#PietraLavica di Francesco Iannone

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Francesco Iannone, Pietra lavica, Nino Aragno Editore, 2016, € 10,00

Resto indifferente a certe letture arzigogolate che di un libro riescono a dire niente nel tentativo di dissimulare il fatto di non avere compreso molto di ciò che si è letto. Ed è un bene, perché questo tipo di letture guastano irrimediabilmente il piacere della scoperta. Ma la poesia è poesia sempre e comunque, anche quando è espressione di un sentire distante dal mio, endemicamente distante.
Non resto perciò indifferente alla ‘parola’, la mia unica fede, e siccome non c’è credo che non si fondi sulla parola, perché gli è strettamente necessaria per giustificare la propria esistenza, ecco che alla fine l’unica divinità è la necessità dell’uomo di manifestare sé stesso attraverso ciò che di più potente ha, ossia la parola. Ed ecco allora che io ‘credo’ alla poesia di Francesco Iannone per le stesse ragioni per le quali ho creduto e credo ancora alla poesia-parola di Mario Luzi.
Non chiamo subito in causa Luzi – più di Bigongiari disturbato da altri – solo per riempire l’attacco farneticante di questa breve nota; richiamo Luzi perché la sua poesia è talmente presente tra le trame dei versi di Iannone da farmi pensare (e forse mi traggo in inganno da solo) che la lezione del fiorentino sia stata la strada necessaria per trovare il proprio ‘dire’, uno «stare/ nel gesto paziente/ della maturazione», un rispondere umilmente a una domanda venuta da lontano, un ‘dire ubbidiente’, rendendo così immediata definizione la breve poesia che apre Pietra lavica, l’ultima raccolta di Francesco Iannone.
Questa è poesia che non teme, in questi anni Zero, di pronunciare io, perché qui il soggetto non si confonde nella massa informe dei replicanti una quotidianità alienante; questa è poesia di segno contrario: l’io palesa la volontà di lasciare un segno proprio nel momento in cui si indica il percorso fatto per essere l’uomo che si è, e insieme l’essere il padre che si è diventato. Del resto l’intera raccolta è dedicata ai figli e va vista alla luce di questa dimensione, al sentire morale di un compito immenso, la responsabilità di crescere nuova vita in un mondo che non è il più accogliente dei mondi possibili.
Ecco allora che l’io si fa contadino che apprende la tecnica dell’innesto, che cura la terra e le piante, che non teme di essere «stortura permanente», ossia creatura non perfetta che del difetto fa perno della propria perfettibilità. In sostanza, Iannone non teme la forza dei sentimenti, dell’amore tout court.
In ascesa costante, i versi danno forma e sostanza alla verticalità del pensiero. Difficile è sostenere che non ci siano impulsi moralistici in Pietra lavica, perché significherebbe volere vedere solo la forma di chi pronuncia io e non cogliere anche la sostanza dell’io. Qui l’uomo è calato nel disegno divino perché è in esso che si identifica; ed è per questo stesso motivo che l’io è immerso nella natura, perché essa stessa è manifestazione del medesimo disegno. E qui mi fermo, perché il mio sentire è altro. Ma proprio perché è altro, distante, colgo la potenza di un messaggio di fondo che è comune a chi ha la sensibilità di percepire ogni mutamento e indicare una via possibile: la naturalezza, la semplicità, il recupero dei piccoli gesti, delle piccole cose che rendono umano l’uomo. Ed ecco allora sgorgare la lava dal nucleo nascosto; ecco la forza magmatica della parola, del logos; ecco la potenza tellurica di un’espressione alta come solo la poesia può consegnare. Ecco perché mi piace Pietra lavica.

Poeta di prego
più carità più carità
più obbedire più dire
sono tuo amore..

Questo stare
nel gesto paziente
della maturazione
ci riguarda.
Aspetteremo
come dentro
una silenziosa conversazione.
Aspetteremo
come il fiore nel campo
la mano desiderata
del bambino.

Non puoi dire
che la goccia che squilla
sulla padella di rame
non è un suono
un timido modo
del cantare.

Devi fare
come l’aquila
che sconfigge gli sciami
col suo colpo d’ala.
Devi fare
come il ciliegio
che si compiace
della sua chioma
rossa

devi

devi

devi

ti avevo chiesto un bacio, un qualsiasi
avvertimento
dell’amore
invece mi lasci
come il figlio fermo
col secchiello sul molo e un mare
immenso davanti.

.

© Fabio Michieli

 

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