Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #20

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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twin_peaks_casa_del_cane_morto

..[Episodio Diciannove – La vedova nera]
Is a dog man’s best friend? I had a dog. The dog was large. It ate my garden, all the plants, and much earth. The dog ate so much earth it died. Its body went back to the earth. I have a memory of this dog. The memory is all that I have left of my dog. He was black and white.

Un cane è il miglior amico dell’uomo? Io avevo un cane. Il cane era grosso. Mangiò il mio giardino, tutte le piante e molta terra. Il cane mangiò così tanta terra che morì. Il suo corpo ritornò alla terra. Mi ricordo di questo cane. Il ricordo è tutto ciò che mi è rimasto di questo cane. Era bianco e nero. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Questo strano e bellissimo monologo sembra il rovesciamento del famoso finale del primo canto della Terra desolata di T. S. Eliot: lì il cane, amico dell’uomo, andava tenuto lontano dal giardino, o avrebbe potuto dissotterrare il cadavere sepolto sotto la terra (il titolo del canto è proprio The burial of the dead). Cadavere simbolico, connesso ai riti della fertilità e a un risveglio della vita rifiutato attraverso la cacciata dell’animale. Cosa succede invece qui? La “casa del cane morto” è il nome di una casa abbandonata divenuta il covo di Jean Renault e centro di lavorazione e traffico della droga. Ma sotto la terra non pare esserci nessun corpo da tirare fuori, e il cane nella sua furia scavatrice ha finito per morire sotto l’impresa indigesta, dopo aver mangiato “all the plants, and much earth”. Di fatto il mistero del cadavere, che era quello di Laura, è stato risolto, illuminato, dissotterrato. Sembra quasi che le indagini girino adesso su se stesse, perché il nuovo caso che coinvolge Cooper e gli altri non regge il confronto col precedente, nella sua banale evidenza. La sensazione è che il cane inquisitore non debba tirar fuori proprio nulla, e allora finisce in un circuito autofagico, s’ingozza di terra e piante fino a strozzarsi. O forse questo cane che va a vuoto ci dice qualcos’altro, che il segreto non è sotto la terra nuda, concreta, la terra che possiamo spostare e scavare, ma altrove, lontano dalla materialità del mondo, dove non arrivano le zampe caritatevoli del cane, che è man’s best friend.
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@Andrea Accardi
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