The Mengwees: ‘Cronache del disincanto’. Intervista a Luigi Pozza

disegno di Silvia Salvagnini

Il loro ultimo disco, Cronache del disincanto, è disponibile su Spotify: qui

Il vostro nuovo disco si intitola Cronache del disincanto ed è da poco uscito come autoproduzione. Domanda d’obbligo: la sua gestazione consta di quanto tempo? E qual è la formazione che vi ha suonato?

Le prime canzoni che ho scritto per le cronache ovvero Le avvertenze e Quello che sei risalgono ormai a due anni fa… credo… forse anche di più! Poi sono venute tutte le altre fino a Interrail che è stata scritta qualche giorno prima che venisse registrata, ovvero verso la fine del 2017. Quindi per fare tutto – con molta calma – ci abbiamo impiegato più di due anni.
Nel disco ha partecipato la vecchia guardia ovvero io, voce/chitarra, e Francesco Perale che ha suonato tutti gli strumenti a corda e l’armonica. Poi c’è Simone Cimo Nogarin che si è occupato di basso, chitarra e percussioni (oltre che a tutta la fase di registrazione). Al violoncello c’è la giovanissima Federica Ceccato e per ultima − ma non per importanza − c’è Moira Mion al pianoforte e fisarmonica. Nel disco ci sono poi due ospiti, ovvero Anna Tonello alla voce e Andrea Wob Facchin dei Mr. Wob and the Canes che presta la sua voce nella canzone Theriaca.

Mi pare che i pezzi oscillino tra canzoni narrative e canzoni che hanno più un taglio civile, meno legato a un “personaggio”. In particolare penso a Isidora (deandreiana, per come la sento) e Le avvertenze, che invece ha tutt’altra ispirazione e parla alla gente in modo diretto e meno letterario. Come ti muovi tra composizione e composizione, tra tradizione e novità, fermo restando che questa dicotomia potrebbe essere soltanto una mia interpretazione?

Si è corretto. Come autore credo di muovermi su due binari paralleli. Uno più folk, poetico e intimo se vogliamo, dove racconto storie e favole personali. Dove mi sembra di concentrarmi più su singole vicende umane. Ed uno più diretto, più rock, dove tendo a mirare verso temi più universali o sociali. Alcune volte mi trovo a fondere le due strade come nella canzone che dà il titolo al disco.
Le canzoni delle cronache sono nate con l’idea abbastanza precisa di raccontare un percorso di formazione personale. Una vita che lentamente prende coscienza di sé attraverso crolli, riprese, amori, disincanti umani e politici − per l’appunto − e che alla fine chiude un cerchio. Questo mi ha portato ad usare diversi registri nella costruzione dei testi e poi delle musiche − che nel mio caso, sono molto elementari − in modo funzionale a quello che volevo raccontare.
Non so se ci sono riuscito.
Mi chiedi come mi muovo tra “tradizione e novità” ma non saprei risponderti… sono troppo istintivo e ignorante per sapere dove vado davvero. Io − anche se Francesco sostiene il contrario − non mi sento musicista. Mi limito ad esporre un testo e degli accordi e cantarlo meglio che posso. A vestire il tutto ci pensano Francesco, Cimo e gli altri veri musicisti della tribù.


Mi pare che i riferimenti che si possono scorgere nelle canzoni, anche musicali, siano vari. Facile citare Fabrizio De André, ma ci sento molto anche Edoardo Bennato, ad esempio in C’è un bambino e Tramontando. Quali sono stati i tuoi “maestri” e in cosa hanno fornito modelli, secondo te, ancora riconoscibili e da cui, invece, ti sei distaccato negli anni?

De André ad essere sincero l’ho scoperto, se così si può dire, tardi. Quando ormai avevo già ascoltato una caterva di artisti sia italiani che stranieri. Da ragazzo tutti mi dicevano: devi ascoltare De André perché è il più bravo. Ed io testone e bastian contrario invece lo rifiutavo dedicandomi ad altri più “rockettari” come Finardi, Graziani, De Gregori, Silvestri o appunto Edoardo Bennato che è sicuramente il primo dei cantautori che ho incontrato. La prima audiocassetta pirata registrata in quarta elementare era di Edo.
Poi seguendo la mia strada e i miei tempi ho incontrato anche De André e la sua unicità. Ma ero già più che ventenne e forse è stato un bene. Ora di De André ascolto tutto spesso e volentieri; invece di Edo solo le cose vecchie quando voglio gridare per casa o in auto… Anche se il suo ultimo disco non è affatto male. C’è un bambino è spudoratamente Bennatiana e suonarla mi diverte un mondo. Quando suono Isidora invece ho il terrore… forse proprio perché mira a mete irraggiungibili… o solo perché non so arpeggiare come si deve… infatti nel disco la mia parte l’ho ceduta con gioia al piano di Moira. Ed ho fatto bene perché è stata bravissima.
Quanto ai “maestri”, fatico molto a rispondere… Sono moltissimi e nessuno.
Per dirti… mi piacerebbe suonare la chitarra come Nick Drake ma, come dicevo, arpeggio come una capra. Non ci riuscirei nemmeno fra mille anni. E potrei citarti molti altri da cui prendo spunto o ispirazione, perché sono sempre stato onnivoro di musica. Senza pregiudizi di genere. Ora che lavoro al Centro Giovani di Bressanone ad esempio mi sto sciroppando ore ed ore di musica rap per certi versi terrificante, ma per altri molto, molto interessante. E sono certo che questo influenzerà quello che scrivo.
Forse la verità e che sono un punk inconsapevole…!

