Una frase lunga un libro #91: Emmanuela Carbé, L’unico viaggio che ho fatto

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Una frase lunga un libro #91: Emmanuela Carbé, L’unico viaggio che ho fatto, minimum fax, 2017; € 14,00, ebook € 7,99

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Mi metto i palmi delle mani sulle stanghette degli occhiali, il treno parte e inizia una ripidissima e lenta salita. Urlano tutti. Nel dubbio, urlo anch’io.

Lo racconto come fosse un viaggio. Lo racconto come un dentro e un fuori. Lo racconto come da una porta d’entrata a un’altra porta d’entrata. Lo racconto come se sempre ci trovassimo di fronte a una doppia uscita. Lo racconto come su una giostra ma anche da dietro a una giostra. Lo racconto come da sotto la pioggia, come da dentro un auto, come una coda alla cassa, come una comunità, come una solitudine. Lo racconto come una ricerca e come una perdita, come una nostalgia, come una vacanza. Come fosse una vicinanza. Lo racconto per l’importanza delle parole. Lo racconto come la capacità di Carbé di passare dal sorriso alla commozione, lo racconto come fa lei: come se fosse una finestra aperta, come se ci entrasse il sole, come se scappasse rotolando fuori qualcosa che non tornerà. Lo racconto così, a passo svelto per non perdere il ritmo, per ritrovarne il tempo. Lo racconto come fossi su un treno, perché spesso è di questo che si tratta. Lo racconto come se stessi entrando a Gardaland con mia sorella, la prima volta stamattina.

Ho cominciato a leggere L’ultimo viaggio che ho fatto in treno, facendo la mia solita tratta che va da Venezia a Milano; facendo – se vogliamo – l’unico viaggio che tutti dovrebbero fare durante la lettura di questo libro, o almeno subito prima, o almeno un attimo dopo. Siccome ho fatto su e giù tra le pagine, davvero come se fosse un’attrazione di Gardaland ed ho molto sottolineato, mi sono ritrovato sul Ponte della Libertà, già sopra la Laguna, prima di finirlo. Ed è stato un bene, col senno di poi, avanzare una quarantina di pagine per il ritorno, per l’ennesimo mio lunedì mattina. Ho finito poco dopo Peschiera del Garda, perché è lì che questa storia andava finita e capita. Carbé ha scritto un saggio, un racconto, una riflessione sui tempi, sui costumi e ha scritto un romanzo; non-fiction, si potrebbe dire, ma sarebbe restrittivo, forse la parola giusta è proprio “viaggio”. Per quel che ne so, Carbé, scrivendo del non luogo per eccellenza che è Gardaland, raccontando dell’Autogrill di Roncobilaccio, e delle stazioni, e dei treni, e di tutto quanto il disorientamento che ci si porta addosso, ha aperto dei varchi dentro la mia memoria e mi ha fatto riflettere.

Ogni infanzia è un continuo allineamento. Credevo sempre di essere dalla parte della vittima, del debole e del giusto, di quello a cui avevano tolto l’accesso a qualcosa e che doveva andarsi a riprendere tutto: com’è ovvio sbagliavo eppure sbagliando funzionavo, smettendo di sbagliare iniziai a non funzionare più.

Questo libro è una mappa, che parte dagli anni ottanta, dai pomeriggi passati a guardare Bim Bum Bam, con Bonolis che faceva il Bonolis, con le difficoltà di una bimba che si muove tra coetanei e che cerca di capirli, di adeguarsi a standard diversi dai propri, da quelli della propria famiglia. È una mappa su Gardaland, il parco giochi del Lago di Garda, quello più famoso di Italia. Il parco che io e mia sorella abbiamo conosciuto già grandi, arrivandoci con amici del nord, da estranei, anche loro furono una mappa, ma Carbé l’ha disegnata meglio. Perché ci ha messo dentro la storia, i conti, i bilanci, l’idea, l’entusiasmo, i fallimenti, i passaggi di mano; perché ci ha messo la sua storia con Gardaland presente ogni anno, e ogni anno un viaggio, e ogni anno un cambiamento. La domenica mattina con la mamma, e attrazioni che cambiano e altre che resistono, e a quelle l’autrice si aggrappa, sono quelle che sente più vicine. Lo facciamo tutti, abbiamo momenti della nostra infanzia o adolescenza, tasti che vorremmo continuare a pigiare, foto che vorremmo ci venissero scattate a ripetizione. La stessa giostra, le stesse patatine, gli stessi vestiti, lo stesso mare con quell’unico odore. Per tutti diverso ma sempre lo stesso.

[…] noi non avevamo guardato le persone, ci siamo fissati con gli spazi. Ma cos’è lo spazio? Non è la lingua che si abita? E se la lingua è una casa, allora i luoghi sono ciò che è possibilità di narrare.

È un libro fatto di nonne e di assenze, di assenze di padri, di gioie come fratelli venuti dopo; fratelli da imparare a prendere per mano, con cui andare a Gardaland, coi tempi cambiati e gli anni passati, e allora tuo fratello magari ne sa più di te, e si sovrappongono emozioni/informazioni. Carbé commuove in molti passaggi e in molti altri, grazie a una prosa bellissima, diverte, proprio come in un parco giochi. Arriveranno altri non luoghi, come l’autogrill di Roncobilaccio Ovest, che merita una citazione tutta per sé:

Sia chiaro, no ho niente contro Roncobilaccio Est 515, ma Roncobilaccio Ovest è proprio speciale, posizionato poco prima di una curva che arriva alla parte più alta del valico, e da lì in poi tutta discesa. Roncobilaccio Ovest è a ridosso dell’ultimo sforzo, è quando ti fermi e prendi un caffè, ti prepari all’ultima impresa, telefoni a casa e dici Can you hear me Ground Control? Qui Major Tom, ci siamo quasi, siamo pronti all’atterraggio.

Dicendo del non luogo, Emmanuela Carbé ci racconta anche il non tempo e il nostro grande disorientamento. Le nostre vite molto spesso sono come davanti alle luci di un grosso centro commerciale senza che sappiano quale negozio pigliare; o nel parcheggio della più grande di tutte le Ikee e la macchina mancante non può essere che la nostra. L’unico viaggio che ho fatto è il libro sul nostro binario che sbanda, sul treno che alla prima stazione si ferma col un tizio che ci saluta dal binario 2 e che per un attimo ci pare di riconoscere; è un libro su tutti quanti i ritardi e che ci riporta sulla nostra prima giostra, e non è un bene e non è un male, è soltanto così.

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© Gianni Montieri

 

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