Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

PALINSESTI DI POESIA
a cura di Manuel Cohen

(Dopo alcuni anni di assenza dal web, o di presenza rapsodica sui litblog «I poeti del parco», «Lapoesiaelospirito», «Marchecultura», «Perigeion», «Poesia2.0», «Puntocritico» e «Versanteripido», torno con una rubrica fissa, in continuità ideale con il ‘Repertorio delle voci’ (luglio 2009-agosto 2014), a suo tempo apparsa e ancora visionabile su «La dimora del tempo sospeso». Vengono qui riproposti, a volte variati o rivisti, scritti critici di proteiforme natura, siano essi interventi e saggi, mappature e appunti di geocritica, brevi profili, recensioni o prefazioni, interviste ed editoriali militanti, precedentemente apparsi in volume e su rivista negli ultimi anni e, sia pure, vi troveranno collocazione eventuali nuovi scritti per la rete. Ringrazio sin da ora la Direzione di Poetarum Silva per l’invito, per la cura e per l’ospitalità. Sperando nella pazienza del lettore del web, inizio la rubrica con un intervento forse poco adatto a questo luogo virtuale. Tuttavia vuole essere in qualche modo introduttivo alla rassegna e allo specifico della poesia in atto. Qui ho eliminato gli apparati di note, ho lasciato la bibliografia orientativa e ho apportato lievi modifiche al testo. Si tratta di una relazione presentata a un convegno di Studi svoltosi all’Università di Urbino nel 2012. Poi pubblicato in Germania: M. Cohen, Appunti per una mappatura della poesia italiana, in: AA.VV., Spazio/Tempo un progetto culturale, AVM-Akademische Verlagsgemeinschaft, München 2013, pp. 94-110)

 

Appunti per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea; mapping, ricognizioni su movimenti in progress di geopoetica

“La descrizione della confusione è qualcosa di diverso da una descrizione confusa.”
(W. Benjamin, Parco Centrale, in, Angelus Novus)

“Non occorre sottolineare la strettezza dei limiti di tale inchiesta. Né aggiungere che condizione prima della ricerca è la pazienza dei limiti.”
(C. Dionisotti, Premessa e dedica, in Id., Geografia e storia della letteratura italiana)

“Nel dopoguerra, le due coordinate su cui si fondava il piano dell’esistenza attraversarono una fase critica. Il tempo era ormai privato della sua principale metafora strutturante, mentre lo spazio unitario […] si era smarrito.”
(B. Westphal, Geocritica. Reale Finzione Spazio)

I. Alle origini della Geocritica

Allo stato attuale dei lavori, sembra che sia trascorso un tempo di gran lunga maggiore rispetto al quasi cinquantennio che separa dalla stagione in cui si realizzavano una decisiva virata e un nuovo impulso allo studio della Storia della letteratura italiana, grazie all’opera di Carlo Dionisotti, al fondamentale contributo Geografia e storia della letteratura italiana. Si deve a quella raccolta di saggi, scritti nell’immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta, il tentativo, tra critica e polemica culturale, politica e sociale, tra filologia e engagement, di superamento della concezione storicista unitaria e post-unitaria che trovava la massima chiarificazione nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Opponendo a essa una lettura da cui emergeva il carattere marcatamente policentrico dell’Italia e, va da sé, della cultura del paese, Dionisotti forniva nuove ascisse e coordinate spaziotemporali che avrebbero riverberato con nuova luce le linee e i solchi, prossimi e remoti della storiografia letteraria. Tra i passi illuminanti, il capitolo Varia fortuna di Dante, un rapido excursus che attraversa i secoli e giunge al primo Novecento, e che oltre a restituire autorevolezza a un autore fondamentale e paradigmatico, getta le basi per una lettura geocritica sinottica e panottica, translinguistica, europeista e comparata, che presenta tratti di similarità, fatte le debite distanze e proporzioni, con la situazione attuale:

[…] il rapporto fra scuola e letteratura, tra tradizione e innovazione non poteva più essere, nell’età dannunziana, quello d’un tempo. I due rami della famiglia erano ormai divisi: il ramo vecchio non aveva più né autorità né controllo sugli arbitri del nuovo. Passata la tempesta della guerra, apparve chiaro che la scuola era ormai tagliata fuori anche dalla critica militante, nonché dalla letteratura. […] Frattanto la letteratura nuova si allontanava sempre più in altra direzione e si isolava a sua volta, disinteressandosi d’una tradizione domestica che, così com’era conservata e illustrata dalla scuola e dalla critica ufficiale, non la toccava più davvicino. Nel 1922 si concludeva con la vita la ricerca di Proust e usciva l’Ulisse di Joyce. Stanca, nonché sazia, di poesia, e stretta alla gola, in patria, dalla imperante retorica nazionalistica, la letteratura italiana cercava salvezza nella prosa, e per sopravvivere cercava di respirare, quanto più fosse possibile, l’aria che di fuori le veniva dall’Europa. Poté così anche scoprire che altrove una nuova poesia era sorta ad opera di uomini, Pound, Eliot, che avevano fatto propria la lezione di Dante in modo alquanto diverso da quello praticato e raccomandato in Italia. Ma non era scoperta che allora importasse. La via della salvezza passò in quegli anni, nel primo decennio dell’era fascista, da Pirandello a Svevo, e fu tutta, così in prosa come nelle brevi evasioni poetiche, coerentemente estranea alla tradizione storicoletteraria italiana e alle proposte della scuola e della critica ufficiale. Più tardi, nel secondo decennio dell’era fascista, il frazionamento della cultura italiana si venne attenuando, in parte spontaneamente, in parte per imposizione o seduzione politica; ma era durato abbastanza perché ogni settore nel suo isolamento avesse avuto agio di riflettere sui casi propri. Certo il ritorno in più angusto spazio della scuola universitaria alle sue origini postrisorgimentali e postromantiche, all’esercizio di una filologia detersa da ogni mitologia retorica, non si spiega se non tenendo conto di una previa, ormai inconsapevole incapacità della scuola a intervenire efficacemente da un lato della vita politica, dall’altro nella letteratura contemporanea. Se anche sia difficile pronunziare giudizio su eventi che nella memoria dei superstiti si affollano ancora segnati e involti dalla passione di parte, probabile sembra la conclusione che il mito nazionalistico, rivoluzionario prima e risorgimentale poi, di Dante, precipitosamente decadde e si spense in Italia nella prima metà di questo secolo, fra l’una e l’altra guerra europea e mondiale. Restò naturalmente Dante, e riapparve isolato, diverso e in parte nuovo, nei tempi grossi. Riapparve nel 1939, quando un editore torinese, Giulio Einaudi, noto per pubblicazioni di tutt’altro genere, e per aver raccolto intorno a sé il nerbo di un’opposizione politica giovanile, aggiuntasi a quella tradizionalmente schierata fra Napoli e Bari sotto la guida del Croce, pubblicò l’edizione delle Rime curata da Gianfranco Contini. In questa edizione, monda di ogni compromesso col passato, per la prima volta si ristabilì un punto d’incontro fra la più esperta filologia universitaria e la corrente ermetica che era in quel momento stesso all’avanguardia della letteratura militante in Italia. A distanza, e ripensando all’antefatto, l’incontro appare decisivo. Finita appena la guerra, in altro libro pubblicato a Torino da Einaudi, Cesare Pavese, riesaminando in appendice a Lavorare stanca la sua esperienza di poeta e di scrittore, concludeva che era venuto il tempo di ritornare a Dante. Certo non pensava alle Rime: pensava proprio alla Commedia. Né si vede a quale altro testo dell’antica poesia italiana fosse ancora possibile richiamarsi. Non perché la lezione, che si era rivelata fondamentale, del Petrarca e del Leopardi, e in parte anche del Manzoni prosatore, avesse perso alcunché della sua validità. Né perché la guerra e il dopoguerra, avendo rimesso in questione l’unità e l’indipendenza dell’Italia, avessero anche rimesso in onore l’idolo risorgimentale di dante, poeta della nazione. Vero è che in questione e a nudo erano stati rimessi i limiti provvisori, angusti, inaccettabili della nuova Italia, di quella unità e indipendenza, e che lo sforzo da ultimo concorde di scrittori e studiosi impegnati insieme nel loro mestiere e nella lotta politica avesse portato a riconoscere nel linguaggio preumanistico di Dante le premesse di una lingua e letteratura più libera e animosa, più aperta alla realtà e all’invenzione, più atta insomma a diventare strumento di progresso civile per la maggioranza degli Italiani.  [Dionisotti (1999), 241-242]

Dallo scenario del dopoguerra tratteggiato da Dionisotti a oggi, la divaricazione tra i “due rami della famiglia”, tra scuola-accademia-università e critica militante, sembra non avere, pur con le numerose eccezioni (G. Contini, P.V. Mengaldo, E. Raimondi, G. De Santi, A. Asor Rosa, G. Ferroni, A. Cortellessa) soluzione di continuità. Come nel 1922, e nel ventennio successivo, anche oggi la poesia cerca la sua salvezza nella prosa, o comunque, cerca di proiettarsi fuori di sé, di indagare oltre i confini del verso, o di dilatarne lo spazio. Lo spazio e il tempo, due categorie che occorrerà riconsiderare alla luce e nell’ottica della attuale situazione antropologico-culturale di postumità e di postmodernità, di era del web e di globalizzazione. Il tempo di imbastire un palinsesto o agile excursus sulla poesia presente, e torneremo su questo punto nodale.

