Mese: Mag 2016

Ivano Mugnaini, L’esploratore

berlino foto gm

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L’ESPLORATORE

 

 

I due più grandi tiranni

della terra: il tempo e il caso

 J.G. Herder

 

 

 

            Passando in treno di primo mattino davanti a file di case sbarrate da inferriate, cancelli, pilastri di granito e catene, bocche serrate da segreti e paure, Gianrico Efesti fu colto dal desiderio imperioso di scoprire dove si nascondessero la bellezza e la bontà, dove diavolo fossero finite. Prese a scrutare  le forme, i colori, le file di panni stesi ad asciugare, le macchine parcheggiate e i giocattoli lasciati nei giardini, cercando di ricavare da ogni segno una chiave, una risposta. Dopo diversi minuti di corsa affannosa dei vagoni e degli occhi,  stremato, si arrese. L’impresa era irrealizzabile. Troppi dati, frammentari, contraddittori. Si lasciò sprofondare di nuovo sul sedile, vinto. Ma in quello stesso attimo un sorriso inatteso gli percorse la faccia. Si accorse che solo la prospettiva era sbagliata: il progetto, di per sé, aveva un senso.

          Era possibile trovare ciò che cercava, sì, ma all’interno, nel treno su cui  correva e di cui era parte integrante. Uscì dallo scompartimento che occupava da solo, e si avventurò nel corridoio. Per fortuna il treno era di quelli all’antica, con file di scompartimenti chiusi da tendine come tante minuscole case. Era libero in tal modo dalla schiavitù numerica delle moderne Frecce, bianche o rosse che fossero, in ogni caso carrozzoni promiscui con i posti fissi prenotati in anticipo. Su quel treno era ancora possibile muoversi a piacimento e selezionare. Sbirciando attraverso i vetri ci si poteva scegliere i compagni di viaggio, facendo finta magari di essere appena saliti o dichiarando schiettamente di essere lì per farsi quattro chiacchiere.

          Vagò un po’, incerto, non del tutto convinto. Alla fine percepì, odorò e aspirò con foga la giusta atmosfera. Aprì la porta con un gesto fluido ed entrò sorridente. Guardò le facce dei passeggeri e gli venne in mente, nitida, immediata, una frase tratta da Il mio cuore messo a nudo di Baudelaire: “Esistono solo tre esseri rispettabili: il santo, il guerriero, il poeta. Sapere, uccidere, e creare”.

          Lì dentro, nel mirabile microcosmo in cui si era introdotto, i tre esseri speciali erano presenti. Lo testimoniava l’abbigliamento, ma anche le voci e i gesti. Nascosto da buffi occhialini con una montatura di metallo, il più giovane dei tre uomini lo sbirciava di tanto in tanto con un sorriso dolce. Sembrava invitarlo a inserirsi nella conversazione, a dire la sua con serenità. Accanto a lui un tipo dal fisico colossale vestito di verde mimetico faceva a pezzi ad ogni frase l’aria e le orecchie di chi lo ascoltava. Sembrava sfidare chiunque, non escluso se stesso, a contraddirlo, proponendo un’opinione che non fosse soltanto un’eco in tono minore della sua. Il più stralunato dei tre guardava alternativamente le sue scarpe e un punto indefinito perso nelle pianure. A tratti sembrava ascoltare i discorsi degli altri, ma gli occhi, sul più bello, tradivano lampi di luce e bagliori crepuscolari, ugualmente alieni.

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Nella notte cosmica di Roberta Durante. Recensione

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Roberta Durante, Nella notte cosmica, Luca Sossella Editore, 2016, pp. 88, € 10,00

