Fernando Lena, La profezia dei voli

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Fernando Lena, La profezia dei voli, Archilibri, 2016, € 9,00

(alcune poesie dalle prime due sezioni del libro)

*

da La quiete dei respiri fondati

*

Manicomio di Aversa

Sono le 22 di una sera d’ottobre un po’ gelida.
Davanti a me queste  mura altissime
inquietano allegramente poiché la vera prigione
è il caos che mi setaccia dentro.
Leggo scritto Manicomio per giunta criminale
forse mi merito un luogo come questo chissà,
in cinque anni d’oblio ho smesso di credere
in ogni bellezza. Aversa sembra una città estroversa
un po’ però avvitata nei suoi vicoli
poi erge questo villaggio della follia
come un cuore che batte
nonostante la strage del silenzio.
Il padiglione 5 per un anno
diventerà il luogo della mia rinascita?
è difficile pensarlo
quando vieni circondato da corpi
vivisezionati dall’elettroshock,
da qui già si sente
l’odore estremo dell’emarginazione,
le mie vene lo conoscono
come conoscono l’alito dei cadaveri
mai del tutto seppelliti dall’indifferenza
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::civile.

*

II

Quanti dei vostri nomi
per saziare l’urlo della libertà…
così vi vedo: già morti
mentre lungo i viali
andate in cerca di uno sguardo
fedele al mostro che vi dimora.

«spesso ci provo
a rovistare
nel vostro dolore
ma non trovo un senso
a parte un inferno
scottante come un lager»
è troppo gelido il verbo
anche per un cristo crocifisso.

*

IV

Ogni camera
è un trionfo di piscio.
Dalla calce sale
la putrefazione
di quei sentimenti
sedati per sempre:
centimetro dopo centimetro
il pensiero è stato
:::::::::::::::::::::::sterilizzato
e forse ora
dalla banalità del male
germoglieranno soltanto
spine senza profumo,
rose vellutate di pietà.

*

XI

Sprofonda la pioggia
sui passi dei torturatori.
I camici bianchi…a volte
si macchiano di demenza
sono il piccolo schermo
di una Italia che non vede,
ma colui che sanguina
ha la voce di una ferita
imprecisa come gli occhi
di chi pugnala
la psiche dei tramonti,
la calma ipnotica
:::::::::::::dei lampioni.

*
XVII

Suor Adelaide da vent’anni
aspetta un miracolo
ne parla spesso con Dio
invocando una deriva dolce
per queste cavie
qualche anno fa
ha rischiato di morire
dopo essere stata aggredita
dal suo discepolo più giovane.
Per giorni è rimasta in coma
poi appena sveglia…con un sorriso
ha esclamato che Aversa
non sarà mai
il capoluogo dell’inferno.

 

da Quasi uno sprologo

*

Manicomio di Aversa ore 20.00

Questa volta il mondo me lo lascio dietro,
dietro a mura altissime
lascio il tempo coltivato a mais,
le zolle ferree, il fischio degli irrigatori.
A quest’ora le benzodiazepine
tengono in ostaggio i pazienti
e niente trattiene il buio come i viali
niente come le arterie
riesce a farsi calpestare dai fantasmi
ormai troppi per un massacro
durato un grido.
Con te la follia è un sole in sovrappeso,
una giornata che si spezza
per la fragilità dei ricordi.

Con te i padiglioni
sono dialoghi serrati dall’elettroschoc
e non dovrebbero chiamarla violenza
la scarica che riporta all’origine
l’odore molecolare delle bestie.
Noi apparteniamo
alla luce sfumata del rito
solo quando il grafico innalza
le percentuali della dipendenza:
come fottuti masochisti
ci siamo infettati per non curarci
con un raggio di sole.

Vuole nascondersi nella valigia Italo
anche solo per vagare
qualche ora nella civiltà dei semafori.

Carlo si china per l’ultimo mozzicone
dopo fumerà le arterie rinsecchite
ma la malinconia un certe ore è fumo
che tocca le nuvole
per ricadere febbricizzante nelle celle…

*
III

Ernesto con i suoi vent’anni
passati a fissare fughe inarrestabili
qui è il guardiano eppure
non pensa come tale
e respira da prigioniero
dopo aver capito
che nessuno spazio è infinito
se gli occhi inforcano regole
ormai vivere per incenerirsi
lascia già in bocca l’amaro del presagio,
la pena redentiva del germoglio.

*

IX

Tua madre ha il desiderio
di un Natale tutti insieme tra gli aranci
con i minuti spremuti
come nelle colazioni dell’adolescenza:
ma essere figli in questo paese
mai cresciuto di speranze
cosa ci costringe ad essere
a parte sbattere la porta
e ingrassare il mare di rimpianti
mentre un traghetto
ci segna come un meridiano.
Il telefono in sottovoce parla piano:
lei lo sa come si muore
esiliati dall’errore
di voler vivere a tutti i costi.

*

XIII

Manca un’ora all’alba
e l’insonnia più o meno l’avverte
lo scricchiolio delle nuvole sul tetto.
Fuori è la voce del guardiano
a lasciarci le orme della fame.
Dopotutto il silenzio
non è mai uno spazio
di parole illuminanti
e forse per la pietà
che ci lasciamo attraversare nei dubbi
oggi abbiamo più fede
nelle allucinazioni.

*

XVII

A Cecilia non importa
se i lividi le coprono la faccia,
lei vuole tanto rossetto sulle labbra
per dimostrarmi la passione
che le vibra in quelle sue poche cellule
ancora non arrese all’omologazione
della violenza. Rosso è il colore
che desidera per le sue labbra
che a sfiorarle con le mie
sarebbero una primavera tra le macerie,
il punto meno sterile della sua memoria.

Oggi c’è qualcosa di regale 
nel suo chiedermi un’ora della mia follia
per sentirci il batticuore fiorire
dall’irriverenza delle catene.

*

© Fernando Lena

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