Manuel Cohen, A mezza selva #3: Vincenzo Mastropirro

Mastropirro: Per una geografia o ritratto (paradossale) del Tempo

La naive s’è squagghiòte
e u munne è sèmbe cure.

U incande è svanèite
e u sciuche è specciòte.

[La neve s’è sciolta/ e il mondo è sempre quello.//
L’incanto è svanito/ e il gioco è finito.]

(Vincenzo Mastropirro)

Per sommi capi, possiamo scrivere che la vita quotidiana di Vincenzo Mastropirro, compositore di musica e concertista che solca i palcoscenici internazionali, si divida tra tre località: Bitonto, Bisceglie e Ruvo di Puglia. Bitonto è un popoloso comune a vocazione agricola, dove è ancora possibile degustare formaggi e latticini autoctoni di inestimabile bontà. Il comune, che ha superato i 55.000 abitanti, è inserito nella Città Metropolitana di Bari. Sin dal XIII secolo è conosciuto per la produzione olearia, ed è noto come ‘Città degli ulivi’, ed è ricco di testimonianze artistiche, a partire dalla Cattedrale del XII secolo in stile romanico pugliese. Si trova nell’immediato entroterra, a soli due chilometri dal mare.
In mezz’ora d’auto, percorrendo la Statale 16, il nostro arriva a Bisceglie, città in cui lavora. Si tratta di una città splendida di oltre 55.000 abitanti, un insediamento umano risalente al Paleolitico, come lo è Bitonto e un po’ tutta la vasta zona, ed è situata al centro di un’area densamente abitata, legata a nord alla città di Trani e a sud a Molfetta. Bisceglie è un insediamento umano antichissimo, caratterizzato in architettura dalla predominanza del bianco, per via della pietra, nota come ‘pietra di Trani’, usata per erigere le abitazioni, i monumenti, le chiese e i palazzi più prestigiosi della sua storia. La città portuale, murata e fortificata, è adagiata sulla costa adriatica del Mezzogiorno, felicemente contaminata nei secoli dalle culture, dalle lingue e dalle religioni che arrivavano dal mare: dai greci che la colonizzarono, ai longobardi, ai normanni, agli svevi. Inoltre è attraversata dalla via litoranea che ne ha favorito i collegamenti, gli scambi e i commerci sia con il sud delle Puglie sia con il nord della regione e del Paese tutto. A Bisceglie il nostro autore è riconosciuto e stimato, sia per la sua professione di compositore e di insegnante di musica, sia per le molteplici attività artistiche che lo vedono protagonista attivo della scena culturale cittadina e d‘oltreconfine. Parimenti è un apprezzato autore di poesia in lingua italiana e in dialetto. Possiamo anche dire che la parte preminente sia rappresentata dall’opera in dialetto. Il dialetto, meglio, la lingua adottata per i suoi versi, è quello materno (ruvido e aspro per dittongazione e per parole tronche, al contempo morbido ed elastico grazie alle vocali aperte e musicali) del paese d’origine dei genitori: Ruvo di Puglia.
Ruvo si trova nell’entroterra collinare, inserito nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, a pochi chilometri dalla costa biscegliese. Da questo antico borgo rurale di grande e strategica ricchezza terriera, che oggi consta di oltre 25.000 abitanti, si gode di un’aria mite e di una lieve brezza che dà sollievo nelle afose giornate estive. Affacciandosi dalla verde terrazza panoramica della Villa Comunale, è possibile avere una visione panottica dell’agro e delle colline, amorevolmente coltivate a frutteti e a oliveti, morbidamente digradanti fino alla costa: fino all’azzurro più intenso dell’Adriatico. Dalla sommità della collina e dall’ampiezza del mare vengono i versi ariosi e, spesso, incoercibilmente imperiosi e musicali di Mastropirro.
