L’abbandono

berlino foto gm

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L’abbandono

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di Raffaele Calvanese

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Di notte avevo paura, perché faceva freddo, un freddo dannato. Di giorno avevo paura lo stesso, perché faceva caldo e non arrivavamo mai. Alcuni compagni di viaggio non sono riusciti a vedere la Libia, sono rimasti lì nel deserto. Bevevamo la nostra urina e pregavamo, ognuno pregava ciò che voleva, ognuno sperava in ciò che poteva”

Robert insegnava economia. L’ho conosciuto all’università di Bujumbura un pomeriggio di Giugno. Veniva da Ibadan, aveva studiato lì.  Era alto, bello piazzato, alto quasi quanto me, non sembrava un professore, eppure era lì per insegnare economia, in quel paese che stava cercando di uscire da anni di guerra civile. Noi pure eravamo lì perché la guerra civile stava terminando ed il paese voleva tornare alla normalità con delle elezioni democratiche, le prime dopo anni di lotte intestine e di genocidio. Eravamo lì per capire come fa un paese a rialzarsi.
Io quella maledetta tesi l’avevo già pronta da Novembre. Scritta di getto, come quasi tutto quello che scrivo, ma il professore aveva voluto aspettare. Un toscano, funzionario europeo, una famiglia prestigiosa, discendente lontano della famiglia Ricasoli. Mi ci trovavo bene con lui, era alla mano, come me. Ricordo ancora quando scoprii che aveva dimenticato di firmarmi il frontespizio ed era ripartito per Bruxelles, il funzionario me lo fece notare, scesi, feci due giri del palazzo e al ritorno come da una corsa stremata in facoltà lo riportai con una bella firma assolutamente fasulla. Lui non ebbe nulla da ridire. Solo per la mia sessione di laurea volle aspettare quella straordinaria di Maggio. Poco male, intanto continuavo il corso di specializzazione, sarei partito per l’Africa Sub-sahariana, Burundi per la precisione. Peacekeeping, questo era il termine giusto con cui spiegavo ai miei amici quello di cui mi stavo interessando, senza peraltro che quasi nessuno capisse cosa andavo davvero a fare lì giù. Il Burundi è quel paese che nel linguaggio comune è diventato la metafora del paradosso: “ma da dove vieni, dal Burundi?” “ quant’è vero Dio se non supero l’esame mi faccio frate e me ne vado in Burundi”. Il Burundi era il fratello minore del Rwanda, famoso anch’esso per la sanguinaria guerra civile scoppiata tra Hutu e Tutsi. Nella Regione dei Grandi laghi gli Hutu rappresentano l’etnia più numerosa, mentre i Tutsi sono in netta minoranza, ma nonostante questo rivestono una sorta di ruolo di elite sociale, occupando spesso i posti chiave all’interno della vita di paesi come il Rwanda e il Burundi. La rivalità e le discordie tra queste due etnie balzarono agli onori della cronaca all’inizio degli anni ’90. In Burundi, per la precisione, era scoppiato tutto nel ’93 quando il presidente Ndadaye di etnia Hutu vinse le elezioni in Giugno, divenendo il primo presidente Hutu del Burundi. Già nel Novembre dello stesso anno un colpo di stato lo depose con la violenza, uccidendolo, e facendo ripiombare il paese nel disordine. Un quadro molto chiaro della situazione di quei giorni lo ebbi guardando il film “Hotel Rwanda”.
L’Africa è probabilmente il più grande “luogo comune” esistente. Specialmente se lo si intende come entità unica e indivisibile. Molti problemi legati a questo continente nascono proprio dalla visione che gli “altri” ne avevano a prescindere dalle diverse identità che la abitavano e la abitano ancora. Una terra travisata e rovinata da chi crede di conoscerla. Napoli per certi versi è vittima dello stessa voglia di stereotiparla. In molti, spesso anche tra chi la abita, cadono nel “luogo comune”, pochi sanno difenderla con la forza delle argomentazioni e spesso e più comodo assecondare la vena macchiettista che allo stesso tempo è carta d’identità e condanna di un popolo che è tutt’altro che omogeneo. A Napoli lavora un amico che venne giù in Burundi con me, si chiama Luca, con lui vivemmo quei giorni africani con estrema intensità.

