Thierry Metz , Diario di un manovale

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Thierry Metz, Diario di un manovale

Titolo originale Le journal d’un manoeuvre (Gallimard, 1990)
Traduzioni di Renzo Favaron

*

16 giugno –  L’agenzia di lavoro temporaneo mi ha trovato un impiego in una cooperativa. Otto ore al giorno. Salario minimo.

Dopo mattatoi, fabbriche, torno in un’impresa edile.

Il cantiere si trova in una piccola via a senso unico. C’è da ristrutturare un calzaturificio in un residence di lusso. Non ci sono che i muri. L’interno è vuoto, né impiantito né solai. È fatiscente. Bisogna rifare tutto: rinforzare le fondamenta esistenti, aprire gli accessi dei garage, posare i pavimenti, costruire le gabbie degli ascensori, portare le scale. Tutto. Ci sarà da lavorare sodo.*

     16 juin – L’agence de travail temporaire m’a trouvé un emploi dans une
coopérative ouvrière. Huit heures par jour. Salaire minimum.

Après les abattoirs, l’usine, je retourne dans le bâtiment.

Le chantier se trouve dans une petite rue à sens unique. On va transformer une
fabrique de chaussures en résidence de luxe. Il ne reste que les murs. L’intérieur est
vide, nì plancher nì cloison. C’est vieux. Il faut tout refaire: consolider le fondations
existantes, ouvrir les entrées des garages, poser les planchers, bâtir la cage
d’ascenseur, coffrer l’escalier. Tout. On a du travail.

*

Come è arrivato quello? Per quale via? Quale strada? Chi lo ha portato?
L’acqua? Il vento?
Chi può saperlo?
Cammina, si muove. Da un cantiere all’altro, dalla mattina alla sera. In un paese
di allineamenti e di crocevia.
Una sola direzione: riunirsi con il capomastro. Il dormiente. E tutt’intorno costruire
la sua opera.*

Comment est-il venu celui-là? Par quel chemin, quelle autoroute? Qui l’a amené?
L’eau? Le vent?
Comment savoir?
Il marche, il va. D’un chantier à l’autre, d’un lever à un caucher. Dans un pays
d’alignements et de carrefours.
Une seule direction: rejoindre le maître d’oeuvre. Le gisant. Et construire autour
de sa pierre.

*

Una pala, un piccone. Il manovale deve cercare con questo, spargersi, smarrirsi…
Un debuttante: ecco chi è. La sua memoria non è che un filo d’acqua, una sorgente che ignora il fiume.
I suoi movimenti sono semplici: quelli di un uccello. Sale, discende, raccoglie un ramoscello, delle pagliuzze, delle bucce. La materia fossile.
Per incidere il domani che si estende intorno al suo nome, lui traccia un cerchio con ciò che gli si offre: terra, calcinacci,  pietruzze, consigli,  mozziconi di gesso, attese,  carichi…
Di cui meditare un giorno. Niente più.*

Une pelle, une pioche. Le manoeuvre doit chercher avec ça, faire le tour, se perdre…
Un débutant: voilà ce qu’il est. Sa mémoire n’est qu’un filet d’eau, une source qui ignore le fleuve.
Ses mouvements sont simples: ceux d’un oiseau. Il monte, il descend, il ramasse
des brindilles, de le paille, des écorces. Le tout-venant.
Pour cerner le domaine qui s’étend autour de son nom, il lui faut tracer un cercle avec ce qu’on lui donne: de la terre, des décombres, des pierres, des ordres, des morceaux, des attentes, des fatigues…
De quoi méditer un jour. Pas plus.

