#PoEstateSilva #20: Vanna Carlucci, Involucri

PoEstate Silva #20: Vanna Carlucci, Involucri, Lietocolle.

*

Il silenzio è intorno
si fa rosso nello spazio molesto
dentro le palpebre

è un’immagine capovolta
una forma che sanguina
una ferita, un punto preciso di auscultazione
che mi fa eco sul cuscino per diventare cielo
o ammasso stellare ricucito sulla trapunta

io resto attenta, vigile nella vertigine bianca
nella caduta di tutti i corpi celesti
sul labbro che li conterrà

la gravità non conta – dico –
eppure la bocca cede e tutto l’ azzurro
è ora sangue per corpi che sognano ancora
e la parola scompare.

È fame, è notte che punge i polsi
spinge in avanti, sprofonda e ramifica il buio
tra la pelle, le ossa e questo inganno senza guida
dilatato nello stomaco

*

Pensare alla purezza e cadere
pensare alla caduta e riaversi
indietro o più in là, fuori, da tutto
dalla crosta.

Questo è un doppio che si sfila dai corpi
dalla truffa dei volti e dei gesti, dei moti
controllati del tempo (ed è muto) e
parlami della materia
della pelle morta che cade
della resurrezione del corpo che ha divelto i muri
dell’ombra che arde sopra tutte le superfici

e che è senza infissi,
questa emanazione che passa
da luogo a luogo
così brutale perché così vivo
questo risorgimento del latte versato
il sacrificio del bambino
tutto l’universo che luccica
senza scampo

*

Il petto è socchiuso, sguscia dal costato
l’eco che sale e si fa bianco nella feritoia, un bianco
buco di luce che sparge e s’infiltra
come una perdita, mentre il cielo fa la sua parte, si apre:

ci attraversiamo a vicenda in un punto di rottura, come
la schiuma che insegue il mare, il gambo e il seme
a fiorirmi sul ventre che è il cosmo preso in grembo, spina
del fiore solitario sul terreno fatto di pini
e quindi costellazioni tutt’intorno sul corpo nudo, crudo
e squamato dal tempo, esterno che trema e falcia
ogni foglia che pende (ché se divarico il collo,
ogni mio osso ha l’epidermide del legno e segue
linee verticali, fratture improvvise che il tempo ha versato
sul corpo). Sono una prova di (r)esistenza per risalire,
la presenza delle cose gettate sopra ogni costola,
questa fede del sentirsi assenti nel nome degli altri
e se devo trovare un pezzo che sgravi dal petto
il cosmo che è tutto un pesosenzasoste, io lo cerco
nell’alto che passa senza nodi: staccare il sangue
da questa terradicarne e condurlo Altrove

*
Eppure fuori si svanisce per condensa di voci interposte,
eppure si gela con i piedi nella terra
come in una sala operatoria, come se il freddo del coltello
fosse già una ferita.

Ma il sangue dimentica tutto, sgorga per straripamento
e io ho voglia di staccarmi perché gli argini non hanno retto,
perché ai piedi non ho trovato radici forti
e il tronco ha pianto la sua resina necessaria

*

© Vanna Carlucci

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