È come se la visione del paesaggio, il suo connaturato disporsi panoramico, favorisse la riflessione, tuttavia mai pacificata e mai oleografica o rassicurante come accade per tanti topoi o luoghi cari ai dialettali, di continuità e di mutamento dell’essere: dell’essere nel tempo. Questo dato è già rilevabile nei tre libri di poesia precedenti, ma qui, in Timbe-condra-Timbe diviene fatto chiaro e ineludibile, qui acquista forza perentoria, diremo pure, definitiva. Così il pensiero del tempo diviene un felice ossesso, un fil rouge rintracciabile di libro in libro, di verso in verso, di vissuto in vissuto. Non sarà un caso infatti se, a un rapido spoglio e a una più rapida presentazione di prelievi testuali dai tre libri precedenti, è dato di rilevare la centralità del tema che assume la valenza di vera e propria coordinata fondamentale o invariante dei testi. Già ad altezza dell’opera prima in lingua italiana, Nudosceno (LietoColle, 2007) è infatti riscontrabile in frequenza il nucleo tematico anticipato e viepiù declinato: «[…] guardo/ cum’ pass u’ timb… (come passa il tempo…)// il futuro non dà tregua// La vita che ti spetta dilata il tuo spazio. La vita che mi resta/ non giova più a nessuno» (Nudosceno, p. 12); oppure: «Scorre il tempo in malo modo/ […] A stento/ torna il sereno/ e il tempo scorre/ nel profondo dell’onda/ morte e resurrezione/ rallentano il quotidiano/ e il tempo scorre» (ivi, p. 54); o ancora, con accentuata valenza polisemica, oscillando tra tempi di una partitura musicale e tempo presente, reale e concreto: «[…] // I tempi hanno i loro tempi/ se è quattro quarti è così/ se undici ottavi va bene lo stesso.// Ora non c’è più tempo/ la babele arranca e il seguito striscia/ ora, non c’è più tempo» (ivi, p. 59). Oppure, con l’uso dei tropi, il tempo si fa metafora del tempo: La machene du timbe (La macchina del tempo): «La machene du timbe ésiste.// nescìune se pote gavetò/ da la machene du timbe/ quanne se mìétte a dèisce veretò» («La macchina del tempo esiste.// Nessuno si può sottrarre/ alla macchina del tempo/ quando si mette a dire verità»; Tretìppe e martìdde 2.0, pref. di L. Metropoli, nota di F. Marotta, Secop, Corato 2015).
Quest’ultimo esempio testuale introduce uno degli elementi meglio caratterizzanti la poesia di Mastropirro: è il dato di icasticità, spesso accompagnato a una visione simbolica altra, o sghemba, analogica o metaforica, irridente e desultoria dell’esistenza e a un continuo esercizio di surrealtà. Spesso si tratta di una visione che ha le sembianze naturalistiche rassicuranti, in quanto legate a un mondo di esperienza concreta e fisica, o legate a modi di dire propri dell’oralità di appartenenza (si leggano nel libro le molte espressioni comuni, le frasi idiomatiche, i mezzi detti, i ritornelli o massime popolari), a modi di pensare propri della società rurale (condensati in apologhi, sentenze e più ironici lazzi) o comunque del proprio mondo di riferimento o Koinè; e tuttavia sono visioni che insinuano germi e geni di natura sempre altra, che covano e producono soluzioni inedite, imprevedibili e paradossali. Risulteranno centrali nella riflessione sul tempo, da intendere nelle sue più svariate accezioni di tempo biologico, interiore, atmosferico, storico e musicale, ovvero legato alla ritmologia dei suoni, alla sua percussività ritmico-prosodica, a tutta una complessa e mai esibita fitta rete di corrispondenze e riprese sonore, di anafore, di ripetizioni, di catene allitterative. Sovente si riscontra infatti un continuo riferirsi o alludere ai tempi e alle pause ritmiche della musica, fino alla sovrapposizione degli elementi suono-tempo in luogo di uno spazio-tempo, come in questo prelievo dalla raccolta del 2013: «Quanne u fiote s’accarne/ ogne vibrazione devènde museche// da dà, camèine, scappe e po’ abbuaisce/ patrune-e-suotte, du timbe e du sune» («Quando il fiato s’accarna,/ ogni vibrazione diventa musica// da lì, cammino, corro e poi volo/ padrone e schiavo, del tempo e del suono»; Poésia sparse e sparpagghiote, pref. di N. Pice, postfaz. di A.M. Curci, CFR, Piateda 2013»). Non appaia al lettore un presuntuoso arbitrio se lo invitiamo a leggere due nostri precedenti interventi dedicati alla poesia dello scrittore di Ruvo, uno apparso sul Litblog «La Dimora del tempo sospeso», Il refrain libero e civile di Vincenzo Mastropirro, e l’altro su «Versanteripido»,  7 poeti del sud: Vincenzo Mastropirro (Puglia).
