Chiara Mutti, Scatola nera

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Chiara Mutti, Scatola nera, FusibiliaLibri 2016

Recensione di Dante Maffia

Se si attendono gli esiti della scatola nera vuol dire che il disastro è già avvenuto ed è nel disastro che bisogna andare a leggere le indicazioni necessarie per scoprire i motivi per cui l’aereo è caduto. Restando nella metafora, questa scatola nera di Chiara Mutti è talmente dichiarata ed esposta che entrarci non dovrà essere una complicazione ma una verifica di che cosa contiene, essendo una scatola nera molto particolare, quella che bisogna leggere quando a cadere è una persona, con tutto il suo passato, con tutte le sue accidie, le sue recriminazioni, le delusioni, i progetti naufragati, i progetti realizzati, i sogni.
Dunque animo, silenzio e attenzione massima per cercare di decifrare i quarantuno messaggi che sono conservati in questo delizioso scrigno. Attenzione massima perché si tratta di messaggi a un tempo metafisici ed esoterici sorretti da un pensiero sottile e perfino delicato, ma non per questo flebile.
La voce di Chiara Mutti è riconoscibile, lo era già al suo esordio, infatti La fanciulla muta ha destato l’attenzione di critici e di premi importanti, perché la pastosità espressiva della poetessa non tergiversa, non nasconde le verità, anzi le sottolinea e le rende incandescenti come pietre aguzze che penetrano nel cuore e forse anche negli occhi.
La Prefazione di Aldo Onorati mi pare che dica fino in fondo i motivi per cui Scatola nera è importante, ma, come sempre accade per i libri densi e ricchi di tematiche e di sfumature, è impossibile condensare in due pagine la piena di un fiume che via via pone mille domande.

Perché mai questa scia
di detriti alla deriva?
Questo nulla che ci attrae
più dell’attorno scomposto?

Chiara Mutti non appartiene alla congrega di quei poeti che scrivono senza la consapevolezza di quel che comporta la poesia, tanto è vero che i lettori superficiali dei suoi versi potrebbero facilmente definirla pessimista o leopardiana. In realtà lei del dolore e delle disfunzioni del sociale non coglie gli aspetti soliti, ma i risvolti insoliti, quelli, per intenderci, che sarebbero piaciuti e Celan o a Trakl o addirittura a scrittori come Schnitzler.
Ma non so se i riferimenti siano scaturiti da riscontri puntuali, direi piuttosto dalle atmosfere che si respirano, dai boati di ordine psicologico sparsi in ognuna delle composizioni. Arrivano come squarci che aprono sentieri invasi da erbacce e portano alla tentazione del vivere e del morire. E qui il legame ideale, consapevole o no, è Cioran, “le verità della poesia” intese come scavo nell’invisibile.
Non è casuale che la Mutti porti oltre i confini del lecito e del percettibile la sua esperienza, con grida represse, con illuminazioni che ricordano le macerazioni incontaminate delle angosce inesprimibili e dette per assonanze, per stilemi che guidano a una conoscenza fatalmente frastagliata di idoli morti o in agonia.
Poesia dunque che nasce da scandagli in abissi popolati di incestuose chimere, di succhi acidi che rendono dura la risalita. Molte composizioni sono aspre, graffianti, accese da un fuoco violento che grida e reclama un desiderio inesausto di libertà. Badate, reclama il desiderio…
Poesia che non si bea di belle frasi e di argomentazioni superficiali, piena di quella polpa che alle parole sa dare bagliori nuovi, scatti di luce alla ricerca della giustezza e dell’attendibilità della vita che sfugge di continuo:

e il peso, questo peso
di specchio nella culla
è il riflesso
che ci fa già morti.

Ho affidato il compianto
delle cose ormai perse
al rumore del vento.

 

© Dante Maffia

 

 

***

Venivano così i pensieri

Venivano così i pensieri
come le croste secche alle ginocchia
un po’ prurito, un po’ dolore

che se le togli troppo presto
la ferita ricomincia a sanguinare.

C’era quel gusto un po’ speciale
di disobbedire

e quel silenzio tormentato
che a passarci il dito
sembra ancora di sentire.

Tutte le cose
si affacciavano malferme
come le ombre che zampettano sui muri

e aggrumano una forma
creature raggomitolate sotto le lenzuola

ingenue mani sconce
fatte sante
nel segno della croce.

*

Passi

I miei piedi
non toccano più terra

nell’eclissi aperta
dall’incrinatura
scivoliamo Oltre.

