Non sapevo che passavi #7: Marcinelle

marcinelle

Non sapevo che passavi #7: Marcinelle

(di cartoline e rimesse)

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di Stefano Domenichini

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Questa è una storia di cartoline e di rimesse. I postini odiavano le cartoline. Dovevano contare le parole. Se erano più di cinque, verificavano che fosse stato appiccicato il francobollo supplementare, pena la mancata consegna. Non era un mondo per grafomani. Salutoni da __, verrò costì. Tornerò a Natale, salutovi caramente. Se al vaglio passava una cartolina dilagante di parole in ogni spazio bianco disponibile, il postino scuoteva la testa: questo sta male, pensava, non ce la fa più. Quello che contava erano le immagini. L’emigrato in Svizzera era privilegiato. Castelli che navigavano su laghi di luce. Neve che scaldava, e chiese. C’erano sempre chiese alte che fronteggiavano le montagne e guardavano dritte nell’obiettivo: tranquilli, dicevano, ci siamo qua noi a vigilare. Quando venivano recapitate nelle case di Povoletto, di Cimadolmo, di Roccascalegna o di Sant’Angelo del Pesco, le cartoline facevano il giro del paese. Erano un modo per farsi invidiare. Figli, mariti, fratelli stavano lì, in quel diorama di quiete e prosperità. Era meno facile per quelli che erano andati in Belgio, miniere, zona Charleroi. Qui l’immagine più accattivante era un panorama di rotaie, baracche di legno, cieli lividi, camini alti come campanili che sparano fumi densi e inesausti su case che arretrano, sullo sfondo, atterrite. Ci voleva coraggio a spedirle, a restare sotto le cinque parole, senza chiedere scusa, rassicurare più volte che andava tutto bene. Ci voleva tanto ottimismo a mostrarle in paese.

Ecco perché erano importanti le rimesse.

Il più grande problema della politica è sempre stato cosa farsene della gente. Ce n’è sempre troppa. Troppa da curare, da istruire, da far lavorare. La soluzione classica è la guerra. Prendi gli esuberi, li mandi in montagna o in qualche spianata senza vie di fuga, con il tamburino, il vessillo, la grappa e le puttane e per qualche anno le tensioni sociali sono risolte. Il bravo politico sa sempre inventarsi un nemico, sa eccitare di Patria chi ha preso sempre solo ordini e per i meno ignoranti c’è il metodo Boris Vian: ne fucili due o tre e gli altri sono già lì che si informano sul meteo a Caporetto. Alternativa alla guerra, vendere gli esuberi al miglior offerente. Emigrazione e guerra: sono loro i turnisti dell’equilibrio sociale. Quando nel 1924 gli Stati Uniti d’America regolarono per quote l’immigrazione, fino al blocco totale dopo la crisi del ’29, era già chiaro che una nuova guerra sarebbe stata inevitabile.

Nel 1925, Mussolini sbalconava i pettorali tuonando contro l’emigrazione che dava dell’Italia un’immagine di degrado. Negli stessi giorni aveva mandato un ambasciatore in Russia per piazzare un po’ di carne eccedente. C’è la Siberia da colonizzare, gli risposero, se volete venire. L’Uomo Forte dovette ripiegare sugli amici tedeschi. Riuscì a piazzare 250.000 braccianti, ma non fu facile. I simpatici lanzichenecchi temevano per la purezza della razza. Pretesero solo altoatesini e vietarono, per legge, ogni contatto con la popolazione indigenza, pezzenti pure loro, ma di razza ariana. 250.000 rifiuti valevano tantissimo. Presso la Banca Centrale di ogni Stato c’è un conto corrente che regola i rapporti economici tra le nazioni. Funziona così: lo Stato A è ricco ed esporta nello Stato B quello di cui lo Stato B ha bisogno. Lo Stato B ha le pezze al culo, non sa come pagare, e si indebita. Per compensare il debito, lo Stato B manda allo Stato A carriolate di pezzenti con cui lo Stato A continua a produrre ricchezza. Un modo semplice per rimettere i debiti. L’emigrazione funziona così, né più né meno. In nessun incubatoio della Pubblica Istruzione lo spiegano. Anche perché è talmente facile che capirebbero tutti. Meglio fermarsi al pop melodico, melassa e orgoglio, di eroi che si sacrificano per la Famiglia e la Nazione. C’è un punto poco chiaro però: l’emigrato – cioè quello che si leva dai coglioni – è un eroe fino alla linea di confine. Come la varca, diventa un immigrato, cioè uno che ruba il lavoro, che puzza, che nonsipuòpiùuscirelasera. Parlatene con la luna, se vi va.

Adesso può iniziare la storia.

È la storia del plotone, l’ultimo. Quello che non insegue nessuno, lotta solo per non finire fuori tempo massimo. Un plotone che si compatta al centro per l’emigrazione, terzo piano sotterraneo della Stazione Centrale di Milano. Nudi, denutriti, sottomessi a una visita medica superficiale. Destinazione Namur, Belgio. Prima di caricarli sui carri ferroviari, gli mettono in mano un garofano, chissà perché. Il Piano Marshall è lento, ci vuole troppo tempo perché cominci ad assorbire la manodopera. Il Belgio ha finito i minatori: una volta liberati i prigionieri di guerra, i profughi e i collaborazionisti, non c’è più nessuno sano di mente che voglia scendere laggiù. L’accordo del 1946 è semplice: carbone per la ricostruzione industriale in cambio di derelitti: 2.000 a settimana. Alla fine saranno 83.012. I derelitti sono fiori di iris: nascono ovunque e resistono a tutto. I manifesti appesi nei bar di paese erano rosa. Promettevano un lavoro e condizioni di vita migliori. Cromia festosa e sintesi: cosa vuoi chiedere di più a un manifesto?

Non si diceva nulla della miniera, né degli alloggi che erano campi di concentramento a cui l’aggiunta del prefisso ex non aveva tolto lo smalto dei tempi più cupi, compresi fischietto, Kapò e disciplina. L’aria aperta erano colline di detriti e resti del materiale scavato. Chi restava atterrito e chiedeva il rimpatrio veniva portato al carcere del Petit Chateau, stesso trattamento dei detenuti. Anche le miniere hanno una loro vita. Quella di Marcinelle, nel ’56, era giunta all’agonia. Non valeva più la pena investire in attrezzature più moderne, mettere nuove protezioni ai cavi elettrici, sostituire il legno con il ferro. Se la miniera è vita, allora la vita è un termitaio profondissimo dove vieni scaraventato in gabbie arrugginite circondate da cavi elettrici scoperti. Se la miniera è vita, devi avere un’idea precisa di quanti siano 1.000 metri sottoterra. 1.000 metri sono dieci campi da calcio messi in fila, sono sette minuti a passo veloce, sono le Torri Gemelle una sopra l’altra.

È lì che un carrello urta un filo elettrico tranciandolo di netto e provocando una scintilla. Come gettare un fiammifero in un mare di benzina. Sono passate da poco le otto del mattino dell’8 agosto 1956. I morti sono 262.

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© Stefano Domenichini

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nota: la rubrica di Stefano Domenichini “Non sapevo che passavi” è pubblicata in collaborazione con Sdiario

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