riva all’altra del tempo», come dovrebbe essere il reale intendimento dell’arte, l’autentico portato di un Libro di poesia.

(prefazione a D. Cortese, Darkana, Lietocolle, Falloppio 2017)

 

MATTINO NEL BOSCO ARCANO

Sbocciano tra le nebbie azzurre
di un mattino di reminiscenze
kajae piccolissime e see blu.
Dai rami dell’amabu
si staccano leimi fluorescenti.
Infinite sueva si liberano della terra.
I kanab seguono i flutti del lago lucente
e l’eanu dalle foglie nere
ne beve dalle rive.
L’es si apre al sole deiscente.
Kia ed asu si schiudono insieme
tra le radici dell’him.
Semi di nuvola attendono ancora
la luce della vita.
Rinasce l’ais.
Goben fioriscono sulle spine fatali.
Muschio blu ricopre ogni roccia.
Nei calici grandi dell’adae
si posano farfalle dalle ali trasparenti.
Le cime cangianti degli him
lasciano cadere vite nel bosco.
Le nebbie dell’ovest
fanno già sera sul risveglio.
Ma io
ho rubato una bacca.

Sulla zattera della Medusa
mi sono riconosciuto tra i corpi disperati,
mezzo divorato dal mare in tempesta
tragicamente dipinto da Géricault.

Ho un fiore di carta sull’abito nero
e incedo sulla strada di un dolore di porpora.
Chi incontro è una donna dal viso di porcellana.
Mi toglie dal petto il mio bianco origami
e sulla carta che disfa mi mostra
il nome suo e del luogo in cui andremo.

Portare i giorni da una riva all’altra del tempo.
Portarli bambini, coi volti di luce,
sbarcarli vecchi, divorati dal buio.

Cantami una ninna nanna.
Voglio sentirla ad occhi chiusi.
Canta.
Sii solo voce che canta.
Sarò ramo che cede al vento.

 

Davide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata ES (Edas, Messina), alla quale sono seguite le sillogi: Babylon Guest House (Libroitaliano, Ragusa, 2004), Storie del bimbo ciliegia (un’autoproduzione del 2008); ANUDA (Aletti Editore, Roma, 2011. In versione e-book per LaRecherche.it nel 2014); OSSARIO (Arduino Sacco Editore, Roma, 2012), MADREPERLA (LietoColle, Como, 2013) e Lettere da Eldorado (Progetto Cultura, Roma, 2016). I suoi versi sono inclusi nelle antologie 200 giovani poeti europei in nove lingue (Edizioni CIAS, CLUB UNESCO), Poliantea (Edizioni Mazzotta), A cuore aperto (Accadueo), Salon Proust (La Recherche), Le strade della Poesia (Delta 3 Edizioni), Viaggi di versi. Nuovi poeti contemporanei (Pagine), Maledetta scrittura. Un’antologia poetica (Ilmiolibro.it), Caro Dante (Ilmiolibro.it), R.I.P. Read in peace. Necrologi poetici di autori viventi (Matisklo), Un viaggio infinito di chiocciola (I Quaderni di Erato), L’ORTO BOTANICO DI MONSIEUR PROUST (La Recherche), Ombre in cornice (I Quaderni di Erato), Tra i vuoti delle costole (I Quaderni di Erato), LUCI DEL CONTEMPORANEO. La Poesia è di Casa (Sigismundus), VOCEVERSO (Libra), PORTE (Progetto Cultura), Fermarti non posso (L’Erudita), Diramazioni urbane (Edizioni Cofine), Poesicanzoni (EscaMontage), Tempo (Progetto Cultura), nel libro fotografico Magia di Eduardo Fiorito (Lepisma) e in numerose riviste cartacee e on line, tra cui «Poeti e Poesia» – la rivista internazionale diretta da Elio Pecora – e «I fiori del male». Insieme a Roberto Raieli e Stefano Amorese ha pubblicato il libro di poesie In moto senza casco (LaRecherche.it), che ha illustrato con 34 suoi disegni. Le poesie di Davide Cortese nel 2004 sono state protagoniste del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore di due raccolte di racconti: Ikebana degli attimi (L’Autore Libri, Firenze, 2005), NUOVA OZ (EscaMontage, Roma, 2016), del romanzo Tattoo Motel (Lepisma Edizioni, Roma, 2015) e di un cortometraggio, Mahara (2004), che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO e all’EscaMontage Film Festival nel 2013.

2 comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.