Francesco D’Isa, La stanza di Therese

Francesco D’Isa, La stanza di Therese, Tunué 2017, € 12,00

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di Martina Mantovan

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Motore immobile del nuovo romanzo di Francesco D’Isa, La stanza di Therese, è la personalissima e universale ricerca del trascendente e del rapporto intimo e quotidiano che intratteniamo con esso. La stanza d’albergo in cui si ritira la protagonista racchiude una cosmologia complessa e dilatata: ella si muove in uno spazio fisico limitato, tra quattro mura spoglie alla ricerca dell’infinito. Therese è una giovane donna colma di domande e contraddizioni che sceglie l’isolamento per indagare i limiti del mondo e travalicarli: non si spinge ai quattro angoli del globo per capire la sua finitezza, ma comprime il suo universo all’interno di uno spazio chiuso e definito. La camera di Therese è un rettangolo dagli angoli retti e rassicuranti: è il frutto di un orizzonte teoretico saldamente non contraddittorio, l’espressione di un pensiero razionale fattosi logistica. Il desiderio di distacco che la porta a chiudere all’esterno il mondo ontico e relazionale deriva da un’esigenza profonda, da un’indagine che ha come scopo l’interrogativo per eccellenza.

Ho provato spesso a sfuggire dalla domanda, ripetendomi che non è un serpente che striscia nella vita di chiunque, che non ha importanza né risposta, è una distrazione che mi sono imposta per scappare dal dolore e dalla responsabilità. Dietro alla porta della mia stanza ci sono i tormenti del mondo ed è più facile fuggire nel trascendete, soprattutto se funziona.

Therese vive per giorni in un limbo popolato da grandi interrogativi passati al vaglio della speculazione filosofica attraverso un dialogo silente, continuo e puntale, intrattenuto attraverso il rapporto epistolare con la sorella. Specchio e voce fuori campo, la sorella fa da contraltare al quadro biografico e intellettuale di Therese, mettendo in discussione e ribattendo puntualmente alla confessione fiume di cui siamo spettatori. Non un semplice contradditorio, ma commento strutturato e sentito: la sorella di Therese risponde con annotazioni cariche di tensione alle sue parole. La narrazione delle vicende della vita di Therese diviene il terreno su cui costruire un castello teoretico coerente e frammentario, che capitalizza il sapere filosofico e lo rende necessità esistenziale. Il ragionamento ostensivo procede dal racconto autobiografico alla questione metafisica in un crescendo sempre più pregnante di significato.

Ma soprattutto, che me ne importa dell’esistenza di dio? Che cosa mi cambia? Mi passerebbe la fame, la sete, il dolore, il piacere, il desiderio? Avevi ragione quando dicevi che sono piena di ʻstupide fisseʼ, dai collage coi libri al tagliarmi i capelli da sola, ho cucito le mie idiosincrasie su misura dei miei difetti. Smetto di studiare perché odio la competizione, non mi butto in amore, o finisce male perché ʻlui non mi capisceʼ… per giustificarmi costruisco teorie sul mondo utili finché non passa abbastanza tempo da considerare le mie scelte parte di un passato che non mi riguarda più.

Il ritiro spirituale di Therese è dunque una sottrazione alle dinamiche mondane tipico di una visione ascetica: ciò che la porta a preferire l’esplorazione del nulla per cogliere il tutto non è una fuga, ma un’immersione nella profondità della domanda. Dietro al crescente avvitamento di Therese nei quesiti massimi vi è la nascita dell’individualità e la sua disgregazione, la coscienza di sé e la serie senza fine di distinzioni che frammentano la definizione. Therese naviga le acque torbide della logica per raggiungere l’ineffabile, usa le negazioni come scala verso un infinito a cui aderire nell’identità, quell’infinito in cui i termini antitetici trovano una conciliazione, in cui essere e non essere coincidono. Il percorso intrapreso dalla protagonista porta alla posizione dell’assurdo: muovendo da un presupposto simile a quello de Il mito di Sisifo di Camus, Therese approda ad un risultato differente. L’uomo assurdo di Camus abbandona la ricerca di Dio assumendosi in toto il fardello della libertà assoluta,  Therese, invece, fa di questa presa di coscienza l’elemento fondativo di un’angoscia che trasfigura in accettazione, pur mantenendo fermo l’elemento trascendentale.