II. Spazio, tempo, narrazione e memoria; breve excursus sulla poesia contemporanea ed esempi di mapping tematici

Il magistero di Dante, d’altro canto, viene vieppiù inteso nel suo complesso di ricezione, e nella sua complexité de dire: la lingua, le lingue altre, la conquista di nuove frontiere, e l’avanzata in direzione del tutto dicibile del mondo. O dei mondi: la complessità del reale tout court come, con pari dignità, dei realia, che riacquistano cittadinanza nella poesia italiana dopo secoli, a partire dal dopoguerra, con le poetiche neorealiste prima, quindi con le pratiche delle scritture della Neoavanguardia o “Gruppo ’63” radunati nell’antologia I novissimi (Pagliarani, Giuliani, Porta, Sanguineti), e dell’“Avanguardia della tradizione” (Pasolini e il gruppo di «Officina»: Roversi, Romanò, ma anche Rosselli, Insana, Volponi e Zanzotto), che restituiscono dignità letteraria alle cose, agli oggetti, alla corporeità e alla corporalità materica, o che pongono su un medesimo piano di orizzontalità parole e cose, dizione e cosalità. Lo stesso paradigma dantesco della Commedia, viene recepito dall’epoca contemporanea nella sua istanza fondativa di rinnovamento e di inglobamento, a volte di un vero e proprio ingolfamento dai tratti spesso entropici della lingua poetica e delle sue morfologie espressive: si pensi al ricorso a scritture poematiche, anche in esperienze di scritture “tradizionali” o non necessariamente tese a una oltranza linguistica e stilistica, in cui è centrale l’attitudine al racconto e alla narrazione in versi e in cui è continua la sollecitazione e il richiamo all’epica nelle sue molteplici sfumature: popolare come pure della middle class, favolosa, domestica, politica o generazionale: Bertolucci con il poema La camera da letto; Pagliarani con La ragazza Carla e altre poesie e con La ballata di Rudy; il romagnolo Fucci con il poema in ottava rima simil-ariostesca ma di attinenza dantesca: Rumànz (Romanzo); Guerra con Il miele e i poemetti degli ultimi trent’anni; o un giovanissimo, Vincenzo Frungillo, che esce con un poema in simil-ottave Ogni cinque bracciate, iper-realistico e allegorico, suddiviso in cinque sequenze ognuna delle quali di cinque ottave, in cui racconta della squadra di nuoto della DDR, vincitrice delle olimpiadi di Mosca del 1980: le atlete, sottoposte dal regime a un uso indiscriminato di sostanze dopanti, subirono effetti devastanti nell’organismo e, in alcuni casi, vere e proprie mutazioni genetiche. Dopo il crollo del Muro di Berlino del 1989, i corpi mutanti delle atlete divengono emblema o allegoresi di una contemporaneità spregiudicata nella rincorsa agli utili e al successo, priva di regole e limiti. Il richiamo all’epica come pure all’etica della Commedia imprime il proprio stigma nella “poesia in atto” di Pasolini: La religione del mio tempo, Trasumanar e organizzar, o nella “poesia che si fa” di Raboni: Barlumi di storia o nell’invettiva risentita e nel sarcasmo civile degli Ultimi versi, nei poemi deambulatori e modulati su registri di tradizione imperniati sul riuso dantesco di terzine e rime, dalla allure neo-manierista in D’Elia: Sulla riva dell’epoca e Bassa stagione; o di compiaciuta arguzia neo-barocca, nelle quartine di Valduga, Quartine, seconda centuria; oppure nelle sequenze seriali di strofe pentastiche in endecasillabi distesi che mimano nell’istanza ritmico-prosodica la scansione seriale dei tempi lavorativi di Fabrica o il ritmo sincopato e franto dei versi dedicati alla crisi economica e alla recessione in Co’e man monche (Con le mani mozzate) del veneto Franzin. O a esperienze di poemi in progress, senza soluzione di continuità spazio-temporali (elemento questo che si colloca a pieno titolo nella cultura postmoderna), nel lombardo Majorino, Prossimamente, e Viaggio nella presenza del tempo in cui la torsione sintattica e l’impossibilità a “chiudere” il verso, frequentemente enjambé, metamorfosato nella dilatazione polimetrica, si fanno emblema di una condizione di crisi della poesia, almeno nelle sue morfologie più frequentate o canoniche (la lirica, in primis). Sono solo alcuni esempi di pratiche versificatorie, eterodirette ed eterodosse, in cui lo spazio testuale