proSabato: Massimo Zamboni, Andata

Andata

Massimo Zamboni

A coloro che trovano, senza cercare

 

Prima di compiersi, una storia galleggia in un’atmosfera vaporosa che la precede e ne sagoma la potenzialità. A volte – non sempre – incrocia un lampo. Quello è il momento in cui si avvia il racconto. Questa storia galleggia in un tema incantato, il viaggio sulla zattera, traducendolo nella discesa di un canale. Infantile sogno da ragazzini che tutti hanno fantasticato e poi abbandonato. Assieme al costruirsi una casa di legno sull’albero, un nido di assi, corde e chiodi senza regole e convenzioni dove dare respiro alle proprie solitudini. Oppure il giardino segreto, dove solo una porticina nascosta alla vista, nell’intrico di siepi e di rovi, consente l’entrata in un’esplosione di fiori e giacigli. O la residenza in un camper, morbida dimora musicale, con quelle ruote che non raccolgono muschio. Luoghi di fantasia, in letteratura classicamente sempre minacciati dall’ingresso di entità civilizzatrici, femminili in prevalenza.
E si sagoma, questa storia, in un solido mito degli emiliani, gente terrigna che da sempre vede l’est – il mare! – come approdo finale. Resteranno infine a casa loro, quegli emiliani, si guarderanno bene dal trasferirsi – troppo tepore, troppo poco da fare, da toccare con mani operose, in tutta quell’acqua – ma non rinunciano ad accarezzarne l’idea, e ogni tanto si ripetono: perché no? Quelle colline dolci che digradano all’Adriatico, quei frutteti, quella sabbia, quell’odore entrato in loro da quando erano bambini. Inguantati in quel loro sogno, neanche la vedono la mattana progressista che ha preso i romagnoli – come ha preso tutti, ma i romagnoli molto meno, in fondo.
La deriva, l’approdo. E quella pianura tutta attorno.
Il lampo che avvia il racconto arriva quando tra i caselli di Mantova Nord e Mantova Sud sull’autostrada Modena-Brennero scavalco un canale di bonifica, uno come ce ne sono tanti diretti a irrigare la pianura. Passa generalmente inosservato, questo canale, a una media oraria di centoventi chilometri orari occorre un terzo di secondo per superarlo e dimenticarsi di lui. Ma se in quel terzo di secondo l’occhio cade sul cartello indicatore, CANALE TARTARO, impadronendosi del nome e facendo anche appena in tempo a vederlo, il canale – così largo e lungo, lungo e largo –, ecco che nel silenzio si mettono in moto meccanismi assopiti che mescolano quell’antico mito emiliano al sogno di ragazzino, alle evocazioni di una cultura depositata per la quale Tartaro è un nome fortemente risonante. Rincaso con un’agitazione che si espande sottopelle come una pellicola sintetica. Potrei anche zittirla; ma dopo una facile ricerca arrivo a scoprirlo lungo circa centotrenta chilometri, questo Tartaro, e a leggerlo navigabile da Mantova al mare: questo spalanca un’irrequietezza che conosco bene e che scatta ogniqualvolta mi appare un incontro di cui non mi potrò liberare se non quando gli avrò dato una qualche forma.

Un viaggio come questo ha bisogno di compagni complici per dispiegarsi. Uno lo trovo in Piergiorgio, amico fotografo e cineasta, al quale nemmeno chiedo tanto son sicuro della risposta. È uno che prende e va, Pier, avventuroso ben più di me; la nostra amicizia è scattata quando mi ha chiesto di comporre le musiche per un suo documentario sulla Groenlandia, terra in cui è di casa. Un compagno inaspettato lo trovo invece in Vasco, che conosco da poco e apprezzo da tanto e mai avrei pensato, nonostante la nostra comune ossessione per la pianura, di vedermelo affianco su una zattera di alluminio scendendo al mare attraverso i campi. Gliene parlo quasi per caso, nei camerini dopo un concerto assieme. Mai avrei pensato di ricevere questa sua mail: “Quello è un viaggio che dovremmo fare assieme tipo nella prossima primavera. Sarebbe bellissimo e poi vediamo cosa ne esce. Un reportage musicale, foto fatte con il telefono e didascalie scritte con la chitarra. Pensiamoci, ci prendiamo una settimana, un bloc notes e un barchino e via”. Gli rispondo così, per capire se è vero: “Stai attento che son capace di prenderti sul serio”. Macché, non molla: “Tutto molto semplice e fattibile. Poi aggiustiamo gli appunti a casa”.

Vasco. Pier.
—-Due “sì”; si può partire.
—-Scenderemo il Tartaro.

Perché? Già: perché?
—-Mi verrebbe da rispondere come fanno i ragazzini.
—-Perché sì.

Da: Vasco Brondi, Massimo Zamboni, Anime galleggianti. Dalla pianura al mare tagliando per i campi. Fotografie di Piergiorgio Casotti, La nave di Teseo editore, Milano 2016, pp. 9-12.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...