Lorenzo Mandalis, Sei poesie

lorenzo mandalis

È un piccolo ciclo compiuto questo racchiuso in sei componimenti da Lorenzo Mandalis; poesie dirette, secche, anche quando si dilatano nel narrare, o disegnare, un’immagine. Un piccolo ciclo capace di dare voce al senso di inappartenenza di un’intera generazione, che è cresciuta nell’idea labile (liquida?) dei confini geografici e politici e che invece ora si ritrova a dover fare i conti prima di tutto con questa stessa idea. Un poetare asciutto, quindi, disadorno, come lo è il maestro sempre in controluce di questa poesia, quel Giorgio Caproni che è impossibile non vedere al solo leggere il verso «Livorno è così intima e musicale». Ma i maestri son tali se insegnano, e Lorenzo dimostra di avere appresa la lezione, e di avere voltato verso una sua strada, con una buona dose di ironia (tutta toscana). (fm)

I
Livorno è così intima e musicale
a settembre. Non posso resisterle.
Non posso resistere alle ingenuità
alle voci naives. Mi dico,
non è poesia questo abbraccio
al concludersi dell’estate
ai Pancaldi, al limite ultimo
della terra, dove si inginocchiano
promontori e il vento torna
disturbatore di forme.
I bagnini incappucciati chiudono
le cabine verdi, sigillano
un grigio inquieto di mare
tappano con i teli scoloriti
gli scogli, i granchi, i pescatori.
Non è poesia dirsi qualcosa di tenero
dover sparire anche noi, ripartire
sgombrare questo poco di spazio
occupato. Ancora una volta
doversi arrendere al tempo
coi nostri sbuffi
e le mani in tasca
come sommozzatori d’aria.

II
Verso diStansted Airport

Si arriva ad un’altra riva.
La fatica è poca. Nessuna
divinità ci è stata avversa.
O almeno così credo.
Di ciclopi, non se n’è visti.
Di cariddi, neppure l’ombra.
Una fascetta sì, l’abbiamo ricevuta al check-in,
ma non nel bel mezzo di una tempesta
e soprattutto non da uno smergo.
Insomma, il parallelo con l’Odissea non regge.
Uno poi s’immagina l’isola dei Feaci
con alte scogliere insormontabili…
qui c’è un lucido pavimento grigio
innocuo, facilmente percorribile,
interminabili tapis roulant.
Segnali divini del tutto assenti.
L’unica indicazione taciuta
è che ogni cosa anonima
di questi lunghi corridoi
ti spinge all’uscita
ti dice che non puoi non essere
troppo a lungo.
Tutti abbiamo una gran fretta
d’arrivare per primi alle dogane.
Una gran fretta d’identificarci
di avere direzioni da prendere.
Nessuno dirà Nessuno, nasconderà
il proprio nome dopo le avversità
e i dolori. Ecco il passaporto.
Sono io quello.
Le porte si aprono.
C’è una gran nebbia
sulla riva di corvi e brina.
Già non si vede dove si va,
già è l’ora d’accendere le lanterne.

III
Generazione Erasmus

Il navigatore mi indica
questa nuova via tra i paesi
del Veneto. Fedele alleato
della mia perdizione.
Carpenedo, Favaro, Meolo
fino al Piave – che non fa più guerra.
Penso a Londra. Poi a Dublino.
Mi chiedo quali stampe stiano esponendo
alla Ulysses vicino Grafton Street –
ricordo d’averne viste un paio l’inverno scorso.
Mi piacevano, ma alla fine
non avevo gli schei per comprarle.
C’era già un buio pesto alle diciassette
e avevo le mani calde di caffè.
Dovevo affrettarmi a tornare a casa,
superare tutti quei volti d’acqua.
Lei mi aspettava per cena,
con l’uruguayano e l’egiziano.

Alla radio parlano di Nizza,
d’un colpo di stato fallito in Turchia.
Tra un paese e l’altro,
c’è un’alba dorata di campi,
un’estate elusiva fino alle Dolomiti azzurre.
Semaforo rosso. Il paese è anonimo.
Guardo il piede consunto e giallo
d’un uomo davanti alla sua bottega;
i ragazzi sereni alla fermata del tram;
sui balconi i vecchi seduti in canotta.
Penso di non essere mai stato
così straniero alla vita.

IV
Appartenenza

La terra umida e secca. Non è casa.
I filari d’aceri. I salici. I pochi
cipressi. I ruderi. I canali verdi.
Il cielo che si cala su un orizzonte
di trattori, fienili, e ombre curve.
Gli occhi di lucciola, le zolle
ferite dall’unghia. I canti sperduti
delle bocche di grano al rincasare
dalle fatiche. La cantilena del grillo
che addormenta come un acufene
pulsante ogni sera – ogni notte –
e apre a nuovi campi, a nuove vite,
ai sogni delle spighe.
Non sono, tutte queste cose,
la mia casa. E anche queste parole
pesanti, divelte da un vomere
che sbatte sulla pietra… non credo
mi appartengano. Ci sono storie
comuni, architetture affini,
lingue simili, ma ho capito
che sei più solo nelle somiglianze.
Quando intravedi una casa
e il balzo ballerino d’un pino marittimo
nel bianco suono del vento
e credi di rincasare nel tuo
solito azzurro di nuotanti e granchi
e sei invece lontano,
disperso nel tempo scandito dalle cicale
e dalle zappe.

V
La mia siepe è la tamerice.
Un arbusto che non sa pronunciarsi.
Insicuro nel suo erigersi
sbilenco. Il progettatore
avrà pensato che non valeva
la pena di star lì a prendere
misure, a far troppi calcoli.
La bellezza toccherà altrove,
si sarà detto.
E così, eccole le mie tamerici:
lungo i pratini d’Antignano
la terra termina col loro vapore
verdastro; siepi che non escludono
sguardi. Ogni uomo che ci passerà accanto
saprà fingersi lontano e straniero,
riconoscerà dopo di loro
la malinconia del mare
e penserà che anche stando fermi
è sempre ora di naufragare.

VI
Posti che non sono più posti

La strada dritta che percorrevo
dal Trinity a Ranelagh. Le mani
in tasca nel gelo picchiatore
d’occhi. Il mio riflesso sul vetro
del tram. A ripensarci ora – che fa molta
nebbia – sembra una via facile
senza selve oscure o smarrimenti,
una dolcezza che si dipana
dentro un passato di mattoni rossi,
d’una città di forestieri e gabbiani.
Ma io so che anche allora c’erano
tristezze. Strano. Strano che del tempo
rimangano solo i compendi
i riassunti, le epitomi. Strano che i posti
rimangano posti anche quando non ci siamo.
Strano che altri percorrano quella via
in cui manco.
È forse una forma di gelosia
la malinconia?

.

Lorenzo Mandalis nasce a Livorno nel 1989. Si laurea all’università di Pisa con una tesi triennale sul Passaggio d’Enea di Caproni e una tesi specialistica sul rapporto tra allegoria e realtà nella poesia caproniana. Nel 2015 studia Literary Translation al Trinity College di Dublino. Tornato in Italia, si trasferisce a Venezia dove lavora come libraio. Dal 2017 lavora come docente di lettere all’istituto Parini di Mestre. Parallela all’attività di studente e insegnante, è quella di scrittore di poesie, pubblicate nel 2013 su «Erba d’Arno» e nel 2015 sul blog «Il Primo amore» e per le quali si è distinto in alcuni concorsi nazionali.

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