“ Ero partito da casa mia per andare ad aiutare un posto in cui stavano peggio di me. Ero andato per fare la mia parte, coi miei pregi e coi miei difetti. Conoscevo l’economia e credevo che questo sapere potesse essere la mia arma per dare una mano, invece qualche anno dopo ho capito che era un’arma che mi avrebbero puntato contro, a casa mia, dove me l’avevano insegnata l’economia. Ero partito per dare una mano agli altri, poi sono dovuto ripartire per scappare da chi mi minacciava di morte. Ho abbandonato tante cose, tante vite, tanti volti. Ho dovuto trovare la forza di partire da troppi luoghi, di ripartire dopo tante cadute, tante difficoltà. Ora vorrei trovare la forza di restare da qualche parte “

Per quanto mi riguarda credo che uno dei rischi maggiori quando sei in Africa consiste nell’alzare distrattamente lo sguardo al cielo nelle serate senza nuvole. La sensazione di immensità che può offrirti quel panorama è di una potenza dirompente, riesce a ridimensionare i tuoi orizzonti passati e a spalancartene di nuovi. Lo stesso succede dentro di te col passare dei giorni quando ci sei dentro. E’ un posto problematico l’Africa, ma la soluzione dei problemi pare la cosa più distante da te quando ti trovi lì. La chiave sta nel capire le differenze, comprendere le diversità, non farci l’abitudine passivamente. Era questo che cercavo di fare con l’Africa, con le Afriche.
Muzungu” te lo sentivi dire in continuazione camminando per strada, ecco come ci si sente ad essere diverso a casa d’altri, ecco cosa si pensa quando prima di giudicare chi è a casa nostra lo si addita come “altro da noi”. Uomo bianco, che al plurale diventa “wazungu”, togliendo il prefisso, rimane la radice zungu. Un aggettivo tradotto con “strano o meraviglioso”. Era come se girassi per strada portando al guinzaglio un elefante, ti osservavano era una sensazione fisica quella degli sguardi addosso. All’inizio metteva soggezione, poi ti ci abitui, poi non la senti più forte come prima, ma non scompare, resta lì.

In quell’inizio d’estate del 2005 il Burundi si stava faticosamente tirando fuori da una guerra civile infinita, sanguinosa, che aveva stremato un paese già tra i più poveri del mondo. La guerra civile era diventata organica alla vita di tutti i giorni: c’era il coprifuoco, c’erano delle zone che non potevi frequentare, argomenti di cui era meglio non parlare, ma c’era anche una grossa vitalità, tanta voglia di fare, di confrontarsi.
Una mattina eravamo negli studi di Radio Isanganiro, una delle principali emittenti del paese. Ci eravamo dati appuntamento con Robert, lui conosceva alcuni ragazzi che lavoravano lì e ci invitò a fare un giro. In Africa le Radio sono il network principale perché quello più universale, più  a buon mercato, raggiungibile da tutti. Le radio orientano il pensiero e possono anche fomentare l’odio come nelle fasi più acute dello scontro  tra Hutu e Tutsi. La radio è uno strumento delicato, per qualsiasi argomento venga usato.
A pensarci bene quella fu la mia prima esperienza in una radio professionale, il caso volle che la facessi nel cuore dell’Africa, dove senza rendermi tanto conto di quanto accadeva, parlammo ad un intero paese. Io avevo portato con me uno dei primi lettori mp3, me lo avevano regalato proprio per la laurea. Avevo un centinaio di canzoni e ne passai alcune quella mattina, il resto le caricai sull’hard disk della radio. per me fu un momento meraviglioso, regalare musica mi riempiva d’orgoglio. Stemmo un po’ in sala di regia a passare qualche canzone in pre ascolto. C’erano alcuni miei amici, c’era Robert, c’era Luca e c’erano i conduttori. Fu un momento di relax, qualcuno approfittò per bere qualcosa, io restai vicino al mixer a chiacchierare con Robert e gli altri. Le canzoni scorrevano, poi partì “L’abbandono” dei Marta sui Tubi. Non li avevo ancora mai visti dal vivo all’epoca, a Sanremo ci sarebbero andati solo molti anni dopo, all’epoca non erano molto conosciuti, io amavo alcune loro canzoni. Robert rimase colpito da quel cantato strano, si fece ripetere il titolo, scherzammo un po’ sul significato del nome del gruppo.
Quella fu forse l’ultima volta che vedemmo Robert prima di ritornare in Italia. Ci scambiammo l’indirizzo mail, Facebook non lo conoscevamo, forse non esisteva nemmeno. Robert rimase lì qualche anno per insegnare economia. Mi diceva che quello era il suo posto, doveva stare lì per l’Africa, per fare la sua parte. Ci scrivevamo ogni tanto, mi mandava delle foto, io approfittai per mandargli altra musica, lui mi consigliò un sacco di artisti africani, francofoni per lo più. Sapeva il francese più o meno come lo conoscevo io, dal momento che in Nigeria non lo parla quasi nessuno, ma Robert aveva studiato molto e gli bastò poco per migliorare la lingua. Rimase in contatto con me e con Luca, forse più con Luca, dal momento che dal suo ritorno in Italia cominciò a lavorare come mediatore culturale e successivamente collaborò con lo sportello immigrazione del comune di Napoli. Fece della questione migratoria il suo lavoro, anche se chiamarlo lavoro è riduttivo, anche perché i soldi erano di certo l’ultima cosa che aveva tratto da quella scelta.