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Vorrei che ci parlassi del titolo dell’album, così evocativo ed efficace in un tempo che invece inganna e fagocita – mi verrebbe da dire anche temi che troviamo in molti testi del disco. Ti chiederei di parlarci anche della copertina e di quale sia stata la spinta (il concept da voi suggerito) per realizzarla.

Nel libro di Christian Arnoldi Tristi montagne, c’è un capitolo che si chiama: cronache del disincanto. Quando l’ho letto non ho potuto che sceglierlo come titolo della canzone omonima e poi del disco. Le Cronache mi sembra essere una sorta di summa di tutti i temi del disco abbracciati da un comune denominatore: la montagna. C’è la sconfitta umana − una delle due voci a parlare nel testo è un suicida (forse mancato) − il disagio sociale di un luogo bellissimo − ma in realtà di moltissimi altri luoghi − e fuori tempo (soprattutto fuori mercato) come le montagne del Comelico dove ho lavorato per molti anni e che amo smisuratamente. Ma c’è anche la speranza dell’altra voce della canzone, che ricorda, che non dimentica la fatica ma che ascolta e cerca di capire e di mutare la marea… Cavolo, difficile da spiegare… troppa roba per una canzone!!
La copertina invece è senza ombra di dubbio Isidora. È stata creata da una cara amica, poetessa e illustratrice straordinaria che si chiama Silvia Salvagnini. Quando ho chiesto a Sissi di pensare alla copertina, dopo averle fatto sentire le canzoni e leggere i testi, ha scelto subito Isidora come ispirazione − forse perché conosce il segreto di quel testo… chissà − e come sempre, quando lavoro con lei, è stata buona la prima. Nessuna discussione o ragionamento. Davvero, non c’è molto altro da aggiungere a riguardo. Con Sissi va sempre così. Mi affido a lei perché, per qualche misterioso motivo, sa leggermi. Fin da quando ho cominciato a ragionare alle cronache come un disco, sapevo che Silvia ne avrebbe disegnato la copertina. Lei o nessun’altra.

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Alla luce di una specificità, il tuo impegno – mi verrebbe da dire “intellettuale” anche se temo sia una parola che rifiuterai –, da anni, in un luogo qual è l’Ateneo degli Imperfetti a Marghera, dove si tratta di educazione libertaria, quali sono i pensatori che, nel tempo, hanno nutrito la vostra musica? Ma anche la tua esperienza e che continuano a farlo? Secondo te in che modo hanno influito sulle canzoni e soprattutto in quali?

No no… “intellettuale” no! L’intellettuale è una persona che sa molte cose, le capisce, sa parlarne, spiegarle e soprattutto vedere oltre quelle cose stesse. Io non sono in grado di farlo. Men che meno per quanto riguarda l’educazione libertaria. Pur frequentandola da moltissimi anni ormai resto ancora un pivello, non saprei parlarne con cognizione di causa. Forse anche perché all’Ateneo degli imperfetti ti ritrovi davanti a delle vere “istituzioni” in merito. Persone che di anarchismo e cultura libertaria ne sanno a pacchi e ascoltarli è un vero godimento. Mi manca molto l’Ateneo ora che vivo a Bressanone. Anche se la mia presenza, per carattere, non è mai stata forte e partecipa-attiva. Consiglio a tutti di andarli a trovare durante i loro incontri e fare due chiacchiere bevendo vino e mangiando cose buone.
Nella musica dei Mengwees l’anarchia c’è eccome (penso a Le avvertenze o Theriaca ma anche in Isidora che essendo una fiaba è “anarchia naturale” del raccontare, come direbbe Novalis) ma non è mai sbandierata, perché l’anarchia − per me − è una forma di pensiero, di sentimento personale molto intimo prima che di lotta o rivoluzione.
Se devo dirti un nome che abbia in qualche modo ispirato le canzoni… ti faccio quello di Francesco Codello, esperto di scuola e di educazione libertaria. I suoi libri sono “semplici” e diretti. Accessibili anche ai meno ferrati sull’argomento anarchia e soprattutto ai più giovani. Francesco ti permette di addentrarti nell’argomento senza paura . Così poi passi a Malatesta, Camus, Ward e moltissimi altri “mostri”…
In questo momento io vado matto per uno scrittore anarchico svedese: Stig Dagerman, morto suicida giovanissimo, ma con le idee molto chiare su come gira il mondo. Nei crediti del cd c’è una sua citazione e in qualche mia futura canzone ci sarà sicuramente posto per lui.

© Luigi Pozza

intervista a cura di Alessandra Trevisan

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