Fabrizio Strada, da ‘In male aperto’

Cavallette di mollette

Domenica 170.
Sono giorni che ti aspetto nel vivaio di Stalin.
Dì addio per sempre alla tua vita e vieni con me a fare il
fiore.
La pace è un morbo.
Qui invece facciamo la guerra tutti i giorni
travolti dalle tempeste di polline,
esausti, la sera raccogliamo i corpi dei nostri fratelli
e ci addormentiamo sulle radici,
come in un torrente di vene respiriamo
la materia dei nostri antenati.
L’unica volta che ho accettato il vostro bene,
l’ostia è scesa di traverso,
aprendo un canale di conquiste.

*

Quando inciampa la notte sul tuo ventre,
ho sbagliato strada
tra me e la resa dei conti un muro così sottile
un rospo lento nello stagno dietro le fauci del disordine
una bambina si agita sui tasti di un vecchio piano
dal salone alla piscina
col suo vestito bianco
a rincorrere quella sinfonia, quelle voci ultraterrene.

*

Il disordine nei suoi occhi
labbra ingestibili
tutto oltre l’amore
il primo giorno dell’anno
rapinato a freddo
tra i nostri spari.

*

Alice

L’ultima volta che ci siamo incontrati
avevi un ago in mano
Ridevi
“Vado a bucare una nuvola” mi hai detto
E ti sei allontanata cantando
nel silenzio dell’alba.

*

La tua presenza cuoce lenta,
odo gli scoppiettii saltare in aria
ma io non ci sono;
in un altro posto, in un altro spazio,
mi preparo all’inverno,
nella nicchia lunare ai margini della palafitta
acconcio le pelli, scortico le bestie che ho nel cuore.

© Fabrizio Strada, In male aperto, Caltanissetta, Formebrevi Edizioni, 2016

 

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