È un viaggio quello che Roberta Durante compie nella sua ultima raccolta edita da Luca Sossella, una fuga dell’io poetico, disunito e alla ricerca di omogeneità, Nella notte cosmica appunto. Ci sono un tempo e una modalità d’azione: la notte, con le sue implicazioni oniriche − che qui diventano anche un punto di vista durante la lettura; l’io sta infatti in bilico fra il sogno, la veglia e l’insonnia nel tentativo di compiere quel distacco dal corpo, di cui ha paura ma che si rende necessario per sfidare la gravità, per intraprendere una rotta inedita e impensata. Si procede a incastri, a balzi, nel movimento; le parole creano un puzzle armonico di segni, anche nuovi (e da scoprire nella lettura), o che si rinnovano con la creatività linguistica del poeta. In particolare il ritmo un po’ fiabesco (si può reiterare anche l’aggettivo onirico) si mantiene in tutta la raccolta scandendo i tempi, in quello che Durante crea: un gioco con una trama, che si compone di testo in testo. Poi ci sono le immagini, ad esempio quella in questa poesia, non la più significativa ma, posta a p. 4, di certo la prima pregnante:

era la prima volta
che mi sentivo proprio nello spazio
aprivo e richiudevo le mie braccia
le gambe lisce come tazze
si aprivano nell’aria senza traccia di cammino:
facevo la Vitruvio distante anni luce
dalla mia gravità

Essere “vitruviani” è sì un’evidente metafora del tempo passato ma anche l’ammissione di una responsabilità, di uno “stare”, forse un’estensione della capacità del linguaggio di danzare in quell'(in)certa sospensione tra l’io e il mondo, tra l’io e l’universo. Tutte le costruzioni più belle, quelle che spostano il verso − inteso come “direzione del senso” − procedono secondo la longitudine, una dopo l’altra; eppure, nel significato, la poesia mantiene i propri slanci verso metafore più larghe, con mancanza di direzioni chiare, procedendo soltanto nell’andare altrove, nello spazio cosmico. E cosa sia, cosa rappresenti lo comprendiamo in itinere.
Non sarà troppo azzardato, dati i temi, citare il richiamo a Jules Verne; ma non c’è traccia di “fantascienza” in questa poesia: c’è una realtà che si costruisce nel farsi; c’è una realtà poetica che si fa nel viaggio, nel passaggio tra sogno e divisione dell’io durante l’avventura della fuga. L’autrice cerca di riportare tutto all’interno di una stessa ‘visione’, alla ricerca di un ordine; il viaggio non avviene solo nel linguaggio ma si ha l’impressione che l’universo contenuto nell’etimologia di “cosmo” sia il pretesto per mettere “ordine” (“kósmos”) nella parole, riordinare gli eventi del sogno, i pezzi del corpo sparsi − forse sì qui decostruiti − nel movimento, i motivi, tutti gli ordini di cui un testo si compone. E quindi possiamo forse intuire che, quello di Durante qui, è anche un percorso o, per meglio dire, un “nostos” poetico.

© Alessandra Trevisan

Teatro Aleph, Young Poets

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Teatro Aleph.  8 giugno 2016,  ore 17.30:

Y O U N G P O E T S

Antologia vivente di giovani poeti

Saranno presenti:
Alejandra ALFARO ALFIERI
Matteo CASTORINO
Emanuela CELI
Davide CORTESE
Francesco COSTANTINI
Federico D’ANGELO DI PAOLA
Angelo DEL VECCHIO
Alessia FAVA
Luca FRUDA
Ignazio GORI
Iolanda LA CARRUBBA
Anna Laura LONGO
Serena MAFFIA
Désirée MASSARONI
Alvise MASTO
Claudio MELI
Sarah PANATTA
Pietro PISANO
Tommaso PUTIGNANO
Lidia RIVIELLO
Mara SABIA
Michela ZANARELLA

Coordineranno l’evento i poeti Emanuela Celi e Davide Cortese.
Interventi musicali di Emanuela Celi.
Performance teatrale di Nicola Macchiarlo.

