I giorni del vino e delle rose. Recensione

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Diego Bertelli e Silvia Rocchi, I giorni del vino e delle rose, Valigie Rosse, 2016, € 16,00

Raccontare di un fumetto non è mai un’operazione facile, soprattutto se il fumetto in questione ha richiami a qualcosa che ami molto: la musica, e in particolare quella che hai cantato a lungo. È questo il caso di I giorni del vino e delle rose di Diego Bertelli e Silvia Rocchi, uscito da qualche mese per Valigie Rosse: un felice, sentito e multiforme incontro fra parola e disegno, immagine ed evocazione musicale. Il titolo riprende un celebre verso del poeta inglese Ernest Dowson (che a sua volta cita Orazio), diventato poi più famoso nel 1962 grazie a un film e al brano della colonna sonora, composto da Henry Mancini con testo di Johnny Mercer (che aveva già messo in musica Prévert e Le feuilles mortes); nel 1982 saranno i californiani Dream Syndacate a trasformare questo titolo in qualcosa di diverso: un personale manifesto rock, alternativo e psichedelico, senza privarlo (né tantomeno capovolgendo) la grazia che quel verso − prima − porta in sé. Lì inizia questa storia, senza mediazioni.

Sarà una fotografia l’innesco della trama: una foto del narratore con Steve Wynn dei Dream Syndacate; non soltanto un ricordo ma un vero motivo per intessere le relazioni ritracciate qualche riga fa; gli autori lo faranno in modo più ampio, segnalando puntualmente l’attenzione nei confronti delle citazioni stesse. Ma questa è soprattutto una vicenda di poesia, arte e vita, in cui presente e passato si avvicendano talvolta confondendosi; una trama che s’intesse sulla memoria di ciò che possiamo conoscere oggi a proposito di Ernest Dowson, personaggio dimenticato, trascurato dai contemporanei. Lui, che nel suo tempo aveva conosciuto Wilde e Keats (tra gli altri, punto di riferimento anche in questo libro), deve essere ricondotto in una dimensione narrativa funzionale a questa trama di trame. Su più piani − l’abbiamo detto − intervengono figure letterarie e non, in un gioco di voci pronte a rincorrersi come già la musica e i versi fanno presagire. L’immagine interpreta le voci, i versi, le citazioni, il dire nel suo farsi e il farsi nel suo dire:

Il mio spirito è troppo debole – ciò che è mortale pesa su di me come un sonno non desiderato.

Le melodie che può udire sono dolci, ma quelle che udire non puoi lo sono ancora di più; perciò flauti leggiadri continuate a suonare;

non all’orecchio sensibile, ma, più caro, suonate allo spirito brevi motivi che non abbiano una melodia

È stata una visione o un sogno a occhi aperti?
La musica è scomparsa: sogno o son desto?

La bellezza è verità,
verità bellezza.

Forse in questo dialogo tra Dowson e l’amico ed editore Leonard Smithers c’è il senso della storia che Bertelli e Rocchi raccontano: un ricercare sul piano visivo e uditivo insieme qualcosa che non deve andare perduto ancora (e mai più dimenticato); le possibilità della perdita riguardano le diverse direzioni che l’esistenza si trova a compiere anche inconsapevolmente (com’è inconsapevole sia nel film di Blake Edwards sia nel titolo della rock band, la citazione della poesia di Dowson). Ma c’è di più: la soggettività del ricordo del narratore resta sempre in primo piano per ammettere come il tempo, vero protagonista del titolo, passi e ritorni, riporti chi parla al presente dove «i poeti svelano la loro percezione più chiara». È lo stile di Rocchi − uno stile a togliere, sottrarre −, il mettere in scena un personaggio scomparso con una vita ricca di storie da raccontare e la scelta di un soggetto che sarà significativo per il Novecento poi − è innegabile che The Days of Wine and Roses sia diventato uno degli standard jazz immancabili nel repertorio di decine di cantanti − che fanno di questo libro una lettura curiosa; perché è qui che si saggia il limite della memoria, della storia, del vedere, dell’ascoltare, dell’amore per la poesia, per il suo racconto e per il raccontare.

© Alessandra Trevisan

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