Peppe Stamegna: Tonino

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TONINO

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A quindici anni volevo scrivere un libro, avevo pure il titolo pronto: I contrasti nell’era della pop art. Un titolo strambo adatto a un tipo strambo, com’ero io allora. Stavo sempre a pensare a ‘sto libro: la notte mi svegliavo e lo vedevo sul comodino, ancora vuoto di parole. Già, quelle non venivano mai quando le chiamavo: invece arrivavano parole pesanti piene di tristezza, ma soprattutto arrivavano nella controra, quando non le cercavo. Questo lo so oggi, ché allora mi parevano pure belle e importanti, le parole, quelle che mi capitavano tra la testa e le mani. Necessarie, pensavo. Macché. Erano solo ferri arrugginiti da lunghi inverni di lacrime, quelle sì necessarie. Mio zio mi cazziava quando non lo aiutavo, e la moglie, che non riesco neppure a chiamare zia, quando era nervosa, mi chiudeva nella cantina per interi pomeriggi. Lì mi facevo le pippe, e cos’altro potevo fare? Sì, anche al libro pensavo, ma come facevo a scriverlo? In realtà mi frullava tutto nel cervello, mi sarebbe bastato trovare un contenitore robusto dove versare il tutto. Ora devo ammetterlo, allora era più semplice pensare tutto il tempo alle cosce di Mariella, che a scrivere qualcosa di buono. Questo libro però un giorno improvvisamente ha visto la luce: una decina di pagine sgrammaticate che faceva apparire la mia realtà spaccata in due come un cocomero, come quelli che spaccava mio zio la domenica. I buoni e i cattivi, le femmine e i maschi. I miei zii e la mia rabbia. Ma comunque mi piaceva, ne ero soddisfatto e confidavo nella giustizia divina per la sua imminente diffusione; sì, allora avevo questo tipo di pretese: sei buono? Avrai la ricompensa. E io l’aspettavo tutte le sere la ricompensa, sdraiato sul materasso di lana aspettavo una ricompensa come fosse l’apparizione della madonna. Invece arrivava Mariella, che mi sorrideva serena. Mi addormentavo, e ci mettevamo a fare bagordi insieme tra nuvole e tappeti. La mattina poi, prima del mezzo bicchiere di latte che la moglie di mio zio mi sbatteva sul tavolo di marmo all’aperto sotto il porticato, sennò sporcavo in cucina, come diceva zia; insomma, all’alba scappava via Mariella, e a volte avevo proprio l’impressione di vederla con le sue gonne da zingara che si gonfiavano e sgonfiavano, in lontananza, sulla strada poderale. Macché, erano solo cazzate di sogni che mi servivano per caricarmi: per riuscire ad andare a raccogliere i cocomeri dentro al caldo infernale del campo, alle dipendenze ringhiose di mio zio. Ma questo lo so soltanto oggi, prima, allora, tutto era fluido e vero. Pure Mariella.

Così oggi mi ritrovo a fare questo lavoro strambo. Alcuni lo fanno facendo i cattivi, con atteggiamenti un po’ da delinquenti, oppure stamno sulla difensiva tutti i santi giorni; perché è un lavoro duro tra persone imprevedibili, problematiche e a volte aggressive. A me basta sorridere un po’ alle persone che incontro nelle stanze o nei corridoi, poi bere caffè alla macchinetta con Giovanna, e ogni tanto chiacchierare con il professore d’italiano in pensione. Aspettare il ventisette per pagare l’affitto e la rata della macchina. Il resto del tempo, quello che mi avanza dalla clinica “Quiete serena”, lo impiego a leggere tutto quello che c’è da leggere sugli anni settanta in Italia. Qualche volta, quando si tratta di musica e movimenti giovanili, mi sposto anche verso le cose estere con la lettura. Ho una cantina piena piena di riviste e libri, dischi e articoli ingialliti.

Ogni tanto vedo Giovanna, quando non deve assistere sua zia malata, e allora andiamo al cinema e poi scopiamo a casa mia. Non succede nulla d’importante prima né dopo averlo fatto, ma durante stiamo da dio. Siamo tutti e due single. Lei, a dire il vero, ha un altro amante: occasionalmente la passa a trovare un camionista del suo paese d’origine. Stanno insieme una notte. Poi lui la saluta con le lacrime agli occhi, e lasciandole tra le mani un pacco di biscotti al cacao fatti dal forno del loro paese. Poi seguono settimane di silenzio. Nel frattempo lei viene al cinema con me. Ci sono dei periodi che non la voglio vedere. In quei giorni voglio solo pensare al passato, agli anni settanta. Vedo solo film dell’epoca e, se fosse possibile, uscirei solo con donne degli anni settanta. Dicono che sono un po’ monotono. In realtà lo dice solo Giovanna, che per me equivale a tante persone, perché ho pochissimi amici. Un tempo ne avevo a bizzeffe, e facevo con loro un sacco di cazzate. Un giorno poi ognuno di noi ha trovato il lavoro e allora ci siamo scordati di fare cazzate. A dire il vero all’inizio, durante qualche sabato sera, le facevamo lo stesso le cazzate, ma non erano più le cazzate di una volta. Quando non penso agli anni settanta, penso ai pazienti che vedo tutti i giorni. Molti di loro hanno vissuto il meglio della loro vita proprio in quegli anni, e quindi gli faccio le domande di questo genere: “avvertivi che stava cambiando tutto in quegli anni?”. Spesso mi ridono in faccia; qualcuno tenta di abbozzare un discorso articolato ma non ce la fanno, i farmaci vincono sulla loro lucidità, e alla loro memoria restano frasi mozzate che sanno di poco. Solo il professore parla bene, fino a farmi vere e proprie lezioni. Ogni tanto si ferma su qualche autore o fatto anche per più giorni, che sono costretto a prendere appunti. In cambio vuole un po’ di vino rosso di sottobanco. Quando beve racconta pure meglio, e io ascolto con più piacere. Insomma, se non l’avete capito, io, una volta che faccio quello che mi chiede il responsabile della clinica, assistere e imbottire di psicofarmaci i pazienti, poi non mi resta che chiacchierare con i pazienti. Un giorno il professore ha sforato negli anni ottanta; l’ho dovuto bloccare, stava diventando irritante in quell’uscio di anni opulenti e chiassosi di niente. Così, dopo che l’ho minacciato di non dargli il Chianti già comprato, è ripartito dalla battaglia per il divorzio senza fare una piega.

Giovanna non vuole che le dica frasi di circostanza dopo che abbiamo scopato. Dice che deve sentire i suoni. Non oso chiederle cosa siano i suoni, poiché lei non osa chiedermi perché mi sono accanito tanto con gli anni settanta. È un patto. A noi piace stare ognuno nelle proprie cose. Poi un giorno tutto finirà, e ognuno di noi dichiarerà tregua al mondo e farà qualcosa di meglio. Oggi ancora non è così, poiché non è ancora arrivato il momento giusto per fare di meglio.

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© Peppe Stamegna

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