proSabato: Lea Quaretti, Al compleanno di Pound

proSabato: Al compleanno di Pound

……..Venezia, martedì 30 ottobre 1962
……..Al compleanno di Pound

Sedeva su una poltrona di paglia con un grande schienale circolare intessuto come un pizzo. La sua persona lunga, quasi inesistente nelle pieghe vuote del vestito nero, aderiva, abbandonata, alla paglia. La sua forza era nella testa circondata dall’assurda aureola di quello schienale rotondo posato contro la scala che portava al primo piano. Una testa di capelli ancora eccezionalmente vivi, gonfi sulle tempie, completamente bianchi. La pelle del viso, nella penombra della stanza, era luminosa e aderiva alle ossa come a disegnarle. Teneva le mani lunghe e nodose sulle ginocchia.
Era fermo. Così immobile che si sarebbe potuto pensare stesse dormendo se gli occhi, vivissimi, azzurri e inquieti, non fossero stati fissi a un punto che lui solo vedeva. taceva e nel suo silenzio c’era una forza di suggestione che mi paralizzava. Non sapevo staccare i miei occhi da quel suo viso consumato e leggero, di una bellezza straordinaria: la bellezza che la forza del pensiero, la sofferenza e la poesia possono aggiungere a un volto già per se stesso eccezionalmente bello. Allo stesso modo dovevano essere stati belli quei grandi americani che lo hanno preceduto: Melville, Thoreau, Hawthorne, Whitman.
Non posso più reggere il silenzio carico del suo sguardo. Dico stupidamente: «È bella questa casa».
Dopo un lungo silenzio sento la sua voce bassa, faticosa, che risponde: «Io non ho casa».
«Non ha casa?»
«In nessun posto del mondo» mi dice.
Intanto attorno a un tavolo rotondo posato alla parete di fronte alla poltrona, gli altri riuniti a festeggiare i suoi settantasette anni hanno finito di accendere le candeline rosse piantate su una grande torta bianca: «Ecco» dicono insieme.
La grande torta con le settantasette candeline rosse è davanti al grande vecchio: «Soffia, soffia».
Chi è che grida? Siamo tutti noi che soffiamo sul petto del vecchio […]
Gli occhi azzurri del vecchio fissi non cambiano espressione, non guardano nessuno. Le sue labbra ancora lisce, rosee, dicono senza voce: «Grazie».
Così potrebbero essere gli occhi di un cieco che vede tutto dall’interno, così potrebbero essere gli occhi di qualcuno che viene da un pianeta lontano abituati a fissare luce più intensa senza battere le palpebre. Sono gli occhi di un uomo che ha vissuto dodici anni in un manicomio per punizione e che tutta la vita non ha mai saputo guardare intorno a sé la realtà ma solamente la trasfigurazione che della realtà i suoi occhi di poeta sapevano vedere.
Manlio Dazzi e Diego Valeri siedono vicino a lui, su sedie basse […] In silenzio, in piedi nella piccola stanza della casa […] ognuno mangia la torta. Valeri si china verso Pound: che cosa gli dice? Le labbra del vecchio dopo un lungo silenzio, come faticasse a trovare la voce, si schiudono, ha risposto.
Sono le undici: molto tardi per il grande vecchio, convalescente di una grave malatia che «lo ha tenuto tanti mesi nell’aldilà» come dice la figlia.
Vanni Scheiwiller regala un libro poco più grande di un francobollo nel quale sono stampate le parole scritte da Ezra Pound per i settant’anni che suo padre compiva nel suo stesso giorno.
Pound è in piedi: prende dalle mani di ognuno il piccolo libro, porge l’orecchio per sentire il nome, lo scrive, lo firma sotto, lo riporge. Sto indietro, ho timore di stancarlo. È la sua mano che lo prende dalla mia: i suoi occhi mi fissano a lungo: non so vincere il turbamento e l’emozione che mi dà quel suo sguardo. Abbassa finalmente gli occhi sul librino e scrive con calligrafia grande e sicura: «Domando perdono».

© in Lea Quaretti, Il giorno con la buona stella. Diario 1945-1976, Vicenza, Neri Pozza, 2016.

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