«Qualche anno fa l’Italia era un posto mitologico per molti di noi in Africa. Molti la conoscevano per il passato che gli italiani hanno avuto in Africa, e per questo li odiavano. Altri la conoscevano per la moda e per le immagini della televisione. Alcuni pensavano che lì si vivesse bene. Da qualche anno a questa parte invece molti ne parlavano male. Tanti avevano provato ad andar via da qui e ci si passava la voce, l’Italia era un posto dove arrivare, ma dove non rimanere. Era un posto di passaggio. Nessuno voleva davvero restare in Italia tra quelli che scappavano come me. Sapevamo che lì ci avrebbe aspettato un futuro nero, un futuro di sopravvivenza

Dopo un po’ di tempo ricevetti una mail di Robert in cui mi diceva che suo padre si era ammalato e che lui aveva deciso di tornare a casa per stare più vicino alla famiglia. La situazione in Nigeria nel corso degli anni era diventata pessima. Nonostante fosse la prima economia del continente all’interno del paese le cose andavano sempre peggio. C’era questo gruppo terroristico di Boko Haram che faceva proseliti e seminava il terrore. Robert non era stato con le mani in mano. Tornato a casa aveva cominciato a lavorare come giornalista per una rivista collegata all’Università. Aveva anche trovato un assegno di ricerca con il quale riusciva a stare vicino a suo padre ed era molto impegnato nella vita sociale della città. Essendo un esperto di economia non riusciva a tacere sulle influenze estere nel suo paese, su come girasse tutto intorno a quel maledetto petrolio. La gestione di questa preziosa risorsa è palesemente clientelare e manovrata il più delle volte dall’esterno. Le parole di Robert erano sempre più scomode. Ogni tanto via mail mi mandava qualche link ai suoi articoli, ma bastava cercare il suo nome su google e col passare del tempo i risultati si moltiplicavano. Restavamo in contatto così, fino al giorno in cui mi disse che forse avrebbe avuto bisogno di aiuto, che le cose per lui si stavano mettendo male.
La condizione carceraria in Nigeria è a dir poco kafkiana, i detenuti in attesa di giudizio sono la maggioranza della popolazione che popola le carceri del paese. Durante la detenzione i diritti umani sono l’ultimo dei pensieri. Un amico avvertì Robert che la polizia aveva intenzione di chiedergli chiarimenti su una serie di articoli che avevano attaccato una compagnia petrolifera, articoli in cui si parlava della condizione dei lavoratori nigeriani e lo scompenso tra il loro salario e gli enormi guadagni che ne traeva la compagnia. Una sera fuori casa di Robert si udirono degli spari, qualche proiettile colpì il muro di casa sua, si sentì gridare il suo nome.
Fu subito chiaro che quello non era più un posto per Robert. Scappò Come scappano centinaia di migliaia di persone da quel continente. A tratti sembra uno tavolo da gioco in cui multinazionali e governi compiacenti giocano interminabili partite a scacchi in cui i pedoni restano schiacciati da interessi più grandi di loro. Robert scappò, l’abbandono in questo caso era quello che significava lasciare la famiglia, un padre malandato e una sorella che restava sola con la madre. Dovette scappare senza potersi guardare indietro, senza poter guardare Ibadan mai più, forse. Senza poter riguardare Bujumbura, il cortile di quell’università dove lo avevamo conosciuto. Scappò senza potersi portare molto della sua vita precedente.
