Caterina Davinio, Fatti deprecabili. Recensione di Franca Alaimo

Davinio_Fatti_deprecabili

Fatti deprecabili di Caterina Davinio, ARTeMuse, 2015

Fatti deprecabili di Caterina Davinio s’impone all’attenzione del lettore a cominciare dal numero inconsueto dei testi (quasi quattrocento) disposti in quattro sezioni a cui segue l’ultima (minima, di solo sette poesie): Fuori testo.
La prefazione di Dante Maffia, la post-fazione di Ivano Mugnaini e la nota dell’autrice dicono di questa silloge praticamente tutto: la narratività dei testi, l’autobiografismo che, per la sua particolare qualità, si fa testimonianza di una temperie sociale, spirituale e culturale di una generazione la cui giovinezza ha attraversato gli anni della rivolta e delle sperimentazione, dal ’77 al Novanta e oltre. E, ancora, la struttura diaristica, la sincerità e, specie nelle prime poesie, la semplicità essenziale (ma quanto spesso tagliente) del versificare di Caterina, che fa della sua scrittura uno strumento insieme di documento storico, di archivio memoriale, di ricerca esistenziale e metafisica.
Dette queste cose, che sarebbe inutile ripetere magari con parole diverse, vorrei appuntare la mia attenzione su alcuni aspetti che mi hanno, fra l’altro, incuriosita molto di più (anche perché di quegli anni ci sono rimaste altre importanti e forti testimonianze letterarie): tra questi, il modo con cui l’autrice si pone di fronte a quella se stessa del passato – sregolata, disperata, affamata di scoperte e devianze – senza alcuna ipocrita autocondanna, riconoscendo da una parte il male e dall’altra non negando mai la sua angelicità non soltanto fisica, che, poi, si estende anche ad altri protagonisti di quelle notti dissipate, i quali non mancano di tenerezza, bontà, fragilità commoventi.

L’impressione è che, pur vivendo una vita irregolare, l’autrice abbia sempre conservato dei valori profondi. Tra questi (ed è un altro degli aspetti che mi ha colpito) è senz’altro da enumerare la bellezza, specie per quella degli elementi naturali. Alcune poesie sono semplicemente e liricamente descrittive; si soffermano su dettagli bellissimi, su luci e forme di assoluta castità, come quella dedicata alla Luna, nella quale l’autrice identifica la parte virginea, pura di se stessa. Né manca lo slancio metafisico, l’ardore e la fame di Dio, ora percepito come un piccolo oggetto afferrabile, vicinissimo; ora come la più remota lontananza, soprattutto dalla verità di se stessi; ora offeso, ora amato, ora negato, ora disperatamente voluto.
Ma, soprattutto, una costante del libro è l’interrogarsi sulla funzione della poesia e sullo status del poeta, al di fuori, prima, di ogni consapevole poetica; dopo, al di fuori dell’acquisizione di teorie e strumenti, che, una volta acquisiti, si rivelano incapaci – né potrebbe essere altrimenti – di definire. A me sembra che la Davinio applichi alla poesia lo stesso metro valutativo seguito per la narrazione di sé e degli altri: quello, in altre parole, della duttilità. Ogni schema, infatti, finisce con l’essere una gabbia raffrenante l’insita dinamicità della vita. Caterina aborrisce la staticità, la noia, la ripetizione, grida il diritto di ogni uomo di farsi insieme alla vita ed ai fatti di cui si rende attore, fra i quali è da porre la poesia stessa, se poesia vuol dire ‘fare’; poiché essa, nel partire da un ricordo, un’impressione, un labile dettaglio e trasformarli in versi, in qualcosa, cioè, che si volge verso un destino altro, li rende partecipi dell’inarrestabile flusso dell’accadere attraverso gli stessi segni fissati sulla carta, sì, ma non una volta per tutte, perché poi su quelle stesse cose si può ritornare (molte sono le varianti di un  testo presenti nel libro); così come la scrittura deve tenersi aperta alla lettura e all’interpretazione degli altri, quasi prostituirsi.
A me sembra, insomma, che il vero filo conduttore di questo libro sia  la volontà dell’autrice di conoscere e mettere a frutto se stessa attraverso la relazione con gli altri e gli accadimenti, ma soprattutto attraverso lo specchio della poesia. Quanto a me, ho imparato a conoscere una persona viva nei suoi errori come nei suoi dolori, intensa, sempre aperta all’imprevedibilità se non al dispendio di ciascun rapporto amoroso, lontana da ogni retorica e finzione; e una poeta libera, assolutamente non “definibile” secondo precostituite categorie. Romantica, maledetta, classica, sperimentalista, semplice, incoerente, coesa, frammentaria: tutto questo può dirsi della poesia della Davinio e molto di più. Dunque, è una poesia che va affrontata con la mente ed il cuore aperti in modo totale, dimenticando, quasi, di esercitare il mestiere di  critico.

