Fausto Paolo Filograna: estratti da ‘Persona’

 

Ricordo di spessore

Vita è violenza di immaginazione
o solo ricordo
e qui, sulla via del mare
solo una foto emerge tra i calcinacci. Le pietre
non scoprono gli occhi
e tutto è ciò che è solamente. Non qui
non qui si può volare dal mondo, non
qui riemergere o spirare, qui
sarebbe già troppo
immaginare.
Tutto questo spazio
non è che arbitraria voglia di danzare,
volare tra i crocicchi in assenza di peso
ma ci vogliono ali, ci vogliono gambe a danzare
e ci vogliono occhi, almeno
dotati di gambe; la luce
non è che luce, di stelle o vetrine
e una danza, in definitiva, non attraversa la strada:
puoi solo immaginare
ciò che vive in assenza, la danza di foglie
che non avviene
dalla schiera dei caseggiati
a quella di fronte. Qui
non emerge che una foto,
nella luce impossibile e forse
ricordo di stelle lontane. Le pietre
ne sconvolgono il volto, ne nascondono gli occhi
abbreviati e forse stesi
come guardare in alto l’uomo
che ti sotterra.
Così leggemmo scritto su una targa ciò che non ha occhi
non chiamarlo volto
è ciò che è solamente
come un’automobile che, spiegando le ali
non si riesce ad alzare.

Così gli occhi non sporgono a scostare le pietre
ciò che è è solamente
sotto le macerie appena la metà
e il resto
è solo ricordo
e voglia
di religione…

È solo violenza l’umano
prevaricazione o eccessivo sforzo,
in fin dei conti fraintendimento.
Colore sbiadito, o foglia
che si posa su un volto ghiacciato
senza per questo farne un albero.
Trasparenza in fin dei conti
senza corpo da trasparire
luce, ricordo travolto di luce
luce che non può nutrire, luce
soltanto. Miracolo
è la trasparenza. Le insegne religiose delle discoteche
ne diffondono le intermittenze
e tutto è ciò che è solamente
luce
e ricordo di spessore. Qualcosa
color ametista.
Pietà Signore, pietà.

Una città ci dev’essere, e questa
ha conosciuto le tenebre delle vetrine
il silenzio delle croci disabitate da anni e mai
rinfrescate da un corpo
e qui, definitivamente chiamate
strade.

*

Arri arri
cavalluccio, che stasera
viene papà, e ci porta nu bellu ciucciu
arri arri
cavalluccio.

Da una ninna nanna popolare salentina

Dopo mesi di ricerca nel campo della morale sono giunto a un bivio. Non a un bivio, anzi, ma a una constatazione. Volevo morire. La domanda sorge spontanea: come fa la morale a permettere ciò? Ho indagato molto, l’argomento, e di fatto, per ciò che concerne l’uomo e questa scelta, non c’è nulla da fare: la morale permette. Come uscirne dunque? Mi sovviene Cartesio, e la grande accusa che gli si è sempre fatta, che alla fine di un discorso metodologico e estremamente razionale egli tiri fuori un Dio. Lo stesso Kant e quant’altri. Non voglio mettere in mezzo dei o religioni, ma il limite che una mente eccezionale come quella di Cartesio aveva intuito nella scienza, e io dico qua della morale. Si arriva a un punto di necessità in cui l’uomo cerca il fondamento, la decisione prima, il genitore. Come in un testo scientifico si cerca il rimando bibliografico, per rimandare il fondamento a una causa antecedente. Ma di fatto, se io giustifico il mio pensiero con Kierkegaard, come giustificare Kierkegaard? Si arriva sempre di fatto a un arbitrato. “La filosofia è come una civetta, esce di notte quando tutti dormono”, comprese Hegel. Tornando al motivo iniziale cosa mi dice la morale di fronte alla domanda: perché continuare a vivere? Nulla. Ho cercato il fondamento della vita nella volontà di vivere, ma la volontà passa, e rimane il non-senso. Penso di essere giunto a un punto di non ritorno, perché la morale non è risolutiva. Bisogna uscire dalla morale, fino a che, se si è obbiettivi, si giunge a un punto di totale arbitrato, a un punto senza spiegazioni, ingiustificabile, assurdo, che riguarda l’eterno, l’immodificabile. Questo perché la morale è limitata e i suoi fondamenti sono nella necessità, nell’immodificabile. Eppure ecco il paradosso: la morale è un vincolo, è rigida, necessaria. Ciò che eterno invece è estremamente duttile. La moralità è condizionata dal desiderio, dal vivere comune, dall’avere uno scopo, un senso. Le cose immortali sono libere, perché insensate e arbitrarie. E bisogna tirarle fuori così, con naturalezza e senza spiegazioni. Qualunque discorso vitale a un certo punto deve tirar fuori le cose eterne, il tempo, le cose immutabili. Ma questa volta chiamiamole doveri.

.

© in Fausto Paolo Filograna, Persona, Giuliano Ladolfi editore 2017

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