Raffaele Calvanese, Foto di classe

blindur 2

Raffaele Calvanese, Foto di classe

*

Molti non ci credono, ma l’estate può mettere una infinita tristezza. Forse, se dovessi descriverla con uno stato d’animo, io la ritroverei nella malinconia. Le giornate si allungano e c’è più tempo per andare in giro, a fare cosa poi io non l’ho mai capito. L’estate significa la fine della scuola, la fine della routine, la fine dei pomeriggi a studiare con gli amici, e se oltre la scuola hai poco altro si capisce benissimo perché gli ultimi giorni di maggio possano rappresentare un conto alla rovescia durissimo.
La foto di classe che abbiamo scattato quest’anno mi piace, siamo nel cortile dell’istituto e ci sono tutti, non siamo così belli da vedere ma a me fa molto ridere lo stesso. Vicino a me c’è Antonella, io mi ci sono affezionato davvero, lei è bravissima in latino, e riesce sempre a passarmi le versioni. Nonostante ciò non capisco perché io prenda sempre almeno due voti in meno di lei. Anche Antonella sta sentendo parecchio la fine della scuola, certi rapporti che vengono meno, alcuni anche con una certa violenza. Forse anche io se fossi in lei ci starei male per come sono andati a finire gli esami. Per cinque anni ha spartito sonno,  pensieri e desideri con Lucia, le versioni poi passavano sempre prima da lei, eppure alla fine Lucia, per intercessione dello Spirito Santo esce da questa scuola con un voto miracoloso. Penso che anche io, se fossi stata in lei, avrei dato di matto. Io ed altri abbiamo scoperto di avere dei geni incompresi tra i nostri amici che non pensavamo di avere, come minimo mi aspetto qualche premio Nobel per la fisica a giudicare da come a fine anno siano volate valutazioni incredibili.
Una cosa però mi è rimasta, Antonella. Cioè non solo lei, c’è anche la musica. Ma Antonella è speciale, c’è intesa, c’è sintonia, riesco a parlarle di cose difficili da dire ai miei migliori amici.
Si fa presto poi a dire “la musica”. Ne son piene le pagine di “Cioè” di persone che parlano della musica come la vera e unica ancora di salvezza. No, per me è qualcosa di più. Per me è una questione di identità, di ossigeno, di simbiosi con la mia chitarra, anzi non solo per lei, perché per la maturità mi hanno regalato un banjo. Lo so che è una cosa strana da farsi regalare, quantomeno è strano se non abiti in qualche fattoria del Midwest degli Stati Uniti. Solitamente ci si fa regalare un viaggio, una playstation o che so io dei soldi, io invece mi sono fatto comprare un banjo. Uno degli strumenti fondativi del bluegrass, nato dai primi coloni americani con soli strumenti acustici, tipo la chitarra e il violino. Non è certo uno strumento di grande utilizzo qui da noi eppure io non so perché ma era come un magnete che mi attraeva, e quindi eccomi qui  a passare i pomeriggi tra il Giro D’Italia tra un banjo e una chitarra. Ogni tanto me la guardo quella foto, chi sa che fine faremo io e i miei compagni, chi lo sa dove e quando ci rivedremo, come cambieremo. Pare tremarmi la terra sotto i piedi. Il futuro è uno di quei posti dove ho sempre paura di andare. Anche perché a conti fatti di studiare non so se ho più voglia, passo intere giornate tra la chitarra e il banjo, qualcosa vorrà pur dire.
Io questo non ben definito qualcosa l’ho capito bene, e forse lo hanno capito anche i miei genitori ma sia io che loro facciamo finta di non vedere quello che ci è già chiaro, giriamo lo sguardo, lo abbassiamo, ignoriamo i segnali. Quello del musicista da queste parti se va bene è considerato un buon “secondo lavoro”, devi sempre prima cercarti un lavoro vero. Mah, non so nemmeno io come affrontarla questa cosa, forse dovrei fare come tutti gli altri. Mi iscrivo a Scienze della Comunicazione e guadagno un po’ di tempo, evito i litigi e pace. A volte mi sento come nel libro di Conrad – La linea d’ombra – chiamato a partire, ad uscire dalla famosa linea d’ombra. Sentirsi persi tra un sogno ed una paura. Io non lo so davvero se è meglio non avere sogni o averne di troppo grandi.

Questo è proprio il genere di dubbio in cui senza Antonella non saprei dove andare a parare. Mi ha invitato da lei questa sera per cena. Non ti rendi conto di quanto ti possa mancare la routine quotidiana fino a che te ne privi da un giorno all’altro. Vedere una persona per anni e poi di colpo doverne fare a meno, non solo di un’amica, ma di un gruppo, di un luogo, di alcuni rituali che erano diventati tuoi e dei tuoi compagni e che poi scompaiono, crollano nell’anarchia di un futuro tutto da inventarsi. Pare strano ma a volte il futuro fa paura, è come avere il buio davanti, magari all’improvviso si accende una luce e vedi tutto più chiaro o magari questo luce resta spenta e devi camminare a tentoni, senza sapere dove stai mettendo i piedi, senza sapere dove stai andando davvero. Avere gli occhi bene aperti sulla strada che abbiamo davanti dà sicurezza, avvolge e spinge ad andare avanti, ma quando c’è foschia nella strada e nei pensieri sembra calare la vista, sembrano venire meno i punti cardinali, tutto diventa relativo e anche un solo passo è una prova di coraggio e fiducia in se stessi. Questo è il futuro per me al momento, anche se è estate, anche se sono giovane, anche se il futuro ora dovrebbe essere l’ultimo dei miei problemi e nonostante ciò ho paura di quello che sento.
La musica in questo tormento mi sembra una piccola luce in quel buio davanti a me, anche se ogni volta che prendo la chitarra quella fiammella divampa e tutto diventa chiaro, tutti questi pensieri si annodano tra di loro e la testa gira forte, come gira anche il resto della stanza, in questo frullatore le idee si confondono con le speranze e con le paure. Il risultato è che ho voglia soltanto di andare a bere qualcosa da Antonella. Tra l’altro mi ha anche detto che mi avrebbe presentato il suo ragazzo, che non ho ancora mai conosciuto. Non so quasi nulla di lui, tranne il nome, Massimo.
Con Antonella parlo di tutto, mentre parliamo mi piace fissarle i capelli, ricci. Se li tocca in continuazione, ci gioca, è ipnotica, non riesce a smettere al punto che il suo taglio è sempre asimmetrico. A sinistra i capelli sono meno ricci, più stirati, colpa della sua mania di tenerseli sempre tra le dita, sembrano più lunghi che dall’altro lato. Prendo un paio di bottiglie di vino, bianco, freddo, scende più facilmente e si può cominciare a berlo subito, anche prima di cominciare a mangiare.

La casa di Antonella è vicino casa mia, i genitori sono fuori perché stanno rimettendo in funzione la casa al mare in modo da poter fuggire lì al primo weekend utile. Anto ha approfittato per organizzare questa cena e fare due chiacchiere. Appena arrivo mi apre la porta e sento degli strani rumori. Saluto Antonella ma sono con la mente altrove, il mio sguardo è fisso nel vuoto, punta la mia destra, come se occhio ed orecchio fissassero lo stesso punto. Sento questi strani rumori, all’apparenza casuali. Capisco che non sono rumori dopo qualche secondo, è un ritmo, come se un batterista stesse facendo suonare le sue bacchette senza il tamburo, ma non sono bacchette, il rumore è metallico. Mentre penso tutto questo Antonella sta dicendo delle cose che io non ho minimamente compreso, ero altrove, nel cercare di capire cosa fosse quel ticchettio metallico. Faccio giusto in tempo a capire che mi avrebbe subito presentato Massimo, che ci aspettava in cucina. Entriamo ed è lì, vicino alla tavola, noto subito la maglietta dei Ramones sotto la camicia a quadri, e finalmente capisco da dove vengono quei rumori, è Massimo che tambureggiava con due cucchiai. Li teneva entrambi stretti in un pugno, tra le dita, batteva il piede a terra e i cucchiai con una mano sull’altra facendo venire fuori un ritmo in controtempo intervallato da battiti di mano sulla gamba. Sembrava uno di quegli artisti di strada che ti lasciano con la bocca aperta. Roba da pazzi, ero così preso che non l’avevo nemmeno guardato in faccia.

– Massimo, lui è Michelangelo.
– Ciao Michelangelo, sono Massimo, il ragazzo di Antonella.
– Piacere, Antonella mi ha parlato di te.
– Anche a me ha parlato molto di te, non vedevo l’ora di conoscerti…

La voce di Massimo era calda, profonda, rassicurante. Ma non era la voce ad avermi colpito, Massimo aveva cercato la mia mano tendendo la sua nel vuoto, mi aveva disorientato. Si era girato naturalmente verso me ed Antonella e io non avevo capito un beneamato cazzo di cosa stava succedendo. Solo dopo mi sono accorto che Massimo non mi vedeva, era cieco. Antonella non me lo aveva detto. A pensarci bene Antonella non mi aveva detto quasi nulla di Massimo, e io nemmeno avevo chiesto granché. Ora però eccomi qui, a stringere la mano di Massimo. Sudatissima tra l’altro.
Capelli lunghi quasi fino alle spalle e una bella barba folta, scura. Subito mi dissociai da quella situazione partendo a farneticare dentro la mia testa.
A pensarci bene io non avevo mai conosciuto un ragazzo cieco, tutto quello che sapevo sui ciechi veniva dal sentito dire, dagli stereotipi, dalle battute. Cose di superficie, come i dubbi che mi avevano subito assalito. Tipo la barba, perché un cieco si fa crescere la barba? Per vezzo o per evitare di doversela fare tutte le mattine? Poi in televisione i ciechi hanno sempre gli occhiali da sole, In ogni film o serie tv per far capire che uno è cieco gli mettono degli occhiali da sole, nove volte su dieci questi occhiali sono dei rayban modello Blues Brothers. Invece Massimo non li aveva e questa era forse la cosa che mi aveva spiazzato di più.
Mi resi conto di aver assunto un’espressione da deficiente mentre ero perso in questi insulsi pensieri dal momento che Massimo mi invitò a sedermi e mi chiese subito che vino avessi portato, se mi andava di cominciarlo  a bere. Ripresi coscienza della situazione e chiesi ad Antonella un apri-bottiglia, stappai la prima delle due bottiglie di falanghina che avevo portato, l’altra la misi in frigorifero, versai tre bicchieri, detti il primo ad Antonella e il secondo a Massimo, brindammo e mi sedetti con lui a tavola mentre Antonella finiva di preparare in ai fornelli.
Cominciammo a bere e a parlare. Massimo aveva studiato all’istituto tecnico, era uno smanettone, sapeva farci con le mani, Infatti subito gli chiesi dei cucchiai, sapeva suonarli come fossero un vero e proprio strumento. Mi disse che aveva imparato da un amico musicista, ci era voluto del tempo ma ora era uno dei suoi trucchi preferiti per passare il tempo.
Parlando del più e del meno il mio sguardo era caduto su una chitarra appoggiata appena fuori la porta dietro di noi, chiesi ad Antonella di chi fosse, Massimo disse che era sua, l’aveva portata lui, perché Antonella gli aveva parlato della mia passione per la musica.
Non sapevo che Massimo fosse un musicista. Improvvisamente mi assalì il dubbio che Antonella mi avesse parlato molto poco di lui, o forse ero stato io a non chiederle nulla in merito. Credevo di sapere tutto di lei eppure in pochi secondi capii che non sapevo un cazzo.
Come si sta con un ragazzo che non sa che faccia hai, come si decide di passare del tempo con una persona che di te conosce solo il profumo e la voce. Non conosce i colori, le imperfezioni, non conosce il tuo sguardo. Come si fa a perdere il controllo di tutto, come soprattutto si riesce ad evitare di porsi domande così come me le sto ponendo io.
Antonella arrivò con il suo famoso rotolo di frittata. Aveva imparato guardando i tutorial su internet, lo raccontava sempre. Per ogni cosa che vuoi fare e non sai come puoi farla c’è di sicuro un tutorial su youtube che te lo spiega, diceva.
Chi sa se anche per le domande che mi giravano in testa c’era qualche tutorial, mi venne da pensare, ed immediatamente dopo pensai anche di essere un coglione.

Lo aveva fatto con il prosciutto cotto, sottiletta e rucola, era buonissimo, lo aveva tenuto in frigo dopo averlo arrotolato, intanto eravamo al secondo bicchiere. Massimo era una buona forchetta e non disdegnava nemmeno i brindisi, cominciammo a ridere e a darci di gomito. Avevamo trovato una strana intesa nel punzecchiare Antonella e le sue fissazioni, sapevamo entrambi quanto fosse meticolosa e la prendevamo in giro su questo. Ero lì da nemmeno mezz’ora, Massimo mi sembrava già di conoscerlo da una vita. C’era qualcosa nell’aria, non lo so, che mi metteva a mio agio. Mi ascoltava, ma non come pensi che ti ascoltino gli altri quanto gli parli. Solitamente se qualcuno non ti guarda mentre stai parlando hai l’idea che sia sovrappensiero, hai bisogno di sentire il suo sguardo su di te per capire che il tuo interlocutore ti stia acoltando davvero. L’ascolto con molte persone non è basato sulla fiducia ma sul controllo, sull’incrocio degli occhi dei due interlocutori, Massimo invece ti trasmetteva con forza l’idea che mentre tu parlavi lui stesse davvero ascoltando quello che dicevi, mostrava interesse stando in silenzio, rispettando quello che avevi da dire. Passammo alla pasta, era la sua famosa pasta con zucchine e gamberetti che Antonella faceva praticamente da sempre. Da quando la conoscevo me l’avrà cucinate almeno un centinaio di volte.
Le dissi che ormai quel piatto era secondo solo alle pennette alla vodka in quanto a vecchiaia. Era come un viaggio nel tempo, giù fino agli anni 90. Massimo rise, rincarò la dose dicendo che mancava solo che facesse i tortellini alla panna ed il revival sarebbe stato completo. Io cominciai a cantare subito una canzone di Toto Cutugno per ricreare quella bella atmosfera da tavola calda per camionisti, Massimo fece i cori, Antonella chiuse la discussione sfanculandoci con decisione.
Eravamo già abbastanza alticci, tirai fuori uno spinello nella pausa dalla tavola, Massimo gradì. Non mi sentivo in imbarazzo, mi sembrò naturale chiedergli se voleva fumare, come se lo avessi chiesto al mio compagno di banco. Ci sedemmo in salotto, ci passammo lo spinello con calma, bevemmo nel frattempo. Poi Massimo si fece passare la chitarra. Mentre io continuavo a bere del vino lui cominciò a suonare una canzone dei Tre Allegri ragazzi Morti, Quasi Adatti.
Fu una pugnalata, la conoscevo, conoscevo il testo e quello di cui parlava. Ogni verso mi sembrava più grande di me, delle mie paure dei miei dubbi. Tutto quello che pensavo di me e delle mie ansie mi sembrò piccolo. Mi sentii un cazzone.

 

Quasi adatti a innamorarsi di un’animale a pelo corto
Quasi adatti a raccontare agli altri i propri cazzi

Quasi adatti…

Quasi adatti…

Ero io quello della canzone, ma ora ero quasi adatto per un motivo diverso. Massimo la sapeva suonare bene quella maledetta chitarra. Naturalmente il discorso cadde sulla musica. Lui stava mettendo su una piccola sala prove, che nei suoi desideri sarebbe dovuta diventare col tempo uno studio di registrazione. Sapeva farci con la musica, suonava anche il pianoforte. La musica gli riempiva le giornate, gli riempiva la vita. Io ormai pendevo dalle sue labbra, ero completamente perso tra mille pensieri e la situazione del momento. Mi sentivo un naufrago in tempesta dentro di me anche se fuori cercavo di mantenere la calma. Cominciai a sudare, non so se per l’ansia, per il caldo o per il vino, o molto probabilmente per tutte queste cose messe insieme. So soltanto che cominciai a parlare io, dei miei dubbi della mia passione per la chitarra, per il banjo. Cominciai a parlare probabilmente è riduttivo, sembravo il Vajont che esondava, ero un fiume in piena, stavo perdendo il controllo su quello che mi succedeva dentro. Come nella musica anche nella vita se hai sempre il controllo di quello che fai suonerai soltanto canzoni prive di pathos, occorre a volte lasciarsi cadere dentro un riff, perdersi tra una strofa e un ritornello, concedersi una frase fuori metrica.
Parlammo dei Pogues, dell’Irlanda, di quella musica lì.
Mi feci passare la chitarra e attaccai Dirty old town. Massimo la sapeva a memoria, prese i cucchiai, la cantammo a squarciagola, fu divertente, fu anche molto intenso.

I Heard a siren from the docks
Saw a train set the night on fire
I Smelled the spring on the smoky wind
Dirty old town, Dirty old town

Poi ci fu anche un lungo silenzio in cui sprofondammo ognuno sulla propria poltrona a riprendere fiato.

– Io vorrei viverci con questo
– Con le canzoni?
– Si, anche se attorno c’è troppa merda, e io non so se ho la forza di affrontare tutto il resto.

Massimo sembrava vedere solo la fiamma dove io vedevo il buio. Per lui il futuro era qualcosa che ardeva, qualcosa di abbagliante. Dove io avevo paura di camminare lui correva. Mi parlò di alcune cose a cui stava lavorando, canzoni a cui mancava una seconda chitarra. Poi era curioso di sentirmi suonare il banjo, magari facendo proprio qualcosa dei Pogues insieme.
Io non avevo mai suonato con altri che me stesso. Non mi ero mai davvero aperto, non avevo nemmeno mai parlato ad Antonella di questi miei dubbi come stavo facendo ora con lui.
Pensai che forse quello che davvero non vedeva cosa gli stesse attorno non era Massimo, che i miei orizzonti erano molto più piccoli dei suoi. Pensai che anche alla paura di perdere il controllo, a perdermi, a camminare anche dove non c’era luce, senza bussola e occhio. Pensai che le indecisioni forse non mi avrebbero abbandonato mai e per quello avrei dovuto imparare a conviverci, che abbandonare la routine dei giorni della scuola, così rassicurante, non era la fine del mondo.
Chiesi a Massimo dove fosse quella sala prove, se durante l’estate avesse impegni particolari.
Lui mi disse solo che stava lavorando a delle canzoni, una parlava della fine della scuola.

 

*

© Raffaele Calvanese

2 comments

  1. Chissà cosa rende uno scritto originale tanto da indurti a leggerlo interamente, dopo le prime due righe, non saprei, ma è avvenuto con questa ‘Foto di classe’ e con lo stesso interesse, quello con cui si entra in contatto con qualcosa di nuovo, ho ascoltato il brano musicale. Complimenti agli autori.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...