Alessia Iuliano, Ottobre nei viavai (Nota di Melania Panico)

Alessia Iuliano, Ottobre nei viavai, RPlibri, 2018

Quando la poesia neutralizza l’apertura dello spazio e del tempo. Così mi viene in mente il motivo oraziano del non omnis moriar, non morirò del tutto, sarà certo morte fisica ma non morte del poeta.
Di conseguenza il motivo sacrale della poesia: «il tuo inizio e la mia fine/ la mia fine e il tuo inizio».
Se è vero come è vero che anche il poeta come l’uomo è pervaso dal senso del tempo, Ottobre nei viavai, ultima e intensissima opera di Alessia Iuliano, è un libro in cui il senso del tempo è dettato dal rapporto col mito: «l’Olimpo non è cielo arcaico e mitologico, ma agito a utilizzo vitale del mirino noi. Quando sappiamo scoprire il mito in noi». Così Luigi D’Alessio ci avverte nella postfazione. Il mito serve alla sublimazione dell’elemento quotidiano quando in qualche modo questo elemento è stato scardinato. Hanno spento le luci nella hall dell’Olimpo: scardinare è dimostrare l’inconsistenza di qualcosa.
Una volta dimostrata l’inconsistenza si può procedere a riempirla di senso: «di là in cima alla scala/ nello specchio dissolto/ del mattino dove ora piange/ la resistenza degli occhi». Alessia Iuliano consegna l’io alla narrazione senza svincolarlo dal tempo. Non è operazione facile né comune. Si tratta di un lavoro esteticamente e poeticamente autentico, indagatore. Tutto è collocato con consapevolezza e intuizione. Penso a Nostolskaija il cui nome etimologicamente ricorda tanto quella nostalgia legata al nostos, il ritorno, la memoria del ritorno.
«Doveva riscattarmi il dono di comporre parole/ ma devo essere pronto ad una terra senza/ grammatica». E fin qui Milosz.
Bisogna essere pronti: «sostituire il volo dell’uccello/ alla gabbia di un’intenzione».

© Melania Panico

 

*
Se abbiamo pianto le statue
la sfinge ne custodisce il sapere io
rimetto alla memoria
il merito senza valore
dei cercatori d’oro lungo la risacca

 

*
Mi hai insegnato tu
quanto rumore sia morte.

E prima di lei
il bello ideale, più in alto
non valgono polveri
né letture o implacabili sconfitte,
il mare – almeno il mare!
Lo smeraldo
che in tutto il vicinato
farebbe invidia di noi.

 

*
Ho sognato la morte una donna in tailleur
poi alcuni avverbi volare a stormi
imperfetti sul bianco
e c’era l’arcobaleno
le mezzelune dei colli italiani

ho sognato il bacio all’orecchio del tempo
dire le esatte parole che riporto

il tuo inizio e la mia fine
la mia fine e il tuo inizio

ho capito diversi anni dopo
le due e senza accento

che il sogno anticipa la verità oltre i margini dell’essere.

 

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