Nicolas Cunial, La stanza mai bianca. Inedito

L'ospedale di San Servolo. Foto tratta dall'Archivio di Stato di Venezia

L’ospedale di San Servolo. Foto tratta dall’Archivio di Stato di Venezia

La stanza mai bianca di © Nicolas Cunial

Forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro / poi pulisco lo giuro.

Si vive in un tempo protocollato
tra le visite in calendario e l’orario
del deperimento / del farmaco fiato.
Si vive di schemi e gioco di ruoli
di costanti silenzi scontati
per mostrarcisi male / malati.
Ma c’è un momento in cui mi do conto
che sono felice: è quando disegno
i miei occhi più grandi del mondo
perché lo contengo nel nero del bulbo
il bianco contorno è l’universo
in cui nuoto di notte se mi addormento
se il giorno l’ho perso a muovere scacchi
con chi fa la cronaca dei gesti più semplici
– guarda, lei ha preso una penna
guarda, lui sta toccando la tenda –
e se resta in silenzio mi fissa gli spacchi
e allora ritraggo anche i suoi occhi
altri pianeti ma un po’ più vuoti.
Dipingo soltanto il circo che vedo
io bestia lasciata alla sete di gioco
costretta incastrata dove non si respira
in questa camicia che non si stira.

Forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro / poi pulisco lo giuro.

Si vive di sedute e dosaggi
di diritti pestati e ora detriti
di pasti scaldati e assaggi gentili
per evitarci il più dei conati.
Si vive di docce in divisa
divisi dall’altro
l’amore è bandito ma se si fa buio
se le luci si spengono
arrivano mani a intrufolarsi nel letto
e può succedere che non siano mie
ma di chi ha più voglia
e non sa cosa tocca ma sa ricucire
senza parlare / senza manie.
Così la mattina con le dita pastello
ritraggo lettini vibranti / il cigolio
il vulcano che esplode in piacere
il suono e la voce che non dice addio
non dice: ciao sono io, è stato stupendo
è solo un rancio di sesso randagio
la regola è che va bene fin quando
i grembi non crescano, non ci sia parto.

Forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro / poi pulisco lo giuro.

Adesso che ho finito lo spazio
mi abbracciate con cinghie
al letto disfatto da carne di scarto
avanti uno e poi l’altro
come in coda in attesa al supermercato
in attesa del turno delle briglie di cuoio
dell’urlo di unghie dal corridoio / esasperato
avanti uno e poi l’altro
è richiesta in reparto la morte che perde
che non mi prende se mi attaccate
la testa a uno schermo lo sguardo all’inferno
fermo fissato / un cristo all’altare
con particole in ferro freddo sui lobi
io cimice in camice sacrificale
addento indolente un sorriso di legno
per preservare lo smalto del ghigno
e stringo nel pugno ciò che stringono i denti
i crampi che attendono di farmi la festa
una scossa che strappa che scassa la testa
per farmi confondere le confusioni
diradare la nebbia planetaria dagli occhi
rotolati all’indietro per le convulsioni
e così eliminare ogni dubbio futuro
per cancellare i disegni sul muro.

Forse ho confuso le confusioni
nel cassetto di casa ho più dubbi che assiomi
e due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro, in silenzio, da solo.

Di queste follie io sono le stanze
che non accettano pareti bianche.

La stanza mai bianca è una poesia incentrata sulla tentata eliminazione della creatività nei pazienti affetti da problemi psichici. Una rimozione fallita, poiché intrapresa con strumenti e azioni che non eliminano il processo creativo ma, al più, lo fanno ripartire dall’inizio, come un ciclo arrestato che ricomincia dall’interruzione, o da capo, ma che ha un percorso già segnato davanti e il cui moto è obbligato.
Per descrivere questo concetto, l’autore utilizza il simbolo di una parete bianca dove il paziente dipinge ciò che vede tramite la sua malattia. Tale idea deriva dall’esperienza da parte dell’autore di una visita ad un ex ospedale psichiatrico (naturalmente, grazie alla legge Basaglia, chiuso) dove ha osservato che in molte stanze/celle le pareti erano state graffiate e sulle quali vi erano stati incisi dei volti: un tratto comune fra questi erano gli occhi più grandi del viso, come a voler dire che i pazzi vedono molto di più (e molti letterati e non hanno sempre avuto una visione del malato mentale come di un essere umano non in difetto ma in eccesso). Le altre azioni descritte provengono invece da un diario di un paziente trovato nell’archivio di questo luogo abbandonato.
La poesia offre il punto di vista di un malato in un asilo, cosciente delle condizioni degradate in cui si trova (dipingo soltanto il circo che vedo), impossibilitato nel nascondere la sua pazzia riversata sul muro della sua camera in cui vi dipinge ciò che sente e vive quotidianamente, sebbene comprenda il rischio che corre (dopo pulisco lo giuro) fino al trattamento conclusivo che cerca di estirpare quell’impulso, ma senza riuscirci. Infatti nella parte finale della poesia, sebbene sembri che il malato non sia più detenuto in un asilo (nel cassetto di casa ho più dubbi che assiomi) la scintilla creativa non è stata spenta, ma ha solo mutato il contesto (li disegno sul muro, in silenzio, da solo).
La poesia inoltre è dotata di una forte musicalità: sebbene l’autore sia solito a questo tipo di operazione, per ragioni di ricerca e voce personale, in questo caso la scelta è giustificata per dare un senso di ritmo sostenuto al pari di alcuni pazienti che vivono una sorta di doppia unità, tra parentesi di lucidità e la demenza, ed è proprio in quest’ultima che alcuni soggetti utilizzano un linguaggio ripetitivo e cadenzato, proprio come se stessero musicando la propria malattia.

© Nicolas Cunial

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