Franca Cicirelli, Le sorelle Sblendorio

 

Franca Cicirelli, Le sorelle Sblendorio, Il Grillo Editore, Gravina di Puglia 2017

Quali sono gli ingredienti di un romanzo che fanno sì che esso requisisca, con fermezza dolce e aspra, chi legge? C’è un passaggio in Le sorelle Sblendorio di Franca Cicirelli nel quale il mistero, il nodo di splendide previsioni non mantenute, il bilico tra stupore e amarissimo disincanto, si concretizzano nella ricetta delle “olive ala monaca”, di cui è scorbutica depositaria nonna Carmela, la nonna delle quattro sorelle Sblendorio. Gli ingredienti sono noti, tanto da sembrare banali, addirittura, ma la morbidezza, il sapore e l’aroma unici di quelle olive hanno un segreto che, fa comprendere Angelina, la primogenita delle quattro bellissime sorelle – «le sorelle in A» – rimaste precocemente orfane di entrambi i genitori, non va divulgato. Già dal titolo, che ricorda Le sorelle Materassi (e la scena in cui il medico Giannelli, che qui incarna il personaggio del pensoso investigatore, con i sensi allertati e con l’olfatto particolarmente perspicace, viene raffigurato in rapporto alla misteriosa Angelina come “nipote e zia”, assume a questo proposito una luce significativa), i riferimenti – gli ingredienti letterari – si affollano, e non riguardano soltanto una presenza che ai miei occhi aleggia piuttosto forte, Passaggio in ombra di Maria Teresa Di Lascia, bensì anche poesia e prosa d’oltre confine e di altre epoche, l’Antologia di Spoon River (gli epitaffi e le topografie individuate da Giannelli nel corso delle sue ripetute passeggiate al camposanto) e Il conte di Montecristo (ma Dumas ritorna a trionfare qui anche con Il grande dizionario di cucina) innanzi a tutti.
Il romanzo è presentato nel risvolto di copertina come un “giallo sentimentale”, e del giallo ha l’architettura solida. Non resta a digiuno, rassicuro, chi cerca delitti e colpevoli. Ci troviamo tuttavia dinanzi a un’opera che conferma quanto sia fuorviante procedere a un’analisi per generi letterari. Gli ingredienti, per tornare alla similitudine con le ricette, richiamate dal riferimento esplicito al Grande dizionario di cucina di Dumas, citato peraltro nell’originale francese, sono vari e sapientemente dosati e mescolati. Identificare topoi e temi è motivo di gioia, invece, per la passione indagatrice, ben nutrita da questo libro: il bello inquietante e ‘selvaggio’, la vendetta, l’emigrazione, perfino il doppio e, come si è visto prima, l’archetipo del ricercatore.
La vicenda, che prende le mosse da due misteriose morti ravvicinate, quelle di un sagrestano e di un parroco, in un paese delle Murge nel 1950, ritorna indietro fino a prima del 1890, per poi rilanciarsi in avanti, in un continuo andirivieni, che ha squarci lirici, negli epitaffi e nelle Vocazioni, e inserti onirici. Gli spazi dedicati alle Vocazioni delle figure femminili possiedono un’efficacia non comune, tale da conferire loro bellezza espressiva ‘autonoma’. Qual è il segreto della ricetta, allora? Che cosa rende la lettura di Le sorelle Sblendorio così avvincente? Il suo fascino risiede proprio nella ricchezza e nella varietà di indizi, lasciati come doni rivolti a passioni diverse, che sia quella per il poliziesco, per la saga familiare, per la poesia lirica, per la geocritica, per l’eterno enigma dell’umano.