Ingresso gratuito

Né in cielo né in terra di Paolo Morelli. Recensione di Guido Conterio

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Paolo Morelli, Né in cielo né in terra, Exòrma edizioni, 2016, pp. 240, € 14,50

Ci sono romanzi che, in virtù di un alto grado di eufonia, interpellano direttamente l’orecchio del lettore, senza concedergli tempo e, talora, nemmeno possibilità di soffermarsi a individuare, delucidare ed eventualmente giudicare la grana strettamente narrativa delle righe che gli scorrono sotto gli occhi. Si tratta di un pregio così poco diffuso che da qualcuno, specie se ingordo di spunti ortodossi e sviluppi coesi, di cornici prefabbricate e colpi di scena telecomandati, quali generosamente fornisce la letteratura di genere sul mercato, può essere scambiato per difetto. Tanto peggio per coloro che incappano nell’abbaglio, verrebbe da dire, non fossero pure essi in un certo senso incolpevoli, se è vero come è vero che, come il coraggio, anche l’orecchio o uno ce l’ha o non se lo può dare.
L’ultimo lavoro di Paolo Morelli (Né in cielo né in terra, Exòrma 2016) si iscrive precisamente in questa minoritaria (ma preziosa per la sopravvivenza stessa della buona letteratura) categoria di proposte narrative: volte a restituire in prosa quei valori metrici e agogici che la poesia dei poeti, nel frattempo, va perdendo di suo, magari non senza legittime ragioni.
La prima assonanza che balza alla mente, anzi al timpano per l’appunto, nel percorrere pagine sempre così musicate e scoppiettanti è infatti quella con la scrittura, contagiante quant’altre mai, di Paolo Nori: un’affinità di toni e artifici certo non pedissequa, comunque abbastanza marcata da invogliare chi legge ad ergersi oziosamente ad arbitro di un’immaginaria sfida fra i due autori. L’esito della quale sembra essere che Paolo Morelli, se – inevitabilmente – cede qualcosa al carismatico collega dal punto di vista delle limature particolari e del risultante potere di soggiogazione, lo riguadagni in compenso là dove sia questione di evocare incisivamente attraverso i filtri del grottesco e dell’allegoria un preciso scenario geografico e umano: con tutte le professionali premure di una guida per turisti non smaliziati.
E lo scenario in parola non è qui niente di meno che l’Urbe: citata stravolta irrisa, difesa parodiata compianta con levità e fervore ideativo felliniani, ma rinunciando espressamente ai fasti, e prestidigitazioni, e magniloquenze pittoriche di cui un autentico tributo felliniano si sarebbe attrezzato; accantonando cioè in partenza l’indimenticabile cifra filmica di “Roma”, per imprigionare invece il sognaccio autoriale entro i confini altamente emblematici di un diroccato palazzo di rione, minacciato dagli “ultracorpi” di un’oltraggiosa, e falsa, riqualificazione abitativa, ma tuttora impregnato dei più nobili umori popolani. Dove un’eroica umanità residuale, anzi in più di un senso già morta, oppone, lungo uno spettro di registri esteso dal patetico al demenziale, la dignità di un arrangiarsi millenario al sinistro raziocinio del nuovo che avanza.
Una resistenza che certo intenerisce, ma forse non del tutto fuori tempo massimo: almeno a dar credito alla voce, ben udibile e rassicurante in epigrafe, di Eduardo: “Quando io morirò, tu portami il caffè, e vedrai che io resuscito come Lazzaro”.

© Guido Conterio

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

Parigi, foto di gianni montieri

Parigi, foto di gianni montieri

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

 

I.

L’uomo ha accompagnato il vetro
lungo una linea gonfia e verticale
il sangue si è rappreso in fretta
sul braccio lasciato staccato
dall’asfalto incerto delle luci
le voci sul fondo della piazza
fatta più alta dagli alberi tagliati
la testa reclinata sotto il peso
degli occhi aperti, abbassati
a cercare il bicchiere più vicino.
L’uomo urla e piange sotto di noi
da quel fondo che abbatte coi denti
ha voglia di vedere subito il conto
della città che crepa intorno
e noi seduti a misurare i pozzi
e l’ambulanza troppo vicina ai tavoli
lui ci guarda e ci chiama
mostra lenta la recisione
quelli lo prendono e lo legano
tra fili nudi e trasparenti.

 

II.

Le persone intorno ai tavoli
sono andate ad abitare
uno spazio chiuso, laterale.
Parlano, si separano
occupano gli spazi tra i libri
e le sedie. Sono nel tempo
dove lui non è più. C’è una donna
con i capelli lunghi e neri. Dice
ai tavoli di spostarsi, di lasciare
libero lo spazio per chi vuole ballare.

 

III.

