proSabato: Blaise Cendrars, L’Accademia dei “Piccoli Charlot”

proSabato: Blaise Cendrars, 2. L’Accademia dei “Piccoli Charlot”

…..Dunque, poiché davanti a noi continuava a farsi il vuoto, trascinai Léger per il mercato, poi presi un viottolo che andava a zig-zag tra i capanni, i cortiletti, i pollai, i giardinetti, i terreni incolti degli zingari, recintati da tratti di muro crestati di cocci di bottiglia, delimitati da reticolati, da paletti, da vecchie traversine di ferrovia, pieni di cani inferociti, col collare irto di chiodi, alla catena ma scorrevole lungo un grosso fil di ferro o qualche metro di cavo teso che permetta loro di dimenarsi come demoni da un capo all’altro del loro terreno nudo, balzando, abbaiando, schiumando di rabbia tra i bidoni vuoti e sfondati che crollavano, le botti bucate, le lastre di lamiera scheggiate, le molle di pagliericci che spuntavano dal terreno composto di scorie, di cocci di piatti o di vasellame, di scatole di conserva spaccate, di monticelli di arnesi domestici fuori uso, di veicoli sconquassati, di mucchi di spazzatura sventrati, circondati di stie, di magri ciuffi di lillà o sovrastati come un golgota da uno scheletro d’albero, sambuco striminzito, acacia tormentata, aborto di tiglio, il troncone dei rami ficcato nel manico di un vaso da notte o la cima tronca coronata da un vecchio copertone, attraversai la rue Blanqui per immettermi di fronte in un altro viottolo che veniva giù dal fossato dei bastioni addosso i quali aveva sede l’accademia dei Piccoli Charlot, cinque, sei capanne bislunghe usate da dormitorio per i bambini e da cucce per gli orsi che venivano addomesticati alla rinfusa in quel sinistro istituto, per di più caffè notturno e ritrovo dei ladruncoli e dei vagabondi.
…..Il cielo era basso. Piovigginava. Un’orsa malata, che defecava in ogni pozzanghera, camminava avanti e indietro davanti alle baracche, guidata da un marmocchio che la teneva al guinzaglio, una catena passata nell’anello che perforava il naso dell’animale. La bombetta in testa, gli occhi truccati, i baffetti disegnati col carboncino sotto il naso, la giacca nera striminzita, con le maniche troppo corte, abbottonata stretta, i pantaloni immensi a forma di doppia bisaccia che gli cascavano sui piedi, i piedi insaccati in enormi scarpe da uomo, il bambino si sforzava di camminare molto all’infuori come chi ha i piedi piatti e ogni tanto si fermava per far mulinello col bastoncino di giunco che teneva nella sinistra, faceva dietrofront a scatti dopo aver accennato uno scivolone su una gamba, essersi tirato su i pantaloni, raddrizzato la bombetta, e riprendeva il suo andirivieni maltrattando l’orsa che si accovacciava nelle pozzanghere, l’occhio spento, la schiena percorsa da brividi, la nuca spelacchiata come per l’alopecia dietro gli orecchi, le zampe molli.
…..Questo allievo era uno dei Piccoli Charlot. Era un ragazzino di sei anni, serio come un papa; ma l’apprendista comico si mise a piangere a calde lacrime quando lo interrogai.
…..Farfugliava non so che in ruteno e io gli parlavo in russo. Finii per capire che il povero ragazzetto si annoiava, che era di corvée ed era stufo di far la guardia davanti alla baracca e di fare il maneggio con quella sudicia bestia rognosa mentre i suoi amichetti giravano per la città ed era giorno di mercato a Kremlin, e al ritorno lo avrebbero picchiato perché sarebbero stati ubriachi.

« E Marco? » domandai allo zingarello « Dov’è Marco? ».
« Marco-il-Tansilvano? ».
« Sì, il tuo padrone ».
« Il mio padrone, è dal re ».
« Dal re? … Allora è stato eletto? ».
« Già ».
« Chi è? ».
« Non lo so. Ma cosa mi dà, signore, se glielo dico? ».
« To’, eccoti cento soldi. Dimmi presto chi è il re? ».
« È Sawo ».
« Sawo? » feci io sbalordito. « Ma quale, lo Sfregiato o il Butterato? ».
Il ragazzino tendeva la mano con la moneta da cento soldi.
« Ancora una moneta, » mi disse con un sorriso « e glielo dirò… ».
Aggiunsi ancora una moneta da cento soldi.
« E…? ».
« È lo Sfregiato ».
« Lo Sfregiato! Ma è uscito di prigione?… ».
« Ancora una moneta, » disse il ragazzino « e glielo dirò… ».

.

© Blaise Cendrars, da Rapsodie gitane (titolo originale: Rhapsodies gitanes), traduzione di Romeo Lucchese, edizioni Aldelphi, Milano, 1979 (prima edizione: Éditions Denoël, Parigi, 1945).

Ringraziamo per la scelta Marco Gnaccolini, drammaturgo, Dramaturg e regista.

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