Brian Panowich, Bull mountain

Brian Panowich, Bull mountain, trad. Nescio Nomen, NN editore 2017, € 18,00, € 8,99

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Ci sono libri che rimangono dentro più di altri, per molto tempo. Libri che ci si attaccano anche per una frase soltanto, è una specie di magia che cerchi di ritrovare in libri di uno stesso o di altri autori che leggerai negli anni a venire. Una ricerca non così evidente, un po’ nascosta. A un certo punto una serie di sensazioni, oppure di frasi, o di immagini, si nascondono da qualche parte e aspettano di riaffiorare e di congiungersi con qualcosa che accade in un altro romanzo. A me è successo con Alabama blues di Tom Franklin (Sartorio 2007, trad. di Flavio Santi), una raccolta di racconti incredibile che non ho mai più dimenticato. Racconti dall’atmosfera un po’ cupa, a volte ironica, fatti e vissuti nei paesaggi dell’Alabama. Racconti dove gli uomini si scambiano poche parole, dove vince l’aspro, dove entra ogni tanto la commozione.

“Devi arrivare alla resa dei conti virilmente, con un po’ d’onore, allontanare un bambino dai binari, restando tu stesso sotto il treno. Lanciarsi su una bomba a mano in battaglia e salvare undici compagni, roba del genere. La pistola alla tempia è una possibilità, ma allora ci vuole un bel colpo di scena.”

Storie malinconiche e disperate (raccomando in particolare il racconto Bracconieri), che qualche volta ho sfiorato nei libri di Lansdale e che sono rimaste lì, come dicevo più su, nascoste fino a che non ho cominciato a leggere Bull Mountain.

Bull Mountain si trova in Georgia, che è proprio accanto all’Alabama, il paesaggio si somiglia e la gente è tanto diversa, ad esempio, dalla vicina Florida. C’è un filo grigio che lega i due territori e c’è un filo fatto di cattiveria, vendetta e speranze nascoste che lega gli uomini e le donne di questo romanzo. C’è una condanna che grava sulle teste dei protagonisti, una condanna che è familiare, calata per diritto di nascita dai nonni, dai padri, fino ai figli. Gli attori di questo romanzo sono attraversati da un dolore profondo che è quasi invisibile, ed è celato nel dominio che esercitano sugli altri, nel loro essere malavitosi, nel controllo territoriale fatto metro per metro, curva per curva, albero per albero. Saprebbero questi uomini chiamare ogni masso per nome ma non saprebbero abbracciarsi. Uomini che sono capaci di rispettare un animale e che ridono mentre vedono un altro uomo bruciare. Uomini che non danno scampo e che non hanno scampo. Brian Panowich, al suo primo romanzo, scrive del cuore nero delle persone e di quanto filo spinato ci stia intorno, e quante fatiche/ferite bisogna sopportare per liberare uno zampillo di sangue buono.

Sfiorò la guancia di Val e ne fissò le rughe, causate da decenni di episodi del genere, e qualcosa passò dall’uno all’altra come una scarica di energia statica. Condivisero un attimo di tristezza insostenibile che strinse il petto di Kate, mozzandole il fiato all’improvviso. Era il tipo di tristezza in agguato sulle strade che, una volta imboccate, non permettono il ritorno.

La famiglia Burroughs da anni mantiene il controllo di Bull Mountain, un luogo selvaggio, che si riesce a immaginare solo in bianco e nero, e gestisce i propri traffici di droga e alcolici. A Bull Mountain nessuno sale, nessuno arriva senza essere controllato. Nemmeno Clayton, che è l’unico non “fuorilegge” della famiglia, fa lo sceriffo, scelta che non verrà mai perdonata. Clayton che forse è diverso oppure è soltanto riuscito a mettere da parte il proprio cuore nero. Le sue scelte verranno messe in discussione da un’indagine svolta dall’agente federale Simon Holly, intelligente e accattivante, che si muove in modo discutibile. Simon è determinato a distruggere i Burroughs, Clayton è animato dai sensi di colpa familiari e dalla voglia di dare una via d’uscita al fratello maggiore, l’attuale boss. Odio, vendetta, perdita, smarrimento, la forza di Kate – moglie di Clayton – la sua lucidità e il suo amore, la sua risolutezza.

Panowich racconta la storia di questa famiglia facendo avanti e indietro nel tempo, intrecciando le colpe dei nonni alle rughe dei figli, sembra volerci dire che non ci sia redenzione e che chi deve pagare pagherà, ma fa qualcosa in più, mostra il conto anche alla vendetta, e poi quello che sappiamo: l’odio acceca, l’amore –quando non salva – regala almeno un po’ di luce. Panowich ha un ritmo che toglie il fiato, si fa molta fatica a staccarsi dal libro, eppure non lo ridurrei alla definizione di noir perché si tratta di una storia sui destini segnati, sull’incapacità di fuggirli, sulle azioni e reazioni sempre imprevedibili degli uomini, sul fatto che persone tanto dure, perfino orribili, possano provare un istante di tenerezza, su come –infine – in un posto cupo come Bull Mountain possa spuntare, di colpo, il sole.

Non volevo ammazzarlo. Non l’ho fatto per avere un trofeo o una storia da raccontare. L’ho fatto per sopravvivere all’inferno. Se lassù spari a un animale, meglio avere un motivo più che valido. Cacciamo per necessità. Solo gli idioti lo fanno per sport. Quella bestia ci ha scaldato e nutrito per mesi. Le dovevo pur qualcosa. Capisci cosa voglio dire? Credo di sì.

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© Gianni Montieri

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