© Anna Maria Curci

Questi sono trecento grammi di bisso di Taranto, ce l’hanno mandato le clarisse. Signorina Annetta, quelle mani santissime devono fare in fretta, la consegna dev’essere per il Corpus Domini – e con la stessa solerzia di donna di sagrestia passava subito a cercare di estorcere da Carmela, con ricercate parole di lusinga, la ricetta delle olive alla monaca – Lode al Signore, donna Carmela, voi siete la maga del ricamo e delle olive – Potreste gradirmi il segreto almeno di questa vostra prelibatezza?
Le ragazze sorridevano della strana piega delle parole di Ritella che si avvinghiavano sulle l.
– Lasciate stare il Signore, che se non si affaccia qui è meglio! Ci vogliono le olive coratine sulla tenuta, della buona cenere. Mettete a bollire acqua e cenere, poi lasciate posare, filtrate e metteteci dentro le olive e aspettate una quarantina di giorni. Ma controllate anche prima, che non si ammollano.
Carmela svelò la procedura, scordandosi di alzare gli occhi dal ditale, come se quell’arte cuciniera fosse roba da garzone di bottega o come se alzando troppo si rischiava l’affaccio su mondi malfidati o di dare corda a inutili stramberie.
– Sulla tenuta, le faccio prima che prendono olio – aggiunse la nonna a mezzofiato.
Quando Ritella ebbe salutato e quasi baciato con gli occhi apprensivi le dita di Annetta che toccavano i fili d’oro del sacro ricamo, Alina ricordò che nell’acqua delle olive la nonna ci lasciava galleggiare i rami di mortella e che quell’aggiunta profumata regalava alle olive il retrogusto speziato che spezzava l’amaritudine della cenere.
– Nonna, hai dimenticato la mortella! Vado a dirglielo, corro! – e se il passo saltellante di Alina non aveva colto la falcidiata asprigna dello sguardo di Carmela, la scopa di traverso sull’uscio e la voce di Angelina le avevano parlato chiaro:
– Altolà, vai a cuccia.
Era chiaro che quella non era stata una dimenticanza, ma la precisa volontà di omettere informazioni, di coltivare il segreto di famiglia sulle olive alla monaca come su tutto il resto. (pp. 56-57)

Facendosi strada nel fogliame e nelle spine, Giannelli si trovò tra le mani la cordicella di una campana e iniziò a tirare. La donna che uscì dal portone e che avanzava verso di lui aveva un gran portamento; la massa dei capelli rossi, smesse le spire di fuoco della giovinezza, ora sapeva di cannella. Nella figura molto piacevole era la luce degli occhi a non dare nessun segno di indulgenza,
a creare lo sconforto.
– Buongiorno, sono il dottor Giannelli – trovò la voce tra gli sbotti della trachea e della tosse nervosa.
Angelina girò i tacchi e con la mano fece segno di seguirla.
Muovendosi verso la porta frenò alla vista di un gattino che, arrampicatosi sul lungo vestito della donna, con tre scatti si issò sulle spalle, con il faccino tra i capelli. In questa posizione privilegiata il gatto avrebbe osservato Giannelli per tutto il tempo.
– Come si chiama?
– Lui? Lui è 1914.
Se con le nostre risposte possiamo dare la morte al mondo, far crescere o sfiorire simpatie, al medico 1914 schiuse la miniera Angelina con le sue venature d’oro.
– Figlio di? – e Giannelli si aspettava una gatta dal nome 1913, 1912. Una qualche sequenza.
– Sua madre è Zoccola. Sta là – e indicò la sedia.
Nel trattenere il sorriso, il medico capì che si trovava di fronte a un capolavoro di donna.
La casa era spaziosa, per nulla angusta. Il mobilio non asfissiava le pareti e solo una foto tendeva il filo all’ingombro del passato. Nonna Carmela era seduta sulla sedia che ora apparteneva a Zoccola e le quattro nipoti le erano attorno: Alina era seduta in braccio e porgeva una manina al mento della nonna, Annetta era dietro la sedia a ridere dello sdegno della vecchia e sapeva che Alina avrebbe portato a segno una carezza, caparbiamente. Agostina sorrideva guardando l’obiettivo, l’unica a dare soddisfazione al fotografo; Angelina se ne stava seduta ai piedi della nonna, di tre quarti, anzi con il passare del tempo si era come voltata del tutto dando ora le spalle a Giannelli.
Visti dalla finestra, Giannelli e Angelina erano nipote e zia convenuti intorno all’enorme tavolo per qualche caparbietà familiare. Seduti uno di fronte all’altra, in un silenzio ricognitore, i due se ne stavano fermi. Il gatto, apprezzando la discrezione, aveva socchiuso le palpebre e sbadigliato, poi liberato in avanti una zampetta.
– 1914, svegliati e sorveglia il nemico! – sussurrò la donna guardando Giannelli e aprendo le danze della sua curiosità sulle ragioni della visita. (pp. 89-90)

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Franca Cicirelli scrive di sé: «Se avessi spazio dentro e fuori casa coltiverei un orto e terrei un coccodrillo. Oggi possiedo dei limoni, un mandarino e delle  rose. Intorno al cuore delle cose vivono i confini, i limiti, i margini e questi contorni mi affascinano per il potere di contenere agganci, connessioni, relazioni, dilatazioni di senso e possibilità. Insegno e realizzo progetti e laboratori con adulti, bambini e bambine perché penso che ciò renda intuizioni e idee, anche le più vaghe e fumose, materiale con cui costruire ormeggi e zavorre per partire. Ho vissuto all’ombra di una quercia di 105 anni, mia nonna. Nei suoi verdi continuano a nascere imbastiture, orditi, intrecci, figure.»

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