Al di là del fatto che sono ancora una disadattata, se continuo a riempierti di paradossi è nella speranza che almeno sul piano dell’astrazione intellettuale tu riesca ad ascoltarmi. L’introversione da cui è nato il mio isolamento, le lenti distorcenti della malinconia e dell’immaginazione, la paura che mi ha allontanato da confronto, responsabilità e conflitti sociali, in breve tutti i difetti che mi imputi – e a ragione – hanno generato cumuli di marciume e sofferenza, finché, per affrontarli, mi sono risolta a una strategia estrema: accogliere l’abissale insensatezza della vita.

Il paradosso diviene perciò l’orizzonte ultimo in cui trova dimora l’io della protagonista; la verità simultanea di negativo e positivo fa dell’antinomia la regola e non l’eccezione. Therese dispone della libertà di affermare e al contempo negare tutto il mondo, di riservare uguale diritti di verità ed esistenza al mondo razionale e inquadrato che si è lasciata alle spalle, quello della sorella, ma anche al mondo ellittico e iperbolico della sua esistenza. Ciò che rende la ricerca di Therese rivoluzionaria, senza rimanere un mero gesto di rottura con la logica comune e dominante, è l’essere apertura radicale, uno squarcio luminoso dell’impossibile nel possibile. Le pareti della stanza di Therese piegano gli angoli del senso comune, sovvertendo tutte le regole e mostrando la necessità di fare i conti con l’altra faccia del reale.

Therese accetta e sostiene la simultaneità degli opposti, fa convivere le contraddizioni teoriche e pratiche che le si presentano, mostra la necessità di fare della geometria non euclidea uno stile di vita. Perché Therese è colei che agisce e porta alle estreme conseguenze un sistema filosofico che contempla e rende perturbante e familiare l’incommensurabile, l’impossibile, l’infinito.

 La razionalità mi ha portato a confidare in un infinito che la contraddice, mentre amore, orrore, gioia, dolore e bellezza mi hanno spinto fuori da me stessa, dove intravedo qualcosa né bello né brutto, ma proprio per questo perfetto. L’assurdo mi persuade – non la passione, non la logica, ma qualcosa di radicalmente diverso da me, che coincide con un’identità più autentica. La risposta a qualunque domanda è sia sì che no.

Francesco D’Isa scrive un romanzo con la densità della confessione incalzante, da cui traspare tutta la disperazione di una vita che non s’accontenta di guardare il mondo attraverso gli occhi della rettitudine non contradditoria; con Therese il lettore viene posto nella condizione di affacciarsi tra i cieli e gli abissi del pensiero che si propaga per cerchi concentrici sempre più ampi e distanti, fino a includere tutto. L’autore propone una riflessione che trova riscontro e apre finestre su contesti altri, mettendo in campo soluzioni grafiche che amplificano il senso del testo: ritagli di giornali, annotazioni a margine, citazioni, disegni, fatture e planimetrie completano il quadro dando spessore al contesto narrativo sfaccettato.

Il lettore finisce per rapportarsi a un testo che fa dell’accumulazione, del tentativo di rendere l’esistenza del tutto evidente, un imperativo: Francesco D’Isa crea dunque, attraverso la sovrapposizione di piani, un sorta di palinsesto, che ricorda e rende omaggio, calibrando l’elemento compositivo e quello più lineare del memoriale, al dibattito-collage filosofico del mirabolante No! di Imre Toth.

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© Martina Mantovan

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