A un’età della vita che è quella di mezzo, in cui molto è stato compiuto ma in cui molto resta ancora da compiere del viaggio, nonostante un fisiologico calo di aspettative o attese, nonostante la fine della gioventù e dei suoi sogni, Mastropirro acuisce e affronta le questioni ineludibili di chi vive e di chi consapevolmente scrive: affronta il tema dei temi per uno scritture autentico, il sentimento del tempo e il sentimento della fine. Irredimibilmente legate a doppio filo di memoria e di destino (siano essi personali o di famiglia o sociali) appaiono allora le categorie di Spazio e di Tempo, o meglio, qui più intimamente percepite come nessi causali, di destino e di verità, da un pensiero cordiale, fisico, panico ed emotivo.
Timbe-condra-Timbe è con tutta probabilità il libro più alto, più organico e compatto per stile e per motivi, il libro a tutt’oggi più ambizioso del nostro autore. E con tutta probabilità lo salutiamo come il suo libro a tutt’oggi migliore, il più interessante di una tra le voci più nuove, meno convenzionali e più acuminate della poesia contemporanea non solo neo-dialettale. La compattezza è data da elementi di continuità tonale, tematica e linguistica ricorrenti: si va da una serie di titoli (quando ci sono, o più spesso eliminati o sostituiti da un’idea più articolata e narrativa di testi che si succedono in una suite tematicamente coesa) o di incipit al cui centro frequentemente è il lemma timbe (tempo): è il  caso del primo testo, o testo ancillare che si intitola …e u timbe scuorre, …e il tempo scorre dove si procede nella enumeratio degli anni vissuti e si scandisce l’esistenza in quattro tempi fisiologici; il tempo dunque già ripartito o suddiviso in scansioni temporali dell’esistenza, dal Panta rei eracliteo sempre più a fondo fino alla modernità del pensiero leopardiano e heideggheriano, e fino alle suggestioni della filosofia e della teosofia contemporanea: Teilhard De Chardin, con il pensiero del divenire e del mutamento, e Derrida e Nancy con l’analisi delle nuove ‘comunità’. Il tempo dunque già ripartito o suddiviso in scansioni temporali dell’esistenza. Altro titolo è u timbe u sope, Il tempo lo sa: un testo che inscena un continuo combattimento tra dire e il non poter dire, in cui il Tempo si erge a figura archetipa di divinità pronta a punire la tracotanza o Hybris dell’uomo.
E poi, nell’ultima parte del libro, in posizione strategica troviamo un trittico di testi notevoli inaugurato dalla poesia eponima, e che sono: Timbe-condra-Timbe, che annuncia la modalità nonsense o contraddittoria di affermare e negare senza soluzione di continuità attraverso i ritorni sonori e lessicali; il Canto a due voci au timbe de fèssbbùk che programmaticamente già nel titolo condensa la compresenza delle due lingue, una sorta di cadenzato e ritmato ‘testo a fronte’, infine dal testo, senza titolo, che chiude il libro, il cui incipit annuncia: Il tempo ripete il tempo, una lettura panottica delle generazioni e, per via allusiva, delle epoche tutte che si susseguono e ripetono nella ‘variazione dell’identico’. Infine gli incipit che ossessivamente cadenzano l’avventura ricognitiva: «U timbe nan passe cchjue/ quanne sé ca nan stè cchjù timbe» («Il tempo non passa più/ quando sai che non c’è più tempo»), dove con formularità circolare la parola timbe apre il primo e chiude il secondo verso;  oppure: «Mbèratànde ca u timbe passe» («Intanto che il tempo passa»), dove il trascorre del tempo apre alla riflessione sulla vanità umana, e con lieve sprezzatura nichilista, sulla vanificazione delle cose e delle aspirazioni; o ancora, l’incipit «U timbe è lunghe quande è lunghe» («Il tempo è lungo quanto è lungo»), dove partendo dalla constatazione della durata ultratemporale o dalla dimensione metatemporale del Tempo, la riflessione contempla la ricerca o tensione alla verità che urta miseramente contro un orizzonte di non verità.