Scappò verso la Libia, direzione Europa. Scappò verso la Libia come fanno molti nigeriani, era la tratta più breve. Era diventato improvvisamente un volto senza scampo, degli occhi senza tregua. Sapeva che dalla Libia poteva raggiungere l’Italia, Lampedusa forse, e poi magari contattare qualcuno dei suoi amici che erano già passati da qui per trovare un posto in Germania o in Inghilterra magari. Forse una volta in salvo avrebbe potuto continuare ad insegnare.
Si aggregò ad un convoglio diretto in Libia,la via più breve per l’Europa, una via che passava per il deserto. Il convoglio ci mise giorni interminabili. Durante quel viaggio conobbe molte persone, ognuno con la sua storia. C’era Moustapha eritreo, ed Omar con la sua famiglia. Ognuno scappava da qualcosa di terribile, ognuno cercava di non guardarsi indietro per non guardare negli occhi il baratro in cui stava precipitando la sua vita. Ceravano di guardare avanti, cercavano di pensare al momento, cercavano di ignorare la disperazione e la paura.

«Zara è una città portuale della Libia da dove si parte per raggiungere l’Italia. In Italia se nomini Zara ti viene in mente un negozio di vestiti, a me invece ricorda la partenza, fu come cominciare a trattenere il fiato per una vita in apnea. Zara era l’ultimo pezzo di Africa che mi separava dall’Europa, era come lasciare lì un pezzo di cuore, quello più grande. Partire non è così facile, quel maledetto tragitto costa caro. Un posto che potrebbe salvarti la vita costa fino a 1500 dollari. E’ un posto che ti assicura ossigeno e qualche centimetro di spazio vitale. Se non ci arrivi con 1000 dollari puoi pagarti un passaggio ponte, se ponte si può definire la parte scoperta di un barcone condivisa con altre decine di persone. Chi non può permettersi l’aria garantita dal passaggio ponte con una somma che si aggira sugli 800 dollari viene stipato sotto coperta. Una volta, tempo fa, vidi un servizio in televisione, si parlava di un nuovo modello di automobile. C’era un giornalista che ne descriveva le caratteristiche tecniche: la potenza del motore, la rifinitura degli interni fino ad arrivare alla capienza del portabagagli. L’unità di misura usata dal giornalista erano le palline da tennis. Più palline poteva contenere il bagagliaio maggiore sarebbe stata la valutazione complessiva dell’auto.

Nel viaggio verso l’Italia le persone erano considerate meno che palline da tennis da stipare in uno spazio ridotto da condividere con il motore del barcone. L’aria entrava da poche fessure nella chiglia ed era sempre troppo poca. Il mare era agitato e la gente stava male. Il motore schizzava nafta in continuazione. La nafta impregnava i vestiti delle persone e si mischiava all’acqua di mare. La pelle cominciava a bruciare. Non si vedeva nulla. Non si capiva nulla. Alcuni cominciarono a svenire.

– Quando arriviamo?

– Dove arriviamo?

– Quanto manca?

