Da Todavia la sangre di ROMINA CAZÓN, traduzioni di Federica Volpe

Todavia la sangre

I

A volte quando il pianto mi sveglia tutta moribonda, mi avvicino alla finestra
e muovo la tenda per vedere se qualcuno abbia gli stessi aghi conficcati negli
occhi, per vedere se qualcuno abbia lo stesso sangue. Ed é quando abbraccio timidamente
la tela, come se l’atto rappresentasse dimenticare un paese, ma è assurdo confidare
nella mia memoria, è assurdo dire che mi strapperò la testa se torno a ricordare.
Lo feci per tanti anni che già non credo nelle vocali che la mia bocca espelle. Credo solo
negli dei e nessuno di loro mi ha concesso il desiderio e nonostante questo, io li
perdono.

A veces cuando el llanto me despierta toda desahuciada, me acerco a la ventana
y muevo la cortina para ver si alguien tiene las mismas agujas clavadas en los
ojos, para ver si alguien tiene la misma sangre. Y es cuando abrazo tímidamente
al lienzo, como si el acto representara olvidar a un país, pero es absurdo confiar
en mi memoria, es absurdo decir que me arrancaré la cabeza si vuelvo a recordar.
Lo hice tantos años que ya no creo en las vocales que mi boca expulsa. Sólo creo
en los dioses y ninguno de ellos me ha concedido el deseo y sin embargo, yo los
perdono.

 

V

Essere agile ha un lato pungente: spesso anelo non capire gli uccelli
quando riposano sopra la porta della mia casa, però a sentire i loro canti che
logorano docilmente le mie orecchie mi arrendo al culto, al sacro culto di tenere d’occhio
le ragioni per le quali viaggiano. Nella tasca dei miei pantaloni, ci sono le
stesse ragioni e singhiozzo la carne. Anelo anche non capire le fotografie,
quando dalla mia poltrona color caffè intravedo e non ricordo i volti e i
nomi. Tuttavia nelle viscere ho il dolore di una domenica quasi sul punto di
piovere.

Ser ágil tiene un lado punzante: a menudo ansío no entender a los pájaros
cuando descansan sobre la puerta de mi casa, pero al escuchar sus cantos que
rozan mansamente mis oídos, me rindo al culto, al sagrado culto de echarle un ojo
a las razones por las que ellos viajan. En la bolsa de mis pantalones, están las
mismas razones y sollozo la carne. Ansío también no entender las fotografías,
cuando desde mi sillón color café las vislumbro y no recuerdo los rostros y los
nombres. No obstante en las entrañas tengo la congoja de un domingo casi por
llover.

 

VIII

E se la voce è l’armonia delle ossa; allora grido in solitaria il sangue
nella mia alcova; grido il male di non sapere fino a dove vado, quando ci sono molti
viali senza nome, grido le pieghe del mio sogno per vedere se ometto che sono
straniera
E se le parole sono la quiete per la lingua; allora sputo l’abbecedario in
un tovagliolo che mamma mi fece quando ero bambina, sputo il dialetto del corpo e
eseguo il verbo sanare in una poltrona. E se la poltrona è il riposo per i miei tessuti,
allora mi siedo con la nostalgia e i miei defunti.

Y si la voz es la armonía de los huesos; entonces grito solitariamente la sangre
en mi alcoba; grito la dolencia de no saber hacia dónde voy, cuando hay muchas
avenidas sin nombres, grito los pliegues del sueño para ver si omito que soy
extranjera
Y si las palabras son el sosiego para la lengua; entonces escupo el abecedario en
una servilleta que mamá me hizo cuando era niña, escupo el dialecto del cuerpo y
ejecuto el verbo sanar en un sillón. Y si el sillón es el reposo para mis tejidos,
entonces me siento con la nostalgia y mis difuntos.

 

© Romina Cazón

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