Alessandro Agostinelli, Benedetti da Parker (di M. Giaconi)

agostinelli benedetti da parker.jpgRecensione a Benedetti da Parker di Alessandro Agostinelli
(Cairo Editore, 2017)

di Marco Giaconi

 

È un libro bebop, come il suo oggetto, Dean Benedetti, malato di grande jazz e di droga, figlio di emigrati lucchesi, proprio come quelli che hanno colonizzato (me lo raccontava la funzionaria della nostra Ambasciata a Ottawa) perfino il North West Territory canadese, fin dentro il Circolo Polare Artico. Temo che anche Agostinelli sia un prodotto del bebop, l’America “altra”, ma mica tanto, che poi introietterà la rivolta nel pop, nella solita e onnipresente droga, nella rivolta contro la guerra nel Vietnam, prima guerra USA pensata per non finire mai, nei manifestini supercomunisti di Allen Ginsberg, nei testi di Jack Kerouac che, comunque, portava in tasca un santo Rosario e votava repubblicano, come poi si riseppe. Non c’è un’America “altra”: la droga di Dean Benedetti è la stessa dei traders di Wall Street, degli attori famosissimi ma tutti dediti alle buone cause umanitarie, tra diffusione di preservativi in Africa e ripopolamento delle galline in Colombia. E poi dei politici che ci vivono sopra, tra sostegni alle banche, come ha dichiarato Hillary Clinton nei suoi wikileaks, e l’ossessione per i “diritti”, soprattutto quelli che non prevedono esborsi di denaro. Un po’ di socialismo mai, cavolo, ma puoi sempre dire che i tuoi “diritti” sono inalienabili. Meno male che sono arrivati Bernie Sanders e Donald Trump a far temporaneamente cessare il trip psichedelico dell’establishment.

Comunque Dean Benedetti, nel testo ritmato e sonoro di Agostinelli, è già un uomo del futuro: mentre c’è la guerra nell’Europa in cui egli ha le sue immediate radici, Dean pensa solo alla pallacanestro e al jazz, indeciso sulle due strade. Il mondo brucia, ma lui cerca la realizzazione del suo sé, e solo di quello. “Dammi Stalin e San Paolo”, canterà un grande Leonard Cohen nel 1994, ma Dean Benedetti, figlio della peggiore America, e della più comune, se ne fotte dei grandi ideali, lui vuole solo, avrebbe detto uno di Woodstock, “godere l’attimo”. E gli “stati alterati” sono passati dall’LSD alla finanza creativa, dalla politica estera agli stili di vita, in una vibrazione continua degli istinti che prefigura il disfacimento della società occidentale, di quella cosa che già in qualche campus della Ivy League si sostiene che “debba andare via”, in omaggio alla pura esternazione degli istinti primari. E qui c’è la questione della droga, che diviene il tema centrale della vita di Dean Benedetti.

Uno che vuole farsi negro, e che perfino dipinge di nero il suo sax, altro tratto postmoderno della vita di Dean, che Agostinelli legge con precisione analitica e sensibilità sottilissima. Ma il segno non è la cosa, così come la droga non è la via per il superamento del sé. Come, in quegli anni bebop, insegnava Don Juan nei romanzi-saggi di Carlos Castaneda, il peyotl non si deve mai dare a tutti, ma solo a chi mostra di saperlo usare per passare, usando una vecchia formula massonica, ad “un altro stato dell’esistenza”. Solo chi è già può essere dopo, è il paradosso parmenideo del mondo moderno. Mi viene in mente un nostro militare, in visita al capo di un villaggio afghano, che si sente apostrofare dal vegliardo con la dura frase: “voi occidentali riuscireste a drogarvi anche con l’acqua minerale”.

Il mondo della quantità è già la fine dei tempi, e la materia, anche quella musicale, tradisce sempre chi non sia adatto, fin dall’inizio dei tempi, a maneggiarla. Dean Benedetti è, però, il registratore dal vivo delle straordinarie analisi musicali di Charlie Parker, un genio mozartiano, almeno secondo la vulgata diffusa dal film, americanissimo, di Milos Forman, sintesi di sregolatezza miserevole e naturalezza della sua perfezione. Sarebbe tutto finito nel vento sporco dei locali malfamati dove suonava Parker, se Dean Benedetti, che non sapeva le regole del Genio, che appunto non esistono, non lo avesse fortunosamente registrate. Ma l’imitazione non insegna la regola, e Dean se ne deve ritornare, per i prevedibili problemi con la giustizia, a Torre del Lago, luogo pucciniano da dove sono partiti i suoi genitori. In Italia Dean Benedetti forse trova una sua identità, tra lavoretti nel giro musicale di Viareggio e del Forte e l’immagine che si crea nel paesino.
Qui Agostinelli fonde magistralmente la storia italiana di quegli anni, gli anni Cinquanta, e le storie che Dean si porta dai suoi States. E poi la morte, marginale come la sua vita, solo per riportare alla luce le sinfonie del bebop di Charlie Parker che Benedetti non avrebbe mai potuto ricreare. Il destino degli imitatori, ma non privi d’ingegno.

Un bel romanzo americano e italiano di Agostinelli, una metafora eterna della separatezza radicale tra Genio e Imitazione, che sono sovrapponibili, per usare una metafora kantiana, come la mano destra con quella sinistra.

© Marco Giaconi

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