– Mi gira la testa

– Soffoco

– Aiuto

– Aiutateci

– Fate spazio

– Quando arriviamo?

La testa cominciava ad andare per conto suo. Il panico portava a muoversi in maniera inconsulta anche se lo spazio non lo permetteva, Non si riusciva a salire sul ponte perché la scaletta era occupata da altre persone. Persone ovunque. Io e Moustapha eravamo sottocoperta mentre Omar e la sua famiglia erano sul ponte.

– Mi avevano detto che la Libia era l’anticamera dell’Italia, ma questo viaggio sembra non finire mai.

Un’onda, la barca va su e giù. Sento gridare qualcuno sul ponte. Delle persone sono cadute in mare. Qualcuno grida di fermarsi. La barca non indugia nemmeno per un istante. Sento gridare, forte, sento piangere, la barca continua ad andare. Sotto coperta c’è sempre più puzza di nafta, la pelle brucia. Sento un prurito sempre più insistente. Mi manca l’aria. La barca la guidava un algerino che durante la traversata, ho sentito dire, che è stato sempre sveglio, sniffando cocaina in continuazione.

– Quando arriviamo

Mi manca l’aria. Mi gira la testa. Penso a mio padre ed a mia madre. Penso a casa mia. Penso agli studenti di Bujumbura. Penso a mia sorella. Penso alla mia stanza, ai miei libri. Come sono finito qui. Soffoco. Fate spazio. E’ svenuto un altro ragazzo. La barca continua ad ondeggiare. Penso alla mia aula a Bujumbura. Mi viene da vomitare. Fate spazio. Quando arriviamo. Sto male. Ho paura. MI viene in mente l’università di Ibadan, il cortile dove mi fermavo a riposare tra una lezione e l’altra. Mi gira la testa. Sento dei bambini piangere, saranno quelli di Omar. Ho caldo, c’è una puzza infernale qui sotto. Mi manca l’aria. Aiutatemi. Vedo tutto appannato. Respiro male. C’è una puzza infernale. Le gambe cedono. Mi gira la testa.

Delle luci, un faro e delle sirene. Due gommoni che si avvicinano. MI sento tirare da terra. Tremo. Puzzo e respiro male. MI sento la pelle bruciare. MI trascinano su un gommone. mi buttano a faccia in giù, non riesco nemmeno a girarmi. Non ci riesco. Moustapha che fine avrà fatto?

– Dove sono? Siamo arrivati?

Mi fotografano con un numero vicino alla faccia, non mi reggo nemmeno in piedi.

– Come ti chiami?

– Da dove vieni?

– Do you speak English?

Io il mare lo avevo sempre immaginato come un luogo dove andare a cercare un po’ di serenità, un luogo dove si cercano opportunità. Ultimamente mi ero abituato al lago Tanganika, e il mare me lo stavo un po’ dimenticando. Da casa mia il Golfo della Guinea era abbastanza vicino, ci si andava con gli amici, ci si andava anche per trovare un posto diverso. Poi un giorno mi sono trovato nella chiglia di una nave, senza riuscire a respirare bene, senza riuscire a capire dove fossi realmente e quanto mancasse alla mia meta. Da quel giorno per me il mare è paura, è ansia.È terrore. Eschilo diceva in un verso “Spuntato il sole radioso vediamo / tutto l’Egeo fiorito di cadaveri”. Ora capisco cosa voleva dire. Io pensavo che il mare fosse un elemento che univa, invece dopo quel viaggio ho capito che è un muro, difficile da oltrepassare quando scappi da un inferno e inaspettatamente l’inferno ti si materializza di nuovo sotto forma di un’orizzonte sempre uguale. Il mare prima per me era un concetto che dava  serenità poi tutto è cambiato ed ora il mare mi fa paura.

