Una frase lunga un libro #79: Rick Moody, Hotel del Nord America

moody

Una frase lunga un libro #79: Rick Moody, Hotel del Nord America, trad. di Licia Vighi; Bompiani, 2016, € 18,00.

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All’epoca in cui i Culture Club, il gruppo pop inglese, erano all’apice del successo, io mi stavo specializzando in sociologia e, non me ne vogliate, ma mi piaceva canticchiare il pezzo che li aveva resi famosi , “Do You Really Want to Hurt Me?”. Tuttavia, diffondere ogni giorno questa canzone, insieme a “Boys Don’t Cry” e “Should I Stay or Should I Go?”, in versione jazzata, dalle casse della sala da pranzo significa andare in cerca di guai. Katherine Salk era convinta che fosse stato il brano dei Culture Club a farle esplodere l’emicrania, ma potevano anche essere stati i mobili gialli.

Come si può raccontare la vita delle persone? Come si descrivono? Come si inventa un personaggio? Come si costruiscono un ambiente narrativo e un paragrafo? Come si fa salire la tensione? In che modo bilanciare la risata alla malinconia? Come mostrare la solitudine, o la voglia di fuga, o la ricerca di compagnia? O ancora: come creare una struttura nuova dentro la quale metterci la vita degli americani; e sì, di tutti gli americani? Forse sono queste alcune delle domande che si è posto Rick Moody prima di cominciare a scrivere questa storia, o più semplicemente gli interessava sul serio esplorare il mondo dei recensori degli hotel. Il recensore, però, chiunque sia, è sempre una persona. Col trolley si porta dietro la sua vita, i suoi dolori, le sue idiosincrasie. Il postatore seriale che, a volte seriamente a volte meno, riempie le pagine di siti come Trip Advisor, facendoci provare curiosità o terrore nei confronti di un semplice Bad & Breakfast.

Reginald Edward Morse (scelta di nome e cognome strepitosa) è un collaboratore del sito ValutaIlTuoSoggiorno.com, un semplice recensore. Reginald di viaggio in viaggio, si muove molto per il suo lavoro di oratore motivazionale (in precedenza è stato anche operatore finanziario), attraversa il Nord America, e non solo (leggeremo anche un paio di recensioni di hotel italiani, un agriturismo pugliese, un Hotel di Londra) e recensisce, ma che cosa? E questo il punto ed è questo il fulcro del romanzo di Moody.

Hotel sperduti nel Connecticut, motel di Tulsa, minuscole stanze in Ohio, nello stato di New York. Lampade con cui non vorremmo mai avere niente a che fare. Cimici nei letti. Trucchi per fuggire dopo aver scoperto che l’hotel non è come vorremmo che fosse, o che è troppo caro per quello che è. Finte Jacuzzi, bagni troppo lontani dalle camere. Colazioni indimenticabili, colazioni da dimenticare. Wifi, frigobar, canali porno, tv satellitare, assenza di tv. Carta da parati. Eccesso di beige, eccesso di giallo. Qui sono spesso gli oggetti a parlare, come succede nella vita, o in narrativa, o in poesia; o come ci insegnano saggi bellissimi come La vita delle cose di Remo Bodei (Laterza, 2010). Ma sono orologi, televisori, saponette che non appartengono a nessuno, per questo possono raccontare la storia di una comunità insieme a quella di un singolo. E poi Scortesia e gentilezza. Parcheggi attraverso i quali scappare, parcheggi dentro i quali finire a dormire.

In fondo ci assomigliamo tutti, stringi stringi, me compreso, perché, seppur sposato, all’epoca viaggiavo da solo, dopo essermi da poco svincolato da un nefasto e atletico flirt, e pertanto era proprio l’hotel che faceva per me, l’hotel con il telefono a muro vecchio stile nella hall, l’hotel con la piscina svuotata, l’hotel frequentato da uomini che non erano stati all’altezza o che avevano subito quel rovescio di cui cercavano di non parlare, da uomini che alzandosi al mattino per farsi la barba salutavano il riflesso nello specchio con epiteti ben scelti, da uomini che quando erano giovani avevano sognato in grande e in modo ancora più eclatante avevano fallito nella realizzazione dei propri sogni […]. C’erano aracnidi in ogni angolo, e si vedeva passare un mucchio di gente che andava a prendersi il gelato o un sacchetto di caramelle mou, e non ci sarebbero state sorprese, e la Jacuzzi era solamente una grossa vasca da bagno dotata di qualche getto in più, talmente rumorosa da coprire praticamente qualunque grido di disperazione.

Scopriremo che ha avuto una moglie, che ha una figlia di cui non vorrebbe parlare ma di cui poi scriverà, che ha una nuova compagna. Ci racconterà di piccole avventure, di una relazione con una donna sposata (come lui a suo tempo); una relazione che si interrompe e poi riprende, nel tempo. Ci racconterà dei suoi cambi di casa, delle difficoltà economiche, delle settimane in cui dormirà in auto per risparmiare sul subaffitto, e poi di case di riposo, di negozi di ferramenta usati come abitazione d’accomodo. Ci farà sorridere e provare molta malinconia. La prosa di Moody è straordinaria. Il ritmo con cui si susseguono le frasi, come le cose importanti mischiate alle banalità, è da applausi.

Gli americani sono sempre in viaggio e la vacanza è il motivo meno ricorrente. Si spostano per lavoro, o perché costretti a cambiare, perché hanno bisogno di una fuga, di un posto momentaneo dove andare dopo un divorzio, un abbandono, uno scampato pericolo. Si mettono in macchina perché lungo una Interstatale cercano una speranza e spesso la luce di un motel è la cosa che gli somiglia di più. Spesso sono soli. Moody ce li descrive goffi e disperati, ma mai disposti ad affondare. Le vite degli americani le abbiamo imparate leggendole nelle pagine di molti bravi scrittori, vederle spuntare così a poco a poco, come da una tenda che si apre, attraverso una luce troppo gialla, sdraiate su un letto scomodo, mentre si ingozzano con uno di quei dolci assurdi, è un modo nuovo di averci a che fare, un modo bello. Gli americani poi spesso scompaiono, ed è  impossibile trovarli, proprio come farà Reginald.

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© Gianni Montieri

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