#PoEstateSilva #7: Noemi De Lisi, da La stanza vuota

I
..
In fondo al lungo corridoio di penombra, senza voci, c’era
………………………………………………………[la stanza vuota.
La casa era vecchia, non era manco nostra: soli io e mia
………………………………………………………[madre l’abitavamo.
“Sei stato sfortunato a nascere qui, figlio mio”, mi diceva
………………………………………………………[battendosi il petto
mentre io annuivo e strizzavo la faccia in un sorriso come
………………………………………………………[mi aveva insegnato.
Sempre passavo davanti alla stanza vuota: tutto era fermo,
………………………………………………………[antico, impolverato.
Qualche volta ci trovavo dentro mia madre. Stava seduta
……………………………………………………….[sul letto rifatto
il capo chino, le mani intrecciate sul grembo. Subito facevo
……………………………………………………….[un passo indietro
per non farmi vedere, mi appoggiavo alla parete e lei
……………………………………………………….[piano piangeva:
“Ora, mamma, perché te se nei andata?”
Poi mi allontanavo in punta di piedi e facevo finta di non
………………………………………………………..[averla sentita.
Di notte dei rumori venivano dalla stanza vuota: scricchiolii,
……………………………………………………………………[tonfi,
qualcuno chiamava. Rimanevo fermo, gli occhi spalancati
……………………………………………………………………[nel buio
e non riuscivo a fare un passo verso quel fondo lontano
………………………………………………………….[che s’agitava.
Mia madre dormiva con affanno e sembrava parlarmi
………………………………………………………….[anche da muta:
“Un’altra madre per un’altra vita avresti potuto averla,
………………………………………………………….[figlio mio”
E un grido fatto col mio nome cominciava a rincorrermi
………………………………………………………….[dalla stanza.
Gli andai incontro col passo nel buio mentre soffiavo tra i
………………………………………………………….[denti: “Shhh…”.
Spinsi l’interruttore, era tanto che non la vedevo accesa
…………………………………………………[come sempre era stata
quando tornavo a casa ed era la prima cosa che vedevo: il
………………………………………………………[segnale, il saluto
la luce riversa sul pavimento nella solita forma davanti la
………………………………………………………[porta aperta.
Entrai nella stanza accesa con una mano sugli occhi perché
………………………………………………………[mi facevano male.
Pensavo a mia madre addormentata dall’altra parte del
………………………………………………………[corridoio: “Shhh…”.
Mi sedetti sul letto col capo chino, le mani fra i capelli.
………………………………………..[Tutta la stanza era cambiata.
Ogni sguardo mi ricordava una cosa diversa: l’armadio
…………………………………………[spostato, le riviste impilate,
le scatole con le fotografie, i sacchi colmi di vestiti, il lume
…………………………………………………….[rotto sul comodino.
Mi alzai, tentennai, aprii le mani per prendere qualcosa e
…………………………………………………[poi le chiusi nei palmi:
“Cos’è questo disordine… chi c’è stato qui?”
Da quando ero entrato, nessun rumore più scuoteva la
……………………………………….[stanza vuota, nessuna voce
chiamava quel nome. E stavo in piedi fermo com’era
………………………………………..[giusto fare, eppure ero vivo.
La casa era buia, solo una stanza era accesa: “Ora,
………………………………….[mamma, perché te se nei andata?”

*

II
..
Aveva scelto pochi ricordi da ripetere a memoria.
Vissi con lei così a lungo che ignaro li imparai tutti.
E se lei cominciava a recitare:
“Presi a scendere la rampa correndo,
avevo in braccio il mio bambino,
il suo corpo sussultava a ogni gradino
mentre io lo riempivo di lacrime”.
risuonava in me come un vissuto da protagonista.
Mi sorprendevo a imitare la sua voce al telefono,
l’abitudine di premere piano una mano sul petto
mentre l’altra porta il cibo alla bocca socchiusa.
Spesso mi sorpresi in queste pose
e mordendo le unghie di nascosto
mormoravo: “Sembro mia madre”.
Abitavamo una casa troppo grande,
ovunque mi voltassi era presente:
in fondo all’eco del corridoio,
negli scricchiolii delle persiane.
Una volta saltellò sul posto
ora su un piede, ora sull’altro
presa da un’infantile frenesia
davanti a un cesto di datteri maturi.
Sceglieva i migliori agitando l’indice su di essi,
cantilenando fra sé: “Questo mi piace, questo no”
convinta che io non la vedessi.

*

III

..
Fra quelli che conoscevo ero l’unico a non avere una casa.
“Da morta mia madre non mi lascerà niente” ripetevo agli altri
“non ha nemmeno una tomba per morire”.
E sorridevo di rabbia, sputavo per terra mentre lo dicevo.
Sopportavo i morsi che mi davo da dentro se mi ricordavo di lei,
di lei che mi diceva: “Non ti posso vedere infelice, figlio mio”.
Poi mi raccomandava la sua morte: “Quando sarà mi devi bruciare.
Buttami nel vento, fammi volare” mi pregava “fammi volare”.
E non sapevo dove mettere gli occhi mentre lo diceva:
“Non in faccia” pensavo “non devo guardarla”.
Allora picchiettavo le nocche sotto il tavolo: toc toc.
“Cos’è? Hanno bussato?” subito si preoccupava.
“Vado a vedere io, tu sta’ qua”.
Mi alzavo svelto nella gioia del tranello e all’ingresso mi fermavo.
Davanti alla porta ad alta voce chiamavo: “Chi è? Chi è?”
e aspettavo lì quale voce doveva venire anche se l’ultima era
…………………………………………………………………[stata la mia.

..

© Noemi De Lisi, da La stanza vuota, Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2017

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