Un flash negli occhi, dei signori con le mascherine e delle tue da imbianchini. Respiro, lentamente. Sento gridare e piangere. A qualche metro da me vedo dei sacchi legati alle estremità con delle corde. Sono almeno una decina. Sono almeno una decina di corpi. Sono come me, solo che io per grazia di non so quale dio respiro ancora e non ho nessuna corda legata alle estremità, ma non riesco a muovermi bene. Mi brucia la pelle. Mi hanno fatto una foto con un numero vicino alla faccia. Mi chiedono da dove vengo. Intanto albeggia e vedo la terra dal ponte della nave. Credo sia l’Italia. Dovrebbe essere Lampedusa.

– Chiedo asilo politico.

Mi dicono che la mia storia non è credibile, che l’ho imparata a memoria come altre mille persone che la raccontano uguale. Che non ho documenti che attestano che stia fuggendo da un pericolo. Mi dicono che posso aspettare in questo posto insieme ad altre centinaia di persone come me. Persone in attesa di conoscere il loro destino. Cerco di dire che conosco delle persone in Italia. Ho amici a Castelvolturno e a Napoli. Chiedo di Luca. Resto chiuso in un CIE di Lampedusa per una decina di giorni, incontro Omar con la famiglia e Moustapha. Ci sono persone provenienti da tutta l’Africa. Ci dividiamo a seconda dei paesi. Alcuni organizzano una sorta di Coppa d’Africa per passare il tempo. Giochiamo a pallone, cantiamo. Alcuni pregano. Molti piangono, dormire non è semplice insieme a tutta quella gente.

Un giorno vengono a prenderci e ci portano a Crotone, ci resto un paio di settimane, poi mi dicono che mi hanno assegnato ad un’associazione di Napoli, in attesa che la mia domanda d’asilo venga presa in considerazione. Io cercavo asilo politico, cercavo di sfuggire alla morte. A casa mia c’è la guerra, vicino casa mia c’è il pericolo del terrorismo. Ma qui posso diventare un clandestino da un momento all’altro. La sera qui ci sono troppe luci per guardare bene il cielo e le stelle Non mi oriento più. Poi qui nessuno conosce bene l’inglese. Alcune persone che ho conosciuto a Crotone mi dicono che vogliono andare in un posto vicino Rosarno, cercano persone che raccolgano i pomodori. Moustapha andrà lì, io sono diretto a Napoli con Omar e la famiglia, loro poi andranno da alcuni amici a Castelvolturno, io provo a contattare Luca.

Lavorare in italia come si fa? Non sono un clandestino e nono sono nemmeno un rifugiato, sono nessuno. Non ho documenti sufficienti ad ottenere un lavoro regolare, devo aspettare che la mia domanda venga esaminata. Sono come in mezzo ad un mare, tra onde di burocrazia, illegalità e disorientamento. Qualche giorno prima di sapere se la mia domanda d’asilo era stata accettata vengo a sapere notizie da Rosarno, Moustapha si era sentito male durante mentre raccoglieva le arance. Lo pagavano 7 centesimi al chilo. Mi ricordo che durante il viaggio anche Moustapha si era sentito male, prima di partire da Zara mi aveva raccontato che lui a differenza di altri voleva restare in Italia. Gli piaceva l’Italia, voleva provare a cercare un lavoro e a trovare un po’ di pace, perché a casa sua aveva visto morire troppa gente. Anche per lui il mare era stata una prova difficile, l’aveva superata. Lo hanno ucciso le arance a 7 centesimi al chilo. Il caporalato di Rosarno. Lo ha ucciso quel paese in cui aveva cercato salvezza.

Quando la mia richiesta di asilo fu bocciata per la prima volta il mondo sembrò cadermi addosso, ancora una volta. La Germania, pensavo di andare lì. Alcuni amici erano andati lì qualche anno fa, avrei potuto raggiungerli. Conoscevo anche dei ragazzi della mia università che ora vivevano in Inghilterra, ma senza permesso di soggiorno non potevo andare lì. Altrimenti sarei dovuto passare per Calais. Un secondo o terzo inferno. Dopo la partenza dalla Libia, dopo Lampedusa, dopo il Cie, dopo il rifiuto della mia domanda. Dopo la notizia di Moustapha, dopo tutto, dopo i volti che mi ricordo ancora, quelli dei miei compagni di viaggio. Gli occhi di quelle persone rimaste nel deserto libico. Tanti inferni, uno dopo l’altro. Anche Calais, anche lì, altra attesa, altra traversata, altra sofferenza.

