Andrea Accardi, Glossario dell’infanzia

Foto di A. Accardi

 

Da piccolo nascondevo la morte
nelle parole, la chiamavo: meduse
arrivate col maestrale,
sole nel cortile dopo pranzo,
incendio lontano, fulmine,
oleandro.
Per dire tempo e in qualche modo
fermarlo, segnavo i giorni d’estate
che mancavano al termine,
cercando la barriera tra il prima
e il dopo nel conto alla rovescia
che precede il saluto.
Poi c’era l’angoscia più difficile
da spiegare, arrivava con passi da topo
di sera, si nascondeva dietro le porte,
spiava, rideva, la chiamavo anche
diavolo, con termine forse impreciso.
Invece per dire mancanza
bastava un porto raggiunto
o lasciato di notte, le insegne
sull’acqua, la fosforescenza
di un rimorso acceso

(e se dico sollievo rivedo
una stanza, il suono di un palo
della luce che ronza, il vento
che sbatte le tende, un vento furioso
e invece a me sembra una voce
che calma, che spiega, il contrario
del canto che sente chi annega)

 

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