Altri dischi #8: Tool, Ænima

tool_aenima

Tool
Ænima
Zoo Entertainment, 1996

di Ciro Bertini

*

C’è un misterioso piacere che si prova quando si ascolta un disco dei Tool, un piacere sornione che ci invade a poco a poco, come un oggetto del desiderio che non ama concedersi subito ma vuole farsi scoprire lentamente. È un piacere che nasce dal contrasto fra repulsione e attrazione, fascino e disgusto, aspirazione al sublime e irresistibile richiamo della materia, pulsione verso l’alto e inevitabile caduta. Il tutto avvolto in una coltre spessa e nera come la pece, dove improvvisi lampi di luce ci permettono appena di distinguere i contorni delle cose, quel tanto che basta per non soccombere alla follia. In un certo senso, il piccolo componimento Message to Harry Manback, pur nell’autoconsapevolezza di essere un semplice divertissement, esemplifica alla perfezione l’arte dei Tool. Su una romantica e struggente elegia pianistica tutto ci si potrebbe aspettare fuorché la voce di un individuo non identificato (ma innegabilmente italiano) che scarica sulla segreteria telefonica la propria rabbia nei confronti del destinatario del titolo, ricoprendolo con una sequenza impressionante di insulti e auspici di morte.
Uscito a tre anni di distanza dall’inquietante, claustrofobico Undertow, Ænima è il disco con cui il quartetto di Los Angeles raggiunge la piena maturità artistica, superando il post-grunge dell’album d’esordio e approdando ad uno stile personale, che non perde un grammo dell’ossessività e della rabbia iniziale ma le impreziosisce con audaci esperimenti sonori e complicate strutture melodiche e ritmiche. Se è la chitarra di Adam Jones a colpire per prima, tagliando e squarciando tutto ciò che incontra, può però sempre contare sul magistrale supporto fornito dal basso di Justin Chancellor, ora ostinato muggito di sottofondo, ora vulcanico generatore di melodie ipnotiche e luciferine. A sorreggere, o più precisamente, avvolgere il tutto, la monumentale batteria di Danny Carey, autentico virtuoso le cui infinite, imprevedibili e geometriche invenzioni si incastrano perfettamente con le sonorità sprigionate dai due compagni, creando un magma sonoro inesauribile e inarrestabile. Un trio di musicisti di eccezionale livello, il terreno fertile di cui Maynard James Keenan ha bisogno per intonare le sue liriche blasfeme e furenti, traboccanti amori malati e pervase da un’ineluttabile, insopprimibile atmosfera di morte e decadenza. Autentico sbarazzino del microfono, Keenan auspica un nuovo diluvio universale che cancelli per sempre la città di Los Angeles, racconta senza pudore di pratiche sessuali estreme fra due amanti e arriva perfino a scagliarsi contro Gesù di Nazareth, deridendo con disinvoltura il suo messaggio e chiedendogli gentilmente di scendere da quella “fucking cross” per far posto ad un altro stupido martire.


Generalmente definita “prog metal”, la musica dei Tool non può essere ridotta entro confini così stretti e generici. I brani più lunghi sono certamente avvicinabili alle tipiche suite di gruppi come Yes o King Crimson, e nella tetra atmosfera che li avvolge si possono nettamente distinguere i Van der Graaf Generator di Peter Hammill. Queste composizioni però, oltre ad inglobare elementi mistici, grunge e industrial, sono prima di tutto degli affascinanti e complessi giochi di incastri, tessere di un puzzle che svelano a poco a poco il disegno finale, un disegno perverso ma squisitamente umano, trascendente eppure schifosamente reale. Brani come Forty-Six & Two, Eulogy e Ænema, giusto per citare tre fra i capolavori dell’album, evolvono nel loro ciclo di vita verso forme sempre diverse, sono masse fluide più che canzoni, blocchi sonori che si giustappongono gli uni agli altri creando panorami emozionanti e apocalittici. Se una certezza esiste, è che non sentiremo di nuovo il ritornello dopo la sua seconda ripetizione.
Non tutto è perfetto, in realtà. I nove minuti di Pushit suonano un po’ esagerati, e gli addirittura tredici della conclusiva Third Eye sono decisamente troppi rispetto a quanto la canzone abbia da dire. La trovata di far precedere quasi ogni brano da un breve pezzo sperimentale, inoltre, alla lunga annoia peccando di prevedibilità, quanto di più lontano esista, dispiace dirlo, dalla sublime arte dei Tool.
Pur con i suoi piccoli difetti, Ænima è comunque il disco che istituisce il suono della band, coronandola realtà fra le più originali nel panorama rock degli anni Novanta. Nel 2001 uscirà Lateralus, il capolavoro insuperato e insuperabile, seguito cinque anni dopo dal deludente 10,000 Days. Siamo in molti a chiederci se e quando la band interromperà il silenzio che dura ormai da dieci anni, ma sia chiaro che due opere come Ænima e Lateralus valgono da sole un’intera carriera.

*

© Ciro Bertini

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