Andrea Peverelli, da ‘Il boia stupendo’. Inediti

Ground zero
A night at the renowned disco Xibalba

odore dolciastro viso tetro-cannabinolo da sceneggiato mediaset. una corte costituzionale di mosche ti annulla la libertà di sottrarti a te stessa, come putrefatta di costumi e torte bicolore. eppure stavi lì a incarnare verità, fantasma lieviti bianchi di paura anemica, l’anemia dolce dell’essere mediterranei di notte in un clima modaiolo. e ora dovunque siamo visti siamo la tua terrificante immagine di bottiglia e staccateste, sarà come limonare con una primordiale fame vestita di bianco&nero – la fame di sempre, la sotterranea morsa allo stomaco mista allo struscio degli incensi afroamerindi dei quartieri bui.

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la luna mi si denuda in fondo alla stanza. fusa in controluce.

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il piumato ricordo più alato bicordo del mare in agosto, non riporto al cuore la tua calvizie, la Prima Morte che mi portò il colore dei crampi alle ginocchia quando io ultimo buon fedele mi muovevo carponi da struscio a struscio fra le ragazze in corone di vischio e pepli e le mani scheletriche rosari d’amore
s’accarezzava le labbra in quel carnoso crocevia fra lo specchio di casa sua e le grida belluine degli adolescenti che viaggiano nei vicini colli di bottiglia finché gli durerà la presa – sì vodka no gin sì lemon no menta – sì labbra no culo sì dita no piedi – gli esseri più estremi di questa parte di galassia, l’adolescente a scadenza e la tossica sentimentale, uniti dal fil rouge della porta girevole che lascia gin e capelli biondi al di fuori delle rispettive attese. L’umanità la si fa per caso, ma uno sguardo da fuggitiva no, quello lo si pianifica settimane prima.

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oh Prima Morte tu mi accogli all’entrata ma in verità mi dici coi tuoi muscoli rachitici che eri anche la Settima, una sola tratta ferroviaria in uscita quando dal tuo naso sgranavano sangue e materie cerebrali in paccottiglia fin dal Santo giorno consacrato nel tuo giardino di delizie elettro-sampled procedurali, a te fu commissionato il dominio sulle varie forme della sofferenza animale 5 stupefacenti modalità d’esistere sulla pista da ballo MALATTIAFAMEMISERIADOLORE e solo da ultimo il tuo dono succulento mielato di rovo la morte

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ho un dejavu sul polso, tu me lo strattoni dolcemente come da un sogno. ti rivedo vestale davanti all’entrata nei cuori selciati di vie impossibili, davanti alla crosta pangea che ricopre una pista da ballo di ketaminati&fumo. La tua spalla scoperta è ancora lì a ricordarmi l’smerica: alle mura di milano spagnola quella spalla era una demolizione programmata, era una dolce melodia di sax e ossa, lasciava intravedere un aldilà di colli franati, di bottiglie, di monti rushmore delle storielle da ventenni andate male, era il porto d’armi di una piaga – e tu dalla notte dei tempi sei copia fisica della dannazione.

bruciavano bottiglie nell’incavo in fondo alla camminata. le lesbiche dell’arnold sono ancora lì a nascondersi fra sunglasses di plasticaccia e carezze, tu mi ricordi quanto ogni epoca sia in un giorno solo in fondo non più di una semplice cazzata. e una tazza di tè.
la notte ti mina una cifra di dubbi, fa piana alluvionale per i torrenti della sera prima. E io non so nuotare.
e mentre Antonioni ci impacchetta un nuovo deserto, sotto la tua vitaminica grazia l’occidente va in frantumi.

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smettetela di essere alti smettetela di essere fighe smettetela d’inventarvi dèi fra il cemento; c’è solo la brina, si sente, sta arrivando – rimanete svegli – che domani vi chiuderà gli occhi e non avrete bisogno di nulla – di nulla.

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e tu cara mia donna mia signora catartica tatuata che tatui sui muri di carne l’1213 eri fidanzata con un belloccio colombiano che con l’unghia del mignolo destro si costruiva man mano ponti con l’aldilà eccitato pontefice massimo di ingegnerie stupefacenti con i PR di Xibalba, lui si chiamava Cuchumaquic e tu non ricordo bene se Mescalina o Messalina avevi quel gusto kitsch delle baroccaggini messicane che giocano a nascondino coi deserti, ma ti trovavi nel retro della casa dei coltelli che si muovono a un tuo ordine per aprire le pance altrui e miseramente scovare voglie inespresse, tu che col tuo sguardo iconico bucavi i ventri e le serrande chiuse ordinasti un vodkalemon dai miei occhi e nient’altro, ma con le mani mi giurasti amore e con la bocca mi dicesti di essere mia madre e mia sorella e forse d’avermi generato in una notte di lupi, io non capivo febbricitavo scalciavo come un capriccio una voglia rossa sulla tua guancia perfettamente bluastra per secoli di velo pudico sulla testa, non volevo capire non volevo essere me ne andai
fu così che scivolai sulla bava e le secrezioni pulsanti di una staffa d’osso e il Dj demonio con occhi neri di mosca m’intimò un ritmo che spegneva ogni desiderio e spingeva a urlare ogni inno fibrotico della propria gola
fu così che la mia voce risalì i gradoni in pietra-lianata fino alla punta della lingua ormai e sulla punta in massima estensione uscì dal corpo quasi uterino il tunnel viscoso della mia donna annunciata madrina e si elevò terrena novizia di culti la candida ossessione tutta precolombiana per la morte
fino a quella fessura contraria e a quelle labbra
le labbra che paiono ancora adesso
il più dolce cubicolo di esistenze nervose
che mai mano femminile intrecciò con grazia di madre per il venturo proprio ipotetico parto

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anche la luna cala definitivamente su quelle movenze da fumata nervosa e senza affettazione. Essere soddisfatti non è di questa sera, no, non è di qua. come nelle antiche profezie tu sei arrivata su una carrozza di ambra trainando cuori di cento tossici – ti cantavano un orribile riff su una base da rave ritmandoti le palpebre – a ogni battito ne moriva uno sotto la cassa, felice – perché noi moriamo, ma il suo rimmel cinese dura per sempre. without it, we could’ve never lasted the night.

alla mia inscindibile grazia mattutina

Andrea Peverelli è nato nel 1994 a Milano, dove vive. Laureato in Lettere moderne presso l’Università Cattolica si interessa, oltre che alla ricerca poetica, al cinema e agli audiovisivi, e conduce studi di linguistica e antropologia religiosa. Suoi testi sono stati pubblicati nel numero 104, giugno 2016, della rivista «Il Segnale». Insieme a Lorenzo Vercesi conduce un blog sulla poesia contemporanea («I peoti del pasgravio») e organizza eventi e letture di poesia nell’ambiente milanese. È stato redattore e collaboratore editoriale della rivista «Poesia e Conoscenza» diretta da Donatella Bisutti.

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