Altri dischi #6: Modest Musorgskij, Pictures at an Exhibition

horowitz

Altri dischi #6: Modest Musorgskij, Pictures at an Exhibition

Interpretazioni di:
Vladimir Horowitz, 1951. Registrazione dal vivo. BMG Music, 1990
Sviatoslav Richter, 1958. Registrazione dal vivo. Philips, 2001
Vladimir Ashkenazy. Decca, 1967

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di Ciro Bertini

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Quando si parla di musica “classica”, non si possono mai separare la composizione di un’opera dalla sua esecuzione. Quest’ultima non “traduce” semplicemente in suono quanto scritto sullo spartito o sulla partitura, ma crea automaticamente un modello, sia esso vicino o distante dallo “spirito” con cui l’opera è stata composta. Ogni interprete decide il grado di sensibilità e il carattere con cui presentare le note riportate sul pentagramma, scegliendo se sublimarsi alla volontà del musicista o se travolgerlo con la propria personalità. Se accettiamo l’idea che è il compositore l’interprete più fedele della sua musica – e quanto sarebbe meraviglioso poter ascoltare Sua Maestà Johann Sebastian al clavicembalo nelle sue Variazioni Goldberg, o il funambolico Liszt che aggredisce il pianoforte negli Studi di esecuzione trascendentale, per non parlare di Brahms, Chopin o Paganini – esistono comunque artisti le cui esecuzioni hanno istituito un precedente difficilmente trascurabile per chiunque intenda cimentarsi con quell’opera, un modello che può essere seguito quasi alla lettera o rigettato completamente, ma non ignorato.
Questa premessa, lontana anni luce dall’esaustività, serve soltanto a introdurre un argomento complesso e affascinante quanto la questione omerica e a presentare i tre straordinari interpreti che ho scelto come rappresentanti di uno dei massimi capolavori della Storia della Musica: i Quadri di una esposizione di Modest Musorgskij. Manca ovviamente lo spazio per parlare della genesi dell’opera e delle sue vicissitudini, delle sue trascrizioni e rielaborazioni, come pure per accennare alla geniale arte di questo originalissimo compositore autodidatta, orgogliosamente refrattario ad ogni accademismo e fortemente attaccato al popolo e alle radici popolari della musica russa. È affascinante comunque notare come la percezione dei Quadri, da parte degli interpreti e probabilmente anche da parte del pubblico, sia cambiata nei quasi vent’anni che separano queste tre esecuzioni.

richter

Era il 1951 quando Vladimir Horowitz eseguì l’opera alla Carnegie Hall di New York, un’epoca in cui la suite non godeva ancora della fortuna e soprattutto della stima di cui gode oggi. Se la coloristica trascrizione orchestrale di Ravel del 1922 aveva suscitato da subito (e suscita tuttora) grande entusiasmo, la versione per pianoforte, coi suoi timbri scarni e le sue dinamiche ripetitive, faticava ad imporsi, destando sospetti e reticenze sia fra il pubblico che fra gli interpreti. È in questo clima che si colloca l’interpretazione di Horowitz. Virtuoso impareggiabile e istrione incontenibile, il pianista di Kiev non poteva ovviamente “limitarsi” né piegarsi alle pagine asciutte di un anti-accademico come Musorgskij. Si sentì quindi autorizzato ad apportare un’impressionante serie di modifiche (“correzioni”?) all’autografo, proponendo un’esecuzione scintillante e ricchissima di effetti sonori, rocambolesca e imprevedibile, lontana anni luce dalle intenzioni dell’autore, che aveva composto la suite per onorare la memoria del suo caro amico Viktor Hartmann. A chi va dunque il merito di aver riscoperto e riproposto lo spartito originale? Certamente l’esecuzione di Sviatoslav Richter del 1958, pur penalizzata da un’incisione non proprio ottimale, ribadisce l’unicità del pianoforte rispetto alle ridondanze timbriche dell’orchestra (modello che Horowitz pare invece aver tenuto in grande considerazione). Riconosciuta ancora oggi come una delle migliori interpretazioni della suite, se non addirittura la migliore, la versione di Richter non eccede in alcuna forma di esultanza o patetismo, né caratterizza troppo i vari personaggi e situazioni che sfilano fra le note, “tentazioni” ancora oggi irresistibili per molti interpreti, caratteristica di cui Musorgskij era ben consapevole.

ashkenazy

Furioso quando è il momento (ascoltare Baba-Yaga per credere), a tratti invece dolcissimo, Richter è senza dubbio un grande virtuoso, come non lo era l’autore, eppure mi piace pensare che il “barbaro” Musorgskij non avrebbe suonato la suite in modo molto diverso. Tutta l’esecuzione è infatti magicamente pervasa da una specie di primitivismo espressivo, come se il fantasma del compositore l’accompagnasse nota dopo nota, ribadendone l’originalità, le incredibili innovazioni (si tratta di una composizione del 1874!) e il carattere fortemente, inequivocabilmente russo. Veniamo a Vladimir Ashkenazy. Se la sua è la fedelissima riproposizione dell’autografo, condotta con un rigore quasi scientifico, la limpidezza del suono e l’attenta cura nei dettagli che la contraddistinguono sembrano allontanarsi in parte dal pianismo di Musorgskij, lo stesso principio in base a cui quest’ultimo trova maggior corrispondenza con l’interpretazione di Richter. Si tratta comunque di un altro capolavoro interpretativo, sobrio ed elegante, capace di frenare il trasporto emotivo cui inducono alcuni brani anticipandolo con la riflessione e il controllo razionale. Forse va proprio ad Ashkenazy il merito di aver finalmente riscoperto, più che lo spartito originale, lo “spirito” dell’opera, le intenzioni con cui Musorgskij compose i Quadri. Se preferiamo invece un’esecuzione sobria ma ruggente, emozionante al punto da renderci quasi partecipi della realtà dei quadri descritti, la nostra scelta non può che ricadere su Richter. E pazienza per quei colpi di tosse.

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© Ciro Bertini

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