prosabato: Elena Gianini Belotti, da ‘Indipendenza e creatività’

prosabato: Elena Gianini Belotti, da Indipendenza e creatività

La creatività della maggior parte delle bambine, a sei anni, all’ingresso nella scuola elementare, è definitivamente spenta. Solo poche ne conservano qualche traccia, ma anche quelle dovranno superare lo scoglio della pubertà e l’incontro affettivo con l’altro sesso con il conseguente dilemma tra la realizzazione di sé come individuo e il piegarsi alle esplicite richieste di “femminilità” da parte maschile che le costringeranno a comprimere ulteriormente la loro personalità creativa. Le molteplici ragioni dell’assenza di creatività nelle bambine si possono riassumere in una sola: la dipendenza, cui le bambine sono costrette molto più dei maschi, dal tipo di educazione che subiscono e che è incompatibile con la creatività, che presume, invece, per conservarsi e per produrre, un’ampia dose di libertà.

La creatività – scrive Torrance – nella sua vera natura, è caratterizzata sia da una eccezionale sensibilità che dall’indipendenza?
Ora, nella cultura americana, ma anche nella nostra, la sensibilità è una qualità squisitamente “femminile” e l’indipendenza, al contrario, è considerata un tratto “maschile”; questa tipizzazione crea uno dei “blocchi” sociali più forti per lo sviluppo della creatività. Infatti, il ragazzo creativo appare troppo “sensibile” rispetto ai suoi compagni (e quindi effeminato) mentre le ragazze hanno interessi considerati tradizionalmente “maschili” (la scienza, la politica, ecc.) per cui spesso i soggetti inibiscono i loro processi “creativi” per salvaguardare la loro “mascolinità” o “femminilità.” Questo spiega anche in parte perché le donne sembrano essere meno creative dei ragazzi: più pesante è su di loro la pressione dei pregiudizi sociali. Ad esempio, una ragazza che si interessa di argomenti “scientifici” o di problemi politici, perde spesso parte della sua attrattiva nei confronti dei compagni e viene considerata “strana” dalle compagne. D’altronde tale interazione di accentuata sensibilità e di indipendenza (che arriva talvolta alla ribellione) è una costante di questi individui non solo a livello pre-adolescente e adolescente, ma anche adulto.

Se sensibilità e indipendenza, come sostiene Torrance, sono indispensabili al manifestarsi e al realizzarsi della creatività, per la maggior parte delle bambine diventa impossibile conservarla proprio perché il loro spontaneo slancio verso l’indipendenza, pari a quello dei maschi, viene stroncato sul nascere da un tipo di educazione, che ha come obiettivo principale proprio la dipendenza. Si aggiunga la spinta continua a stornare la propria attenzione dai problemi politici, intellettuali, sociali, artistici, ecc. per occuparsi di piccoli, insignificanti problemi contingenti, operazione che restringe automaticamente l’orizzonte culturale delle bambine. Per dar libero corso alla creatività è necessario poter accedere in maniera sufficientemente ampia al patrimonio della nostra cultura, occorre possedere l’indipendenza intellettuale, la libertà rispetto ai valori dati che permetta di criticarli, rifiutarli e di staccarsene per considerarne di nuovi: occorre essere forti.

I soggetti creativi presentano una spiccata autonomia di giudizio, una tendenza all’anticonformismo, un accentuato senso dell’umorismo, una grande varietà di interessi in campo artistico e scientifico, mentre sono privi di motivazioni “standard” verso il successo scolastico e professionale che è appunto ciò che gli altri si aspettano da loro.”

La dipendenza, al contrario, stabilisce legami molto forti con i valori culturali dell’ambiente sociale in cui si vive, l’accettazione incondizionata e acritica di questi, il desiderio di possedere al massimo grado le caratteristiche approvate dall’ambiente, di uniformarsi alle richieste altrui. Se l’attitudine alle scienze esatte è caratteristica, come rileva la Fattori, dell’intelligenza “maschile” e viene considerata indesiderabile nelle femmine, queste si vieteranno simili interessi per uniformarsi alle qualità accettate delle
coetanee più “femminili,” per non sentirsi escluse e rifiutate dal loro gruppo. Adler dice: “C’è un pregiudizio molto forte contro le bambine. Ad esse viene detto spesso che il sesso femminile non e dotato per la matematica.” Se proprio la sua passione per le scienze esatte non è divorante, la bambina non solo non tenterà di uguagliare i maschi, ma si allineerà docilmente al livello di incapacità delle sue coetanee. Soltanto poche, trascinate quasi loro malgrado dalla forza della loro intelligenza e passione, persevereranno nei loro interessi di “tipo maschile,” ma verranno sempre guardate con diffidenza e sospetto e invece di accettarle per il valore che hanno ci sarà sempre qualcuno pronto a metterle in ridicolo nel caso non abbiano conservato in tutto e per tutto la loro “femminilità.” Non verrà tributato loro il rispetto che si ha per gli individui geniali, saranno considerate anomale, donne che “hanno il cervello di un uomo” oppure “hanno i testicoli,” e si dirà che intelligenza e desiderio di autoaffermazione sono espressione della loro competitività nei confronti del maschio, e se non saranno belle si dirà anche che hanno potenziato la loro intelligenza per compensare la difficoltà di mietere successi con gli uomini.
Saranno le “invidiose del pene,” le “castratrici,” colpevoli dell’anomalia di essere più intelligenti di molti uomini che le detesteranno e le eviteranno in quanto colpevoli di non essere “oggetti.” Per una donna, e ancora di più per una bambina o per una adolescente, è molto facile essere messa in crisi dalle stolide critiche altrui, perché, come osserva Simone de Beauvoir:

per la giovanetta esiste un conflitto tra la sua condizione propriamente umana e la sua vocazione di donna [e, al contrario], al giovane è relativamente facile avviarsi nella vita perché in lui la vocazione di essere umano e il sesso cui appartiene non sono in conflitto, già l’infanzia prefigurava questo destino fortunato … A partire dalla pubertà la fanciulla perde terreno nei campo intellettuale e artistico … L’adolescente non trova intorno a sé gli incoraggiamenti che vanno ai suoi fratelli; al contrario si vuole che lei sia anche una donna ed è quindi costretta a unire il peso del lavoro professionale a quello che implica la sua femminilità … Ogni autoaffermazione diminuisce la femminilità e la possibilità di seduzione … La donna non sale di valore agli occhi degli uomini accrescendo il proprio valore umano, ma modellandosi secondo i loro sogni … Essere femminili significa mostrarsi impotenti, frivole, passive, docili?

Le citazioni sono tratte da E. Torrance, Guiding creative talent (Creatività e educazione, trad. it. di Marta Fattori, Bari, Laterza, 1968); Marta Fattori op. cit.; M. Adler, Il bambino difficile (Firenze, Casini, 1968); S. De Beauvoir, Il secondo sesso, trad. it. di Roberto Cantini e Mario Andreose, Milano, Il Saggiatore, 1961.

© da Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 1973.

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