Colin Herd, ‘Keats e l’imbarazzo’ e l’imbarazzo… (trad. di A. Brusa)

Colin Herd (photo by Chris Scott)

KEATS E L’IMBARAZZO E L’IMBARAZZO

La melma è l’imbarazzo dell’acqua.

Una perversa e beffarda posta del cuore
che non ha mai ricevuto lettere.
L’edentulia (persino nei bambini)
è cosa così delicata da provarne quasi
vergogna, avvolta com’è in una morbosa
attenzione da mettere in difficoltà.

È imbarazzante scrivere del cibo.
La tovaglia macchiata è imbarazzante
per la tavola. Andare a capo è imbarazzante
per il verso. Tutti i film che vedrai nella tua vita
ti metteranno in imbarazzo. Fatta eccezione
per il primo Paul Verhoeven che ti si addice.

Non puoi mettere nulla in imbarazzo senza dover
fare grandi sforzi e fare quegli sforzi è imbarazzante.
Mangiare in pubblico è imbarazzante. Anche una banana
che non sia matura o un piccolo vassoio di mirtillini.

Le raccolte di poesia sono imbarazzanti
per la poesia. Alcune più di altre.
Le metafore mettono in imbarazzo la lingua.
Instagram è l’imbarazzo di qualunque cosa.
Instagram mette in imbarazzo se stesso.
Ecco perché la sua icona è rossa.

Imbarazzo per un libro è la sua
copertina ed imbarazzante per la
copertina è la fascetta. Ed il dorso.
E soprattutto i numeri delle pagine
quando ci sono, messi in un angolo come
discoli in punizione. Le parole “testo” e “lavoro”,
usate per evitare l’imbarazzo della parola “libro”
sono esse stesse imbarazzantemente intime.

È difficile immaginare un testo/lavoro/libro che
possa essere rigirato come un liquido e
comunque mantenere sufficiente integrità strutturale
per parlare o ascoltare.
L’essere influenzabili è solo una delle cose
che mettono in imbarazzo il nostro cervello. Un’altra
è il viaggio-tutto-nostro dentro cui ci ritroviamo.
Quello è davvero fuori luogo.

C’è un interesse imbarazzante nella poesia in una
affettata luogocomunitudine (un melmoso neoclassicismo)
che pure ostacola e mette in imbarazzo.

L’imbarazzo per la politica mette in imbarazzo la politica.
Ci vuole un bel po’ per metterla in imbarazzo ma tutto ciò
non ferma il suo costante essere imbarazzante.
Internet è l’imbarazzo del tempo e dello spazio e
l’imbarazzo della fine e l’imbarazzo dell’inizio.
La pubblicità è imbarazzante per internet e noi
siamo imbarazzanti per la pubblicità.

Ed imbarazzante per questa poesia è questo:

Che ci siamo dimenticati per un istante come essere piacevoli e divertenti.

 

KEATS AND EMBARRASSMENT AND EMBARRASSMENT

Slime is the embarrassment of water.
A twisted, mocking agony aunt
that it never wrote to for advice.
Toothlessness (even in babies)
is weird to the brink of shame,
swaddled in a heart-breaking
hypersensitivity and bent double.

Food is embarrassing to write about.
The cup ring is the embarrassment of
the table. The linebreak is the embarrassment
of the line. Every movie you ever see
is your embarrassment. Except early
Paul Verhoeven which behoves you.
You cannot unembarrass anything
without a lot of effort and making that
effort is embarrassing. It’s embarrassing
to eat in public. Even an under-ripe banana,
a wee tray of planetary blueberries.

Poetry collections are the
embarrassment of poetry. Some more
than others. Metaphors
are the embarrassment of language.
Instagram is the embarrassment
of everything. The embarrassment of
Instagram is itself. That’s why its
images are square.

The embarrassment of a book is
its cover and the embarrassment
of a cover is its blurb. And its spine.
And especially its page numbers if
it has them, tucked away in the naughty
corner blushing. The words ‘text’, and ‘work’,
used to avoid the  embarrassment of the
word ‘book’ are themselves embarrassingly intimate.

It is difficult to imagine a text/work/book
that could be stirred like a liquid
and still maintain enough structural integrity to talk, or listen.
Plasticity’s just one of the embarrassments
of our brains. Another is the
movie-in-the-head that we also
find ourselves in. That is really unseemly.

There’s an embarrassing interest in poetry in
a rich commonplaceness (an oozy neoclassicism)
that also clogs and embarrasses.

The embarrassment of politics is its embarrassment.
It takes a lot to embarrass politics but that doesn’t
stop its constant embarrassment. The internet
is the embarrassment of time and space and the
embarrassment of ending, and the embarrassment of
beginning. Advertising is the embarrassment of the internet
and the embarrassment of advertising is us.

The embarrassment of this poem is this:

We forgot for a while how to be sweet and funny.

 

Colin Herd (Stirling, 1985) è scozzese, è poeta ed è “Lecturer in Creaetive Writing” presso la University of Glasgow. Le sue più recenti pubblicazioni sono Click & Collect (Boilerhouse Poets, 2017) e Swamp Kiss (Red Ceilings Press, 2018).
www.colinherd.com

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