© Franca Alaimo

 

Poesie tratte da: Fatti deprecabili. Poesie e performance dal 1971 al 1996 (ArteMuse Ed.):

 

Il baretto

 

Almeno in trenta aspettavamo sul prato
la dose, avariati in quel luogo d’avaria,
e quel luogo era amichevole
e giocoso
come mai vidi nel mondo dei drogati,
lì si giocava ad aspettare il pusher
come bambini colonizzati dai fiori,
da speranze non ancora morte,
di figli dei fiori e figli
della buona borghesia ferita nel futuro,
nella figliolanza,
non crudele come di solito
vado nei bassifondi
a cercare, a prendere colpi in faccia
e travi di cemento in pieno volto,
alla periferia di città brutali;
sul prato davanti casa tua c’era un gioco, la droga era pura,
non intrisa di ferocia,
ed eravate maldestri, sentimentali,
era un gioco per marmocchi dispettosi e ribelli,
era lì che aspettavo anche amori, seduzione,
però la polvere dovevo pagarla
in denaro sonante,
vedi, quei pomeriggi
mi rimangono in cuore come macigni.
Sono il segno di mille riscosse, passioni
rimandate, posposte,
non solo di iniezioni nel cuore;
certo l’eroina recitava la sua parte
e c’era un baretto dove passare la giornata
a birre, vino, e dimenticanze,
però tutto era umano, e a misura d’uomo anche la morte,
la nostra piccola morte
che aveva il sorriso di un vecchio amico,
una mano calda sul cuore.

1985

 

*

Punk

 

Salii le scale del metrò
stretta nei pantaloni viola
e nella giubba nera di pelle
con i capelli rossi
arrotolati sulla fronte
come una cicatrice
sul mio teschio
e un albore marcio in petto
sequela di tutti gli orrori
attraversavo come una meteora
la città spaurita
piena di disprezzo
correndo incontro a braccia aperte
alla distruzione.

1982

*

 

Chiara

 

Chiara merita una poesia
perché la sua casa era ospitale
territorio,
zona di tossici e ubriachi
tutti padroni della sua moquette
sotto la TV appesa in alto
tutti eravamo figli, esuli, amici
mai nessuno fu scacciato, mai nessuno nemico,
anche i nemici trovarono cittadinanza
in quel porto
di navigatori ultimi,
di naufraghi,
di gente senza nessuno,
Roma straripa di gente
senza niente,
di poveri in ispirito
che la droga riabilita
dando un calcio al cielo.
Chiara tu eri coraggiosa e nobile
io che ti volli bene
seppi la tua accoglienza,
seppi la tua eroica
apertura al mondo,
all’universo.
Seppi di te,
sorella.
Tu fosti piccola protagonista
di un dramma senza vincitori
né vinti,
di te si poteva dire:
visse pericolosamente nell’amore
non amata da nessuno veramente,
se non dai pochi che l’amarono,
da cui ella fuggì schiva
e libera come i suicidi.

 

*

Follia d’autunno nel parco

 

La mattina presto
l’autunno
spezzava i suoi incantesimi
tra le pozzanghere e le foglie
i loro colori abbaglianti
come pezzi di cristallo emersi
dalla psichedelìa d’un sogno
e gli alberi cupi in circolo
promisero patti stregati
segreti di folletti cattivi
brividi e timori che ci assalgono
nella bruma nemica della ragione.
Correvo ogni mattina alla mia meta
infreddolita trascinando la mente
ebbra di una bolla di sogni
come una sfera di cristallo in cui il mondo conflagrava
preda di allucinogeni sposalizi oltre il quotidiano,
in fuga dal mio timone terrestre
e spaventata dai mari onnipotenti delle visioni.
E oltre la ragione mi vennero incontro
le pozzanghere e i colori sgargianti del prato
come un principio di lacrime
lasciandomi negli occhi il delirio di un pittore.

 

*

Meditare la luna

 

Ha ore come ombre
la luna come ombre
canto d’ombre
sole isole
antichi specchi obliqui oltraggi
ombre sospese,
ricamati fiori
rossi fiori tessuti di sangue
e sussurrare piano la parola cruenta

ombre come le ore
ore come le ombre
nasconde la veste ramata
piccoli seni
e un grazioso ombelico
se non fosse la luna sarebbe una dama

Passo di ora in ora
Passaggio di ore e di ombre
di ombre e di ore
e nubi sulle ombre
e ombre sulle nubi
e ore sulle ombre
e ore e ore

e tempo e tempo
e lupi innamorati delle lune

il contorno
e le forme
le partenze
e il ritorno
l’abbandono
e la notte
sotto un manto d’erba
E la notte e la notte
e trascorro e trascorre
colorata la morte
vestita d’alloro

e complice peregrinare
dell’inesausto occhio
alla bianca luna dei desideri
alla luna del piccolo giullare,
del piccolo dio inerme
un piccolo ardore bianco
con bianche nubi
sola corte di astri

io
ultima nata
ultima luna
luna nuova
grande luna muta
per rocce e dune terribili e innamorate
per le mie lune di lupa.

Io sola sotto il bianco incantesimo sola

Io sola sotto l’incantesimo del bianco.

 

1993

 

*

 

 

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