*

Per il momento siamo in tre: il capo del cantiere, lo spianatore ed io, il manovale.
Il capo è italiano, duro nel suo accento straniero, duro di carattere. Porta un cappello di paglia troppo piccolo, una camicia a maniche corte, una tuta.
La sua durezza è difficile da reggere. Maneggia il piccone come se fosse un bastone, così che insiste a picconare finché non ha colpito quello che vuole. Il capo non esce mai dal cerchio del lutto. Quanti cantieri si è lasciato dietro? Quanti ne sorgeranno davanti a noi? Le sue mani aperte dicono più di tutto.
Se parla, parla sempre di lavoro e di una colata di gesti che dirige verso di noi per il più breve cammino.
Si discute del battere la fiacca, della deconcentrazione.
– Tu conosci il lavoro? Allora se tu conosci il lavoro: lo fai. Perché mi racconti delle storie? Dici che sei un muratore? Ma mi fai un lavoro che non è come si deve. Tanto varrebbe chiamare un passante…
Ha parlato di un uomo che l’impresa aveva chiamato da un altro cantiere. E che nessuno sorvegliava.
Qui non si è mai con le mani in mano. Bisogna ascoltare o restare con il giornello.
Qui non si sazia mai la sete di arcobaleno.*

Pour l’instant nous sommes trois: le chef de chantier, le conducteur du tracto-pelle et moi, le manoeuvre.
Le chef est italien, dur d’accent, dur de caractère. Il porte un chapeau de paille trop petit, une chemise à manches courtes, un bleu.
Son endurance est difficile à suivre. Il maine la pioche comme un bâton. Tant qu’il n’a pas atteint ce qu’il veut, il continue. Il ne sort jamais du cercle de lutte. Mais combien des chantiers derrière lui? Combien d’avance sur nous? Ses mains déployées en disent long.
Il parle peu mais toujours du travail. D’une coulée de geste qu’il dirige vers nous par le plus court chemin.
Discuter l’énerve, le déconcentre.
– Tu connais le travail? Alors si tu connais le travail: tu le fais. Pourquoi me raconter des histoires? Tu dis que tu es maçon? Et tu me fais un travail qui n’est pas de niveau! Autant appeler un passant dans la rue…
Il parlait d’un homme que l’entreprise avait embauché sur un autre chantier. Et qu’ils n’ont pas gardé.
Ici on n’attend pas. Il faut suivre ou rester avec les oiseaux.
Ici on ne trace pas d’arc-en-ciel autour de sa soif.

*

I miei primi gesti qui: spalare la terra. Aprire una buca. E sparire. Quotidianità del manovale: per quanto scavi, non trova l’arcobaleno del suo libro. Si ferma ai suoi semi.
Se non come meditare la morte e l’albero?
Poco importa che il suo lavoro sia sgradevole: l’erosione del dolmen è più attiva che lo scorrere dell’attimo. E qui i due si ricongiungono.
Il manovale, il muratore: idea bifronte.
Come le nostre mani.*

Mes premiers gestes ici: creuser la terre. Ouvrir une fosse. Et disparaître. Quotidien du manoeuvre: tant qu’il n’a pas trouvé l’arc-en-ciel de son livre, il doit creuser. S’enfermer avec ses graines.
Sinon comment méditer la mort et l’arbre?
Peu importe que son travail soit rebutant; l’érosion du dolmen est plus active que les ruissellements de l’instant: Et ici le deux se rejoignent.
Le manoeuvre, le maçon: projet fourchu.
Comme nos mains.

© Thierry Metz
traduzione di Renzo Favaron

*

Thierry Metz è nato a Parigi nel giugno del 1956. Suo padre era un fattorino. Dall’età di 14 anni, tutto quello che riesce a permettersi è un letto presso un centro d’Emmaus, luogo di accoglienza e recupero di indigenti e altri individui socialmente esclusi. Dopo il servizio militare, va ad abitare vicino ad Agen e comincia a fare i mestieri più umili e faticosi, lavorando in cantieri, magazzini, macelli, fabbriche, aziende agricole.
Inizia a scrivere poesie, incoraggiato dalla moglie e dai suoi figli. Lavorando come manovale si dedicherà alla scrittura nei momenti di riposo.
Il Diario di un manovale (edito da Gallimard) è del 1990, seguito Dalle lettere alla bene amata (sempre con Gallimard) e altri libri. La vita di Tierry Metz è segnata da numerosi periodi di crisi, che lo allontanano dal mondo, soprattutto dopo la perdita del secondo figlio (schiacciato da una macchina).
Trasferitosi a Bordeaux, Tierry Metz si suicida il 16 aprile 1997.
In Italia è stato tradotto L’uomo che pende.

 

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