non si configura, almeno non più, con quella nozione di “spazio eminentemente linguistico” cara allo strutturalismo di Bachtin, ma si fa luogo per la materia del tempo, ossia la memoria, che ne costituisce il cronotopo, nella sua estenuata difesa o ricerca. Ecco allora i recenti volumi di versi tematizzati, o imperniati su un elemento costitutivo o leitmotiv dominante, ritornante e ossessivo: la memoria e i luoghi della guerra in Cefalonia 43 e altre poesie di Ballerini, la memoria delle vittime, dell’affronto e della sopraffazione; come pure nella sottile tessitura versificatoria tesa alla lettura antropologica delle vicende in Guerra, o la memoria della diversità sessuale e geocentrica, o dell’alterità geopolitica, nella babele delle lingue e delle culture in Noi e loro di Buffoni, o la rappresentazione icastica e corale, simbolica e allusiva, di una Milano contemporanea affetta da pandemie fisiche, psichiche e morali di ascendenza manzoniana negli endecasillabi mossi e cantabili di Fedeli: Virus (e altri scempi); o in rappresentazioni di popolati paesaggi corali e bruegheliani lungo il corso del fiume Olona e nello spazio di una storia di civiltà lombarda in Ulona di Zuccato. Lo spazio del verso si dispone ad accogliere narrazioni coniugate spesso con verbi al presente (un present continuous tense, quasi un presente storico, o, in qualche modo, progressivo) in cui lo sguardo sul presente vena e riverbera su un tempo altro, passato, nei luoghi della storia o nei lacerti della cronaca, facendosi vieppiù testimonianza emblematica, tentativo di recupero memoriale estremo al tempo della tabula rasa o del “tutto spento,/ tutto parificato” di memoria luziana, nonché ricerca di una qualche labile traccia identitaria altrimenti perduta nella crisi dell’io e della Storia, nello svolgimento postmoderno non più diacronico. Accade, ad esempio, in Cono d’ombra di Ritrovato, una suite che è regesto di un viaggio (quale Τόπος più attinente alla tradizione occidentale!) nella Bosnia a dieci anni dall’ultima guerra civile che ha sconvolto i Balcani: visiva e visionaria, la parola sorretta da una memoria emotiva dei luoghi, affronta il cono d’ombra di un sentimento di allarme, un orrore sgomento. Per inciso, Cono d’ombra offre una sponda per introdurre un ulteriore elemento e non secondario o trascurabile della poesia contemporanea: è infatti un ipertesto, che si compendia di un video, di una musica e di un sonoro: ed è l’attestazione di una parola poetica che cerca soluzioni e sponde ulteriori, di dialogo e di possibilità, una sortita oltre il cartaceo. Nei Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina di Insana, come in Novembre di Cipriano, un poemetto che ripercorre date e numeri del terremoto dell’Irpinia del 1980; oppure in Ruggine della siciliana Renda, un’ampia narrazione in versi tra le macerie e le cose, un riaffiorare di voci e nomi, e vite, come in uno Spoon River contemporaneo, dal sisma che colpì l’area del Belìce nel 1968. Ma è ancora il riferimento alla grande storia, e alla realtà delle vittime, quasi l’ossesso di molta produzione recente: si pensi al poema del lucano Pagliuca, Pret’ ianch’ (Pietre bianche), in cui la Seconda Guerra Mondiale nella sua appendice terminale rappresentata dagli episodi delle deportazioni e della “soluzione finale”, è raccontata nei versi consegnati a una lingua dell’oralità che recupera elementi etnografici e rurali, senso di appartenenza e memoria di civiltà meridionale. Come di memoria della Shoah, ci raccontano le recenti, molto coese e organiche sillogi di Vit, Zyklon B, in dialetto friulano; di Finzi, Per gentile concessione; e di Santoro, Sulla strada per Leobschütz; o l’orrore per “l’uomo che cade”, per usare un riferimento al titolo di un lavoro narrativo di Don Delillo, nell’immagine apocalittica e nell’immaginario collettivo dell’11 settembre 2001, nei testi dedicati alle Twin Towers della Frene, in Tre movimenti per New York, dove i versi si dispongono a scalini, e offrono anche graficamente immagini di caduta e ricadute di senso, e usciti nel recente volume Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi).

(seconda parte)

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