C’è una donna bianca che siede lì da dieci anni.
L’uomo con il vetro non l’ha mai visto.
Ha sentito la sua voce, ma la donna
non riconosce le lingue e i giorni.
Non chiedetele perché sia lì.
La donna ha un ricordo preciso, e uno solo.
Questo le basta perché ha molti fili
e non vuole essere legata altrove.
La donna non vuole nemmeno parlare con noi.

 

IV.

L’uomo ha ballato e sudato
per tutto il tempo della festa
ha squarciato l’aria densa
di una stanza affollata
ha mostrato i denti e i passi
ha risposto agli impulsi
cadendo piano all’indietro.
La musica è alta, e la voce non arriva
a spalancare la finestra. Tutti sentono
la mancanza dell’aria. Noi siamo in piedi
a sostenere il soffitto che è diventato
sempre più curvo e poi è caduto e ci ha raccolti
e siamo diventati pareti bianche
conchiglie con le bocche chiuse.

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I poeti della domenica #76: Gabriele D’Annunzio, Qui giacciono i miei cani

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Foto di Andrea Accardi

QUI GIACCIONO I MIEI CANI

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito,
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.

31 ottobre 1935

© Gabriele D’Annunzio, Qui giacciono i miei cani

I poeti della domenica #75: Emanuel Carnevali, Visiting winds

Carnevali2

dal sito di «La Repubblica»

VENTI IN VISITA

Dalla finestra aperta,
una volta sola e non più,
entrano i venti in visita
dall’infinito.

Tutte queste parole
le ho lette un milione di volte −
sempre le stesse parole,
sempre le stesse…

Venti in visita…

*

VISITING WINDS

Through the open window come,
just once and no more,
the visiting winds from
the infinite.

All these words
I have read a million times −
always the same words,
always the same…

Visiting winds…

© Emanuel Carnevali, Visiting winds in Il primo Dio, a c. di Maria Pia Carnevali, Milano, Adelphi, 1978. La foto compare anche nel volume, dedicata all’amico Mitchell Dawson.

proSabato: Achille Campanile, Premio letterario e altre tragedie

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PREMIO LETTERARIO
Personaggi:
IL POETA
L’AMICO

La scena si svolge dove vi pare. All’alzarsi del sipario tutti i personaggi sono in scena.
IL POETA
Ho scritto nove sonetti e un’ode saffica.
L’AMICO
Cosicché, in totale, quanti componimenti poetici ci saranno nel tuo nuovo – e speriamo ultimo – volume?
IL POETA
Dieci con l’ode.
(Galoppo di cavalli in lontananza. Sipario)

                        ***

LA FIDANZATA DEL CARABINIERE
Personaggi:
LA RAGAZZA IL CARABINIERE IL PASSANTE

All’alzarsi del sipario, LA RAGAZZA e IL CARABINIERE suo fidanzato passano in fretta.
IL PASSANTE
al CARABINIERE: Arrestata?
IL CARABINIERE
Che arrestata? È la mia fidanzata.
LA RAGAZZA (piangendo) Sarà sempre così, per tutta la vita!
(Sipario)

***

DUBBI
Personaggi:
IL CREDENTE
L’ATEO

IL CREDENTE
Io sono un credente, signore, afflitto dal dubbio che Dio non esista.
L’ATEO
Io, peggio. Sono un ateo, signore, afflitto dal dubbio che Dio, invece, esista realmente. È terribile.
(Sipario)

© Achille Campanile, in Tragedie in due battute. Le tragedie iniziarono a circolare dagli anni Venti e, nel 1931, Treves ne raccolse 38 in un unico volume: Teatro. La prima edizione integrale e completa è del 1978 per Rizzoli.

proSabato: Elio Vittorini, Nome e lagrime. Racconto

Elio-Vittorini

Nome e lagrime

Io scrivevo sulla ghiaia del giardino e già era buio da un pezzo con le luci accese a tutte le finestre.
Passò il guardiano.
≪Che scrivete?≫ mi chiese.
≪Una parola≫ risposi.
Egli si chinò a guardare, ma non vide.
≪Che parola è?≫ chiese di nuovo.
≪Bene≫ dissi io.
≪È un nome.≫
Egli agitò le sue chiavi.
≪Niente viva? Niente abbasso?≫
≪Oh no!≫ io esclamai.
E risi anche.
≪È un nome di persona≫ dissi.
≪Di una persona che aspettate?≫ egli chiese.
≪Sì≫ io risposi.
≪L’aspetto.≫
Il guardiano allora si allontanò, e io ripresi a scrivere. Scrissi e incontrai la terra sotto la ghiaia, e scavai, e scrissi, e la notte fu più nera.

