Sulla poesia di Giacomo Viti (Nota di Francesco Iannone)

 

Chi è Charlie?
Un interlocutore che sosta fra una piega e l’altra dei versi di questo giovane poeta.
Charlie ci guarda e sembra volerci forare la pelle con un chiodo.
È cattivo, Charlie, o forse è la mano che regge l’argine del lago attorno a cui il nostro autore sembra compiere un giro.
Charlie è un compagno ma è anche l’altra faccia della speranza e della disperazione.
Un muro, le sue fondamenta, e noi sopra, con le bocche agganciate all’intonaco, con le dita fra le crepe della casa. Tutto questo è Charlie ed altro ancora.
Queste di Giacomo Viti sono poesie di un viaggio quieto e col tormento di un orizzonte offuscato davanti. Viti non è un esploratore eccitato dalla scoperta, nessuna euforia nel deporre la parola sulla pagina. Penso più che altro allo scultore, al suo sguardo acuto, alla sua visione tridimensionale e al vigore con cui posiziona lo scalpello sulla pietra: c’è la precisione del gesto, la forza calibrata esattamente, la giustezza nel sottrarre materia all’intero.
Ma dov’è Charlie? Charlie è in “ogni odore/ dei fiori” che lo “narra in silenzio”, lui che non sa “restare lontano da questa rupe” presta la sua ombra al nostro autore e lo costringe a guardare giù, ad abbracciare la sua vertigine.
Si esiste “in cianfrusaglie”, si rimane un passo indietro all’essenziale, perduti nella folla. E cosa resta di Charlie alla fine? Un segno, una traccia, sovrabbondanze di mondi sconosciuti, il “sapore di legno bagnato”, fragore di schegge, “frantumi”.
Il mondo ha un peso e il nostro autore è “stanco”, e Charlie sembra volergli porgere il fianco, tendere la mano. Charlie sente il rumore del sangue che scorre sotto i nostri piedi, le pulsazioni delle arterie che traghettano con mite saggezza le parole da una riva all’altra. Ma forse Viti ne ha terrore, e perciò si scherma lo sguardo con le mani.
Eppure dai versi si alza potente un grido che non è mai urlato, ma è tutto raddensato nelle vene; Charlie ha un desiderio e una speranza: non vuole “tramontare qui”, ma sarà necessario ancorarsi ad un suono, un movimento, farne incessantemente memoria: “Lo senti?/ È il ritmo che non potrai scordare/ filo cui si lega ogni tuo punto”.

© Francesco Iannone

Charlie, sono stanco. Scrivo dal vetro
di una casa che ho incontrato
dopo essermene andato. Lisa
è stata rinchiusa in quel posto
fuori città, fuori mano. Ho fame,
troppa, per andare a salutarla.
Vedeva demoni. Fossimo stati
meno attaccati alle serate,
lo sai, li avremmo presi per noi.
Fossimo stati…

La via del Lago, dissolta la pèntima,
s’è capovolta alla tua assenza
e nulla ascolta e più non ci culla.
Non sa se, mancandoti, sai mancare
a questi rami, a ogni odore
dei fiori che ti narra in silenzio.
Ti scriverò forse dal colle dove
curvo lottavi per un’esistenza,
una vita, o per farla finita.

Charlie. Fossimo stati un passato
ti pregherei di riandare, ma non sai
restare lontano da questa rupe
sulla scalata – dicevano – sacra.
Fossimo stati…perdonami l’asta
che ti fece inciampare o l’astio
lo spazio che adesso ti stringe
ti costringeva allora ad andare.
Le radici, lasciate a segnarti,
a dire “ecco! Io ero”, sono orme
andate forse disperse nell’acque.
Giuro, le ho cercate, ricercate.
Giuro.

Non ho imparato a non esistere
in cianfrusaglie. Dicevi “frantumi”.
Quali fiumi ora mormori? Indiani
non siamo. Non più. Lo sai: non so stare.
Solo restare. Non siamo lontani
più di quanto Lisa non lo sia, tua,
la fanciulla, lo strazio senza sole.

Fermati al varco, arsenioforme:
voglio chiederlo adesso se posso
non credere alle stelle d’estate…

*

Quassù, Charlie, il nostro battesimo
è riflesso: Sulla panca di pietra
ti credo merlo senza storia, ma
non c’è memoria a tenere la pioggia
che si conta sulla conca. Volevamo
che l’acqua emergesse e non fosse
residuo – Lago – dell’ira piovana;
non riesco a trattenerti se cerchi
un detrito di guerra. Poi riemerso
parti ferito. Trincea la tua tana.
Ancora rivedo il tuo sapore
di legno bagnato, quercia sfrondata
che insegui la lingua delle piante e
tanto regali ai tuoi rami. Giugno
ti sorprende sospeso e non guardi
alle nubi come tende serrate
veloci ad annunciare che è tardi
– È tardi! – Diciamolo per sempre.

Il sole già cade e perdi le strade
lasciate alla volta dell’inverno,
alla porta di casa di Adele…

*

– Che la tua tana sia questa fessura
sulla barca, nient’altro so chiederti;
sì, sopporti da tanto lo svociare
di castelli che s’incastrano se
nel solito sterile dover stare
sei reso a qualunque nubifragio

è levigata questa roccia, Làsciati

– Sarà vera ogni destinazione
è la sola prigione che giungeva
non mi concedi altra fuga, strappo
che non sia deragliato verso casa
nessuna voce t’invio di rotaie
ma ti ricamo dall’aria d’un orto

dicono, di noi, non resterà nulla

– Ma quale ruolo darai all’amore
in questo ritornare di rotaie?
Non basta un’attesa incenerita
la tenerezza che si ostinava
a volerti redimere. Nel Lago
amerai essere ciò che sei stato

Dio sincero che chiude il cielo

– Serena. È l’aria d’un clarinetto
in superficie, questa pace, Charlie
che mi divide se non vedo demoni.
Non mi è chiaro cosa canteranno
se una festa in marcia mi spetta
o il rispettato silenzio dei morti

ma è davvero questo mio morire?

– Provengo da un Lago, è il freddo
il freddo che mi porto dentro casa.
Sono stato nel giorno, ti guardavo
nella notte poi ti accompagnavo
ora gelido tepore la gola
ma la grappa, ricordo, ci scaldava

Adele sta a Nord, la stella che cerchi.

Questo è un dettato, Charlie. Saprai salvarlo.

*

Non sei chi ti saprà custodire,
stanare alcuna declinazione
se stavi tentando un calderone
di rotaie, rotazioni, raggiri
e di questo niente può importare.
Incontrarsi ancóra ad ogni punto,
ad ogni raggio che si realizza
e puoi seguire, ancóra. Lo senti?
È il ritmo che non potrai scordare
filo cui si lega ogni tuo punto.
Puoi sentirlo. Muro chiuso al pianto.

Ma questo è il cuore, Charlie. Dovevo dirlo.

*

Questa canzone è il tuo segreto
si ripete dall’inizio del viaggio
ad ogni via della storia. Riposo
è ciò che cercavi, Charlie, e quindi
t’immolerai su questa Terra d’ombra?
Rosso ti sgorga, non vuoi tramontare
qui; non c’è più aria per viaggiare:
ogni aiuto sarà rifiutato.

 

Gino Giacomo Viti nasce il 17 novembre 1996 a Genzano di Roma. È studente di Filosofia presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

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