Cardo una soglia dura
senza certezza
alcuna che non sia
finestra spalancata

e quanti fili sono…
un rovescio / un dritto

e il peso, questo peso
di specchio nella culla
è il riflesso
che ci fa già morti.

*

Costellazioni

I

Eravamo sulle labbra della luna
un soffio di polvere bianca,
squame argentee di salmoni
risaliti alla corrente.
Il coro d’inermi fanciulli
emise qualche nota stonata,
un’uggia di rauchi conati.

Duro il sangue pulsò
corrompendo ogni desiderio:
tracciavamo i punti alla cometa
una domanda, una domanda, una domanda

nascevamo sopraggiungendo al giorno
tutto il resto sembrava sera
e la notte era già il tempo del dopo.

II

Dall’emisfero boreale
il vento soffiava gelido di ghiaccio,
pavidi e tremanti
riparammo sotto l’apparenza
seguendo traiettorie
perpendicolari: al nulla

immobile, piombando il sonno
suggeriva sistemi in divenire,
non sapevamo che il nostro
era solo un vagare in tondo?
Un suono di sirena fissa
accanto all’ultima luce.

Il futuro è rimasto irrivelato
come pianeta dissolto.

III

Prima che piede
ci spingesse al passo
milioni di zampette confuse
segnarono orme di galassia,
solo ali di libellula astrale
ci liberarono dall’orda
distinguendoci l’un l’altro,
vennero a portarci
una nuova forma di confine.

Il margine era acqua
e non era finito, oltre la sostanza,
che potesse quietare
l’ansia del crescere.
Pure il ventre, così vuoto e scarno,
sembrava ora tendersi al pleroma.
Mani d’ossa tintinnanti
musicarono il vuoto.

IV

Perché mai questa scia
di detriti alla deriva?
Questo nulla che ci attrae
più dell’atomo scomposto?

Cambierò la tua fede
in un carro,
un pavone, un cavallo,
una capra bianca.
Puoi frenare il volo del cigno?
Incalzare la risposta del corvo?
Domani, domani.

Forse la materia è madre
strappata agli abissi:
per questo siamo nati.
Forse non siamo che forma.

V

Oh! come tutto muove
e muta e segue:
solo noi sembriamo
eternamente in atto di finire.
Sempre con vani occhi
ci appressiamo alla vista

pure un giorno dura,
ogni sole, un giorno
e una notte, una notte
basta
per tutte le stelle.

*

L’alba

L’alba è scivolata in mare
e cadendo, fremente di artigli,
ha sfilacciato il cielo
e il cielo mi è colato addosso

ha liberato i cani alla catena
un latrato, un latrato
un rumore indistinto
di costole spezzate nell’attesa.

Vieni ad abitarmi le mani e i fianchi,
quella fonte di vita
che sgorga dal centro del mondo.

Tu non sai quale spirito inquieto
mi saltella al collo
né quale luce si accende nel pozzo

ed è sempre un suono, il dolore
un tintinnio di moneta
che raggiunge il fondo.

Sono come il folle
che accende il fuoco
nel fitto del bosco

la mia gola è arsa
e le labbra la sete avvelena
d’infinita gioia

dannazione di cui
non conosco il nome.

E ora non lasciarmi spazio

ho bisogno di te,
della misura colma:
l’impeto di parole blasfeme
e il silenzio sacro dei santi.

Il cielo è gonfio e le nuvole e il fiume
e l’argine è rotto
e non sai fino a dove tu allaghi
di me la terra.

Melodia dell’inverno

Declino la furia del sasso:
l’ira del vento
ha prostrato l’allodola,
l’ala spezzata
esanime

oltre l’ultima cima
si attarda
il nome grigio del cielo.
Non so

dove le giunchiglie andranno
a punteggiare il prato.
Ahimè sorrideranno
le viole?

Vivo esalando l’attesa
dal loro sguardo illividito
senza sapere quando
e perché

ancora adesso e troppo presto,
è sera.

 

Chiara Mutti, Scatola nera, FusibiliaLibri 2016

4 comments

  1. Tutti dobbiamo scoprire e imparare a convivere con i nostri “disastri” interiori. Questo libro di Chiara Mutti, intenso, emozionante, appassionato, offre una chiave di lettura sul mistero della vita, della morte, dell’inesorabile tempo che passa e delle sue conseguenze, in un simbiotico e incessante rapporto con gli elementi della natura.
    Complimenti all’autrice e alle sue belle poesie e a Dante Maffia per la recensione che focalizza il senso e l’essenzialità del messaggio poetico di Chiara

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