A Napoli ho trovato persone come Luca e i suoi collaboratori che nonostante pochi mezzi cercavano di aiutare quelli come me, quelli come me che non hanno ancora nemmeno trovato una vera e propria pace, vedo ancora dolore attorno a me, e lo sento ancora addosso. Sento di altri come me per i quali il mare è stata una prova troppo dura, più dura di quel dolore che si lasciavano a casa, più dura del dolore di dover abbandonare la propria terra e le proprie radici senza volerlo davvero. Ancora mi chiedo se questo viaggio sia stato una prova troppo pesante da poter dimenticare. La notte ogni tanto sembro sentire quel senso di nausea dato dalla puzza di sudore e nafta e mi sveglio di soprassalto. Ho cominciato a lavorare saltuariamente in attesa di sapere se un domani sarò un uomo libero di muoversi, con dei documenti, un uomo libero di cercare un proprio destino. Ho scritto a mia sorella, mi manca molto, come mi manca molto casa mia.

Ho abbandonato troppe cose, troppe persone, troppi luoghi per riuscire a vivere senza stare un poco male.

Finalmente un giorno mi chiamarono per dirmi la data dell’udienza in cui avrebbero riesaminato la mia richiesta d’asilo. Pensai che avrei potuto prendere un treno per Milano, da lì ne avrei preso un altro per la Germania, avrei chiesto ospitalità a qualche amico per un po’ di tempo, pensai a Milano ed alla Germania e per qualche minuto mi sentii leggero. Mi sentii altrove, libero. Poi pensai a cosa sarebbe successo se la mia richiesta fosse stata bocciata di nuovo. Sarei stato un clandestino, per la vita. Non avrei potuto insegnare da nessuna parte in Europa,tutto quello che ero stato prima sarebbe stato cancellato con un colpo di spugna una seconda volta, il mio passato non avrei potuto portarmelo più dietro da nessuna parte, la mia vita, la mia identità. Avevo la testa piena di pensieri.

Mi fermai prima di entrare in quella stanza dove mi avrebbero parlato del mio destino, dove avrebbero dato l’ennesima sentenza sulla mia vita.

Mi fermai a riflettere quanto quella fuga dal dolore fosse reale o solo presunta. Quanto mi stessi illudendo di poter lasciare il dolore dietro le mie spalle. Quel dolore mi seguiva, avanzava sempre un passo avanti a me. Avevo trovato dolore in Burundi, lo avevo visto a casa mia in Nigeria, ed era qui ad aspettarmi anche in Italia. Cominciai a dubitare se questa mia fuga potesse mai avere una fine, se ci fosse, un giorno un momento o un posto in cui mi sarei potuto sentire a casa. Inoltre mi mancava la mia famiglia. Mi mancava la Nigeria. Questo viaggio era una prova davvero troppo difficile da sopportare più nella mia testa e nel mio cuore, che nelle mie gambe, che sulle mie spalle. Questo viaggio era dolore, un dolore che nessuno di quelli che avevo incontrato in Italia poteva lontanamente capire.

Luca rimase in contatto con Robert, molte delle cose che mi ha raccontato fanno parte di una serie di mail che si sono scambiati nel corso dei tanti mesi in cui Robert ha cercato un altro posto nel mondo, un posto da cui non dover per forza scappare. Ci tornò in mente la canzone dei Marta sui Tubi, che avevamo ascoltato un giorno a Radio Isanganiro, un giorno che all’epoca ci sembrava bello, in cui il futuro appariva un terreno fertile, dove poter seminare qualcosa di buono, con le nostre mani. Non lo sapevamo che riascoltandola oggi quella canzone ci avrebbe fatto così male. Non immaginavamo che il futuro non sarebbe più stato quel posto dove poter costruire qualcosa di buono come avevamo creduto quel giorno.

*

© Raffaele Calvanese

 

 

 

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