Ritornò il guardiano.
≪Ancora scrivete?≫ disse.
≪Sì≫ dissi io. ≪Ho scritto un altro poco.≫
≪Che altro avete scritto?≫ egli chiese.
≪Niente d’altro≫ io risposi. ≪Nient’altro che quella parola.≫
≪Come?≫ il guardiano gridò. ≪Nient’altro che quel nome?≫
E di nuovo agitò le sue chiavi, accese la sua lanterna per guardare. ≪Vedo≫ disse. ≪Non è altro che quel nome.≫
Alzò la lanterna e mi guardò in faccia.
≪L’ho scritto più profondo≫ spiegai io.
≪Ah così?≫ egli disse a questo. ≪Se volete continuare vi do una zappa.≫ ≪Datemela≫ risposi io.
II guardiano mi diede la zappa, poi di nuovo si allontanò, e con la zappaio scavai e scrissi il nome sino a molto profondo nella terra. L’avrei scritto, invero, sino al carbone e al ferro, sino ai più segreti metalli che sono nomi antichi. Ma il guardiano tornò ancora una volta e disse: ≪Ora dovete andarvene. Qui si chiude≫.

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Francesca Matteoni, Acquabuia (poesie e una nota di lettura)

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Francesca Matteoni, Acquabuia, Nino Aragno, 2014, € 8,00

di Pier Francesco De Iulio

*

La prima sensazione che si ha leggendo la raccolta di poesie di Francesca Matteoni, Acquabuia (Aragno, 2014), è di assistere a un susseguirsi di quadri della tradizione fiamminga, dove insieme a nature morte e scene animaliste trovano posto le panoramiche paesaggistiche di Joachim Patinir o la singolare visionarietà di Hieronymus Bosch. La rappresentazione del reale è dunque motivo per il suo superamento — la costruzione di uno spazio d’indagine ulteriore mediato da prospettive imperfette — permettendo in tal modo alla poesia di sondare il “mistero” della realtà — o la sua “illusione” — e assumere in filigrana i connotati caratteristici del fiabesco e del fantastico.
Natura incombente e matrigna che informa tutto il libro, sin dall’esergo leopardiano: «Questo è quel mondo?», ripreso dal celebre idillio A Silvia. Natura che, in riferimento alla poesia di Leopardi, si associa all’altro tema portante della poesia di Francesca Matteoni: l’infanzia. Proprio la dualità Natura/Infanzia consente infatti all’autrice di “andare oltre” la realtà — alzando il velo sulle connessioni intime che legano storia ed esperienza personale — così da poter dare finalmente un nome alle “cose nel mondo”, facendo uso di un linguaggio scarnificato, fin dove «i verbi tremano».
Infanzia, quella evocata da Matteoni, che non concede nulla alla commozione — neanche quando si “personifica” nei versi che ricordano la vicenda tragica di Alfredino Rampi —, simbolo ineludibile di una predestinazione — la natura infatti “uccide” l’infanzia — e che, proprio in questo suo soccombere alla ineluttabilità degli eventi, nel ribaltamento del  senso comune si fa testimone “salvifica” del mondo.
Contraltare a questa Natura impenetrabile e “fuori dal tempo” sta dunque l’esperienza umana — quella adulta — che si sostanzia dell’oscurità degli oggetti, nel silenzio — che «è un non esserci» — delle relazioni quotidiane “dentro il tempo”. Anche un autobus o il ripiano di una cucina, un animale o una montagna, un sasso nel fiume e l’acqua che vi scorre sopra, possono allora dare forma alla memoria e al suo sogno di resistenza e bellezza, in un incessante