Vasco Mirandola, E se fosse lieve

Vasco Mirandola, E se fosse lieve, Padova, Cleup, 2016, euro 10

La formula di certe dediche resta non detta pubblicamente ma traccia il senso di una recensione, e di questa in particolare. Ed è dalla parola “traccia” che vorrei partire oggi per inquadrare la poesia di Vasco Mirandola che presentiamo qui, dal volume E se fosse lieve (Cleup, 2016). Sono proprio quei tratti che sfocano sul bianco, a ricordare come la casa sulla copertina – e tutte le case illustrate all’interno del volume attraverso la mano lieve di Maurizio Ciato – sfumi(no) all’occhio verso le fondamenta. Come a dirci da subito che questa poesia si può leggere considerando un’origine articolata o meglio un’architettura dei versi che inizia altrove; un’architettura del possibile per poesie che vengono al mondo da altri mondi. E forse per Vasco Mirandola, da sempre anche attore di teatro e di cinema, lo spazio di venuta al mondo è proprio la scena, dove e sulla quale tutto può accadere, anche la parola. Ma la sua poesia muove verso uno sperimentalismo il cui punto di fuga vuole una prospettiva che annovera soprattutto la delicatezza di una parola poetica (come ben dice la poeta Alessandra Racca nella prefazione) in grado di potersi dire all’interno di un contesto “vivo” com’è quello teatrale, di cui il poeta conosce ogni angolo. Così è Mirandola quando sul palco presenta spettacoli di poesia, come nel progetto Ballate per il Nordest, con molte voci della poesia italiana di oggi (Simon Ostan, Salvagnini, Franzin, Guglielmin, Targhetta e altri). Mirandola parte dalla visione di ciò che la poesia può dire, esternando nella parola la dimensione del reale e dell’esperienza con nuove strategie. Non è un caso che l’opera − che non è la prima raccolta dell’autore − sia stata affiancata in questi anni dagli Zuggerimenti poetici, otto cortometraggi realizzati tra il 2012 e il 2016 con il regista Marco Zuin (da vedere qui) e musiche della Bottega Baltazar. L’unione di video, musica e lavoro dell’attore sulla scena − più che interpretativo, forse da definirsi di trasposizione – tocca qui momenti di rara illuminazione del reale, che diventa suggestione poetica o figurazione della stessa. Una delle qualità pregnanti della poesia di Mirandola è appunto quella del muoversi in un territorio che coniuga arti diverse, per tenerle insieme in un linguaggio ‘gentile’ (già messo in luce da Racca) che conosce la storia, il suo passato e soprattutto intende ‘la generosità del fare’. È il poetattore che scrive: «Poesie/ un po’ tue/ un po’ mie» sulla copertina.
Ma venendo alla materia poetica, alla sua densità, essa è già tutta unita nelle “Varietudini” (anche titolo di una sezione) che vogliono la «giocosità» del linguaggio (Racca): «Metterò la maglietta che ti piace/ prenderò il prossimo treno/ giocherò sul terrazzo/ prigioniero del tuo palazzo/ passeggerò nella tua mano/ io sarò il vento/ tu il vestito» (p. 81) e anche in: «Siamo qui/ aggrappati alla finestra/ a guardare/ la vita che passa/ senza salutare» (p. 95). La stessa giocosità è tratto distintivo di molti testi, in cui la rima resta centrale nell’uso, così come l’anafora. Ma c’è anche una sperimentazione che ricorda la poesia per l’infanzia e, forse, di più certi testi di Bruno Munari; ad esempio Promemoria: «Leggere almeno un’alba al mare/ Fare una camminata su un albero mai visto/ abbracciare un bel film/ possibilmente all’aperto/ Sdraiarsi su un desiderio al giorno/ Ascoltare una buona metropolitana/ Aiutare le ciliegie a pieni polmoni/ Imparare un bosco/ Scrivere un fiore quotidiano/ Esprimere un urlo nuovo/ Cogliere un amico/ Sottolineare conchiglie/ Risolvere un concerto/ Nuotare con braccia liriche/ Dire il mio nome a te» (p. 98). La poesia di Mirandola non rinuncia al passaggio di tono ed è capace di creare immagini e libere associazioni, variamente poetiche e illuminanti; esse ci trasportano in un territorio contemporaneo che ha del drammatico (in tutte le accezioni), dove resiste qualche cosa di antico; con pochi tratti eccone un esempio: «Dentro di me/ se ascolto/ qualcuno ode la pioggia» (p. 61) e anche: «Che morirà tra pochi mesi/ lo capisci dagli occhi/ che abbracciano il mondo/ come grandi mani/ fino alla fine delle dita.» (p. 68)
Dalla sezione di testi per il teatro, la poesia I sogni, con un ricordo vagamente shakesperiano forse nel contenuto: «Io non so perché i sogni ci attraversano/ lasciandoci persi e confusi/ non so perché a volte sono lievi, sottili/ e se ne vanno con un respiro/ e a volte sono come ombre/ che nessuna luce cancella/ Non so dove nascono/ cosa li fa diventare grandi/ o rimanere piccoli/ non so neanche se c’è differenza/ L’unica cosa che so/ è che a volte ci ammalano/ e a volte ci guariscono/ ma non so dire cosa è meglio» (p. 121, da A me frega niente, Compagnia Muk).
Torniamo ora, per un attimo, alle case illustrate all’interno del volume, che creano − o per meglio dire hanno − tra loro similitudini: case che crescono e si muovono, si stiracchiano o hanno ruote, braccia e gambe, e i loro tetti si sviluppano in altezza. Queste case con lettere dell’alfabeto su muri bianchi ci ricordano che veniamo a contatto con una poesia che nasce, cresce e resta con noi in questo modo: lievitante e puro.

© Alessandra Trevisan

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