Luciano Nota, La luce delle crepe

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Luciano Nota, La luce delle crepe, EdiLet, EdiLazio Letteraria 2016

Lettura di Anna Maria Curci

Ogni volta che la poesia di Luciano Nota mi viene incontro, che sia attraverso la pagina stampata, che scaturisca da un momento vissuto insieme (come per Pignola), o che la sua voce risuoni in un messaggio a me inviato, mi siedo idealmente sul ciglio erboso di una ripida discesa a valle. L’associazione spontanea è indubbiamente per me, che ho avuto la ventura di conoscere quei luoghi, con i pendii che si offrono allo sguardo di chi percorre una delle strade che si diramano dai fianchi e dalle spalle di Accettura, paese natale del poeta. A tale spontanea associazione, tuttavia, si aggiunge quella suggerita dal collocarsi stesso della poesia di Luciano Nota «dazwischen», (per dirla con le parole della scrittrice Alev Tekinay), «nel mezzo», «tra» un elemento «e» un altro. Entità diverse, certo, combinazioni inattese, ma solo apparentemente irragionevoli. Una ratio qui c’è, eccome, ma è la pura ragion d’essere della poesia che lancia ponti temerari, come sottolineava l’autore stesso nella sua precedente raccolta, Tra cielo e volto.

Con il volume La luce delle crepe, Luciano Nota arricchisce di un elemento strutturale la sua costruzione poetica: al posizionarsi ‘in bilico’, ‘sul limitare’ si aggiunge dunque la capacità di scorgere la luce tra i varchi, il bagliore inviato attraverso le crepe, la disposizione (sorprendente qui la vicinanza a un motivo importante nel romanzo di Ingeborg Bachmann, Malina) a farsi crepa. L’invito ad ascoltare seduti sul ciglio si amplifica, o meglio, diviene più preciso – sotto questo profilo il talento nella scelta rigorosa e spiazzante dei binomi trionfanti nel verso breve si manifesta qui ulteriormente affinato e cresciuto – ad aguzzare la vista, a predisporla all’incanto attraverso una costrizione-concentrazione volontaria, coraggiosa e tenace al punto di irradiamento ‘scomodo’ (la gola angusta, “la via stretta”). Coraggiosa, questa volontaria costrizione, perché richiede il prezzo salato dell’esclusione, della messa al bando, dell’essere additati dal sociale consorzio. Mentre si fa professione di fede e insieme esortazione al volo, nonostante, la verità dell’incanto si configura così nella diceria dei molti come Delirio: «È un fatto magnifico./ La bacchetta non serve./ Dovreste solo alzare/ con un colpo esemplare / la mente/ e correre, scansare,/ colpire col minimo/ pieno dell’esistenza/ gli scritti rigati/ sul niente./ E credere all’incanto,/ al mito realizzato/ dell’uomo capace di/ avere deliri,/ e volare.»


Mi sembra opportuno allora evidenziare tre direttrici di questo sguardo dalle crepe e alle crepe: verso i luoghi, verso l’io, verso un tu che assume sembianze diverse. Tra i luoghi, è il paese d’origine a farsi centro di partenza e di ritorni. C’è, ovviamente, la lezione di Pavese («un paese ci vuole») è ripresa e rivissuta, cantata con un coinvolgimento totale che fonde indissolubilmente il piano fisico e quello metafisico, il farsi anche la più piccola foglia, lo stelo di un fiore minuto e resistente sul suolo-corpo e la meditazione sull’esistenza. Dal paese d’origine, ancora, si leva il canto della prossimità, la possibilità del “noi”: «Fummo ciuffi./ Uno dopo l’altro/ in alcun punto poté posarsi il polline./ Fu lo spazio più ristretto, l’attimo che avvita la luce». La terra natia incide, lascia un solco. Stigma? Sì, ma con un guizzo che è proprio del sentire umano – e dunque poetico, le due dimensioni sono una cosa sola per Luciano Nota – quel segno scavato sul dorso come sulla corazza di Gregor Samsa, dopo La metamorfosi in Kafka, diventa prospettiva del raggiungimento di una cima: «La mia terra è ciò che incide/ duramente il dorso/ e nel petto si stagna./ E non sarà mai spina,/ ma cima.» Pignola, il paese natio delle nostre madri, della madre di Nota e della mia, si fa, nella ricerca della casa materna, voce profonda e arguta della pietra lavorata dall’uomo – «c’è acume sulle scale» – e, insieme, premio e significato di laboriose salite, discese e risalite.

L’ancoraggio al nodo della pietra, l’umile incavo al quale si legava il mulo, ben oltre la posa per una foto ricordo, sembra rivelarsi come «sosta e sostanza» e ancora, aggiungo io, come sostegno, scarno, ma saldo. L’io – è una poesia, quella di Luciano Nota, che non teme di coniugare a più riprese e con predicati molteplici questo pronome, questa entità – si manifesta anch’esso come virgulto, emanazione delle radici, ramo dei luoghi. L’io ha fatto proprio l’antico culto rurale delle nozze tra essenze arboree, rinnovato annualmente nella festa del Maggio di Accettura. Se, inoltre, la coscienza dell’esclusione («Forse perché assuefatto/ ai più aguzzi disinganni») non arretra, l’io si concretizza come amore dimentico di sé, come memoria carica di affetti, come attesa, Quasi sorriso, come recita il titolo di una poesia. Il tu delle poesie di Luciano Nota assume, come ho precisato poc’anzi, sembianze diverse. Esso è infatti il destinatario di attese gravide di ossimori (Prima dell’arrivo e Aspetto te «Aspetto te/ continuamente/ nel torbido lucente.»), oppure (ma non sarebbe meglio dire: “e anche”?) un enigmatico alter ego che cresce di decennio in decennio (Penne), ombra, coscienza, anima (Brevità). È infine il padre il tu dei versi di La stretta, testo che consegna a chi legge, insieme, in una forma “sincera e solida” – ricorro agli aggettivi scelti da Marco Onofrio nella sostanziosa postfazione – moti, esortazioni, complessità, varchi, strettoie e armonie, in breve, la poesia di Luciano Nota.

© Anna Maria Curci

***

FORSE PERCHÉ ASSUEFATTO

Forse perché assuefatto
ai più aguzzi disinganni
che continuo a filare il manto
delle più ardue condizioni.
Forse perché scrivo
e non mi privo dell’incanto
che continuo a sostenere
il fabbisogno delle larve.

 

*

DISTANZE

 

Resta poco
dopo aver parlato alle piante.
Seduto in disparte
o ti alzi o rimani.
Se pensi di fiatare ai sassi
o rimani o ti alzi.
Se resti, colui che non ti crede,
sosta attonito a guardarti.
Tocca il femore e la tempia,
a tratti il piede.
Se ti alzi, fa un sorriso,
liscia il cane e ti chiede di tornare.
Spiego al cane l’indifferenza.

 

*

BREVITÀ

Assomiglio più a te
e che questo sia vero
lo dice la tua presenza
sulla tavola da pranzo
dove al posto del piatto
tu ci posi una parola.
Che questa non sia piena
francamente poco importa.
I miei palazzi sono alti
le tue vetrate sempre scure.
Coraggio quindi
mettiamoci le scarpe
e andiamo.
Ti chiedo solo questo:
non seguirmi come al solito
non metterti più a nudo
(è facile pensare che tu sia
la mia coscienza).
E ti raccomando
non svanirmi al primo sciopero del sole.
Siamo entrambi verità
la brevità di chi ha parvenza.

*

ASPETTO TE

E se non mi avvicinassi,
se non toccassi neppure per un attimo
la tua corda
l’intero tuo fianco che vacilla
tra cupole e mattoni.
La mia mano somiglia
al maturo sentimento
del cosmo.
Non ti tocco.
Aspetto te
continuamente
nel torbido lucente.

*

IL PISTILLO DEFUNTO

Incolla il collo
al lato destro del cuscino
e la tracolla col suo laccio
resti vigile sul letto.
Dormi, e non ti offrire
alle lusinghe.
È tutto così calmo
che il defunto pistillo
non verrà più a macchiarti.

*

AUTENTICA CORRENTE

Attendo quel giorno
Che mi darai boato di liberazione
d’orgoglio
di taglio.
Lo attendo.
E resteremo amici
se dirai che allacciati
siamo stati un’autentica corrente.

*

ACCETTURA

Fummo ciuffi.
Uno dopo l’altro
in alcun punto poté posarsi il polline.
Fu lo spazio più ristretto,
l’attimo che avvita la luce
il colore.
Chi ti ha lasciato
ha una lenta agonia,
nel costato un senso di chi è stato
sosta e sostanza.
I morti sono i tuoi rami.
Ma non è più stretta quella gabbia
se con un sibilo richiama
l’allodola e l’acquasanta.

*

PIGNOLA

C’è acume sulle scale.
Una grande sacca
reca piante sulle spalle.
Si deve salire
scendere e risalire.
Siamo in tre.
Dalle pieghe delle pietre
si sbrogliano nodi,
dalle punte fuoriesce il grande altare.
Qui è nata mia madre.
Il ripiano è ancora intatto,
ancora illeso è il legno duro.
L’amico mi chiede di posare,
di poggiare la mano
sulle grinze del muro.
Fermo il dito nell’incavo
dove legavano il mulo.

*

LA STRETTA

Umanità, papà, il pane e il vino
il destino di chi era, chi è
nuvola palpabile.
L’uomo maturo non manca all’appuntamento
ha sentimento, lo cura da anni.
Ha interrato l’arma, il rigore
ha scovato l‘inviolato.
Ha capito che il muro è un pesco
che innesca simmetria.
Una stretta questa volta, papà
con lo scolaro ambiguo
morto trent’anni fa.

***

3 comments

  1. Il mio cuore gonfio di gioia per questa tua lettura, carissima Anna Maria, non può che irrorarmi la mente, portarmi sangue e ricordi di una stupefacente umanità condivisa. La poesia non è nulla se non olezza i calzini della terra. Questo faccio in poesia: annusare. E scopro odori assoluti, ricchi di principio e di essenza. Grazie. Ogni tua parola ha colpito l’inizio di ogni cosa che è in me.

    Luciano

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