Timbe-condra-Timbe è un libro di contrasti, un percorso alla ricerca continua di smascheramento degli infingimenti e delle pose, siano esse umane o letterarie, dei mascheramenti. È una lettura del genere umano, ma anche del suo opposto, variamente alluso: il divino; una lettura impietosa e spietatamente leopardiana, in chiave antropologica, che travalica il presente soggettivo e personale a cui l’autore, lirico malgrado sé stesso, tuttavia non rinuncia, pur concedendo il minimo grado di complicità o benevolenza, e sottoponendo il tutto (sé stesso compreso) a un elevato grado di sarcasmo e ironia: si pensi ad un testo irridente quale Coniugazione poetica, o l’ironia di La scernòte La giornata), un testo di quattro distici in cui l’anafora cadenza come un mantra o una litania giocosa la parodia dei ‘poeti’. Altrove, e più frequentemente, è il Tempo stesso, rappresentato come un vecchio e sornione semideo a farsi beffe dei mortali. Di qui in parte deriva una risonanza di classicità mai sconfessata e mai esibita, eppure riaffiorante tra le pieghe dei versi, tra le sottili sfumature di una cultura poetica, letteraria e musicale, stratificate e complesse che sa cogliere tutti i nessi tra Tempo e fine del tempo, tra tempi e controtempi, tra variazioni e riflussi, tra continuità e metamorfosi.
Tutte le immagini di natura, di un mondo rurale a cui per DNA Mastropirro appartiene, sono deprivate della loro miccia più scopertamente emotiva, svestite delle povere vesti popolari e lessicali ed esaltate a motivi-emblema: il lettore legga ad esempio uno dei componimenti più importanti del libro: La melagrana, e ne colga la natura simbolica di frutto tanto povero, e tanto popolare. Oppure il lettore si soffermi su un altro testo-emblema del libro: La lasagne, splendida metafora culinaria del corpo, con i suoi strati e un interno pulsante.
Tre testi infine, segnaliamo tra i molto validi e di opposta natura e tuttavia afferenti a una radice comune, a una comune origine: U ardaspalle (Lo scialle), un documento etnografico quasi, rappresentato dall’oggetto di lana che ha accompagnato e scaldato per secoli le donne: è una tra le più nitide immagini di un mondo rurale in via di scomparizione, e di grande sensibilità dell’autore nel ricordare le abitudini, e un modo di vivere domestico della civiltà: l’antico sferruzzare delle donne protette dallo scialle di lana nel tepore delle cucine. L’altro, U ardùocie (L’orologio), prospetta la visione simbolica di una realtà rovesciata o paradossale: il controtempo col tic-tac sotto sopra. Infine U àscene mequote (L’acino marcio) il testo più scopertamente kafkiano che ci presenta la visione inquietante di una realtà paradossale, bulimica e proliferante, in cui il cibo è il marcio, e l’immondizia viene consumata senza soluzione di continuità nella catena alimentare.
Timbe-condra-Timbe offre al lettore spunti ed elementi di riflessione e di consapevolezza attraverso una proposta non ovvia, non convenzionale, e tuttavia affidata sempre a una parola comunicativa, chiara e intellegibile. Non sono molti i poeti, specie tra i neo-dialettali delle ultime generazioni, che oggi raggiungono gradi di pensiero elevati non perdendo mai di vista la congruità e, ci sia concesso, la bellezza non scontata e sempre strutturata della scrittura in versi: pensiamo a Emilio Rentocchini, a Fabio Franzin, a Edoardo Zuccato; e, tra questi, senza se e senza ma, inseriamo volentieri Vincenzo Mastropirro.

©Manuel Cohen

Timbe-condra-Timbe

Me piosce métte ‘nzime
parole ca nan discene nudde
e chìésse so proprie chère.

Senò canzòne stenòte
timbe-condra-timbe
a timbe pe’ sennò.

Scimmìnne au sunne tranquille
e fò ‘nnammeròte in dialìétte
astemanne r’astaime ca nan stuonne.

Tempo-contro-Tempo

Mi piace mettere insieme/ parole che non dicono niente/ e queste sono proprio quelle.// Suonare canzoni false/ tempo-contro-tempo/ a tempo per sognare.// Addormentarmi tranquillamente/ e fare l’amore in dialetto/ bestemmiando le bestemmie che non stanno.

 

La saite

So apirte na saite
ed è scuòte u sanghe a gocce a guocce.
Ogn’e àscene pore na gocce de sofférìénze
ca la saite se sfùorze de tenaje ‘nzime.

A vedìélle da fore,
è tùoste, rùosse e aggarbòte
spaccaresciòte au punde giuste
cume u core ca ne sckatte ‘mbitte
pe’ chère ca sèime e chère ca petaime ìésse.

La melagrana

Ho aperto una melagrana/ ed è scolato il sangue a goccia a goccia./ Ogni acino sembra una goccia di sofferenza/ che la melagrana si sforza di tenere insieme.// A vederla da fuori/ è dura, rossa e bellissima/ con crepe al punto giusto/ come il cuore che ci scoppia nel petto/ per quello che siamo e quello potevamo essere.

 

L’ètérnetò

A nu funéròle,
so acchiòte iune ca chiangiàje
e chiangiàje cu tutte le sinze.

Ci t’è murte?
Nescìune – m’è ditte – stoche dò
assalìute pe’ chiange l’ètérnetò.

L’eternità

A un funerale/ ho trovato uno che piangeva/ e piangeva con tutti i sensi.// Chi ti è morto?/ Nessuno – mi ha detto – sono qui/ solo per piangere l’eternità.

 

U ardaspalle

U ardaspalle
arevuogghje aneme e curpe
ma cure ca faciaje mamme
rescaldaje pure u core
cure core ca me sckattaje ‘mbitte
assaliute a vedaje felò la lone.

Fèile e fèile calde, ca sfèrruzzajne colorote
e ‘mmìézze a re mone saue e l’arie s’agnaje d’ìédde.

Lo scialle

Lo scialle/ copre anima e corpo/ ma quello che faceva mamma/ riscaldava pure il cuore/ quel cuore che mi scoppiava nel petto/ solo a veder filare la lana.// Fili e fili caldi/ che sferruzzavano colorati/ tra le sue mani/ e l’aria si riempiva di lei.

 

Vincenzo Mastropirro (Matera 1960) è di Ruvo di Puglia e vive a Bitonto (BA). Flautista e compositore. Dal 1987 suona col Trio «Mauro Giuliani» per importanti teatri e sale concertistiche in Italia e all’estero. L’amore per la poesia lo porta a musicare testi di Alda Merini e Vittorino Curci. Ha inoltre composto alcuni brani per il jazzista Paolo Fresu & Alborada String Quartet e per il duoSakis Papadimitriou e Giorgia Sylleou. Nel 2007 ha realizzato un CD antologico di musiche originali con le poesie del poeta Giampiero Gelmi, pubblicato da LietoColle, mentre nel 2010 ha composto la musica per La bambina cieca e la rosa sonoradi Anna Maria Farabbi (LietoColle, 2010). In poesia ha pubblicato le raccolte Nudosceno (LietoColle, 2007); Tretippe e martidde. Questo e quest’altro (Giulio Perrone, 2009); Poésia sparse e sparpagghiote, Poesia sparsa e sparpagliata (CFR, 2013); Timbe-condra-timbe. Tempo-contro-tempo (apparso con prefazione di M. Cohen nella collana ‘AltreLingue’, Puntoacapo, 2016). È stato inserito nelle antologie Pugliamondo (Edizioni Accademia di Terra d’ Otranto/Neobar, 2010), Guardando per terra – Voci della poesia contemporanea in dialetto (LietoColle, 2011) e Materia Prima 13 Poeti (Giulio Perrone, 2012) e L’Italia a Pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila (Gwynplaine, 2014). Ha ricevuto alcuni tra i più prestigiosi premi riservati alla poesia in dialetto, tra cui: Il Lerici-Pea, sez. Paolo Bertolani.

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