Gaia Giovagnoli, tre poesie

Venezia, Accademia Belle Arti, foto gm

Gaia Giovagnoli, tre poesie

*

Chiedessero zampe di passero a premere
sulle cinque del mattino o altri segni
che restino chiari all’oblio
chiedessero inchiostro volendo
di questa mano scontata e imprecisa
per quel divano stravolto e i piedi
che si scalzano e il busto
denudato dai lacci
chiedessero l’azzardo impreciso
delle labbra e il sale
della vertigine grossa
e della piena tra le cosce
chiedessero delle mani che afferrano
e della sete
del non dirsi che c’era qualcosa di figlio
a cadere col sudore
dalla tua alla mia fronte
chiedessero il tuono di risa digiune
che è un patto di fame
o del nodo di carne
chiedessero cose tremende e del vuoto
di non sapere se sai
questa foga di te

chiedessero ancora
continuassero sempre

*

Sono stata la larva
quel nocciolo vivo e impotente
che portavi con gennaio
gonfio nelle tasche
addomesticata e china
sopra ogni passo
(tanta parte di me la serravi nel pugno
adoravo la stretta solenne:
ogni gradino un altare)

sotto la tua pelle di cappotto
sono degenerata
ho infilato uno strano distacco
e l’altezza per quanto ho potuto
ora rendo il passo sincrono
a quello che è rimasto
vedi la rivoluzione:
non ho mani a portarmi

ho messo fuori gambe e testa
ora so i sacchetti della spesa
le mani accanite come bestie
il peso che grava gli artigli
so gli sbadigli di finestre accese
grigi sulle vie del centro
e gli alveari schiarati di neon
so quei mestoli d’alberi stremati
orizzontali sulle pentole gonfie
quando cucino per me sola

sono ancora in un cassetto a casa tua
nello spazzolino sulla mensola asciugata

hai saputo che non è un capriccio
la mia forma che scalcia nel sonno
quando mi hai guardato come sempre
e non mi hai riconosciuta

mai più io mi farò riconoscere:

perché per te fui donna terribile
o a ben guardare umana soltanto

*

Nella tana della belva senza fame
ho uno scalpo di carta da macchiare
mi piango tutta
da lavarmi dell’anima
se ripasso che non c’eri e quell’urgenza
– quante lettere hai sgranato in questa tana
ho buste pupe nei cassetti
di quel torpore –
Sono buccia che esonda
e una muta di serpe:
la svesto dal segno dell’unghia
che ho rosso sul palmo
mi rifaccio da lì
– tu tira e si disfa
per te sarò prima nata

E vorrei nuove costole
tutte solchi di binario
con fierezza ti terrei
dentro al corpo:
quando fissi la distesa
che deturpa
se stai sul giallo della linea
da non superare
e metti i soldi per l’acqua
nel distributore

sarebbero costole mie quelle che pesti
quando temi di voltarti
– quel non voltarti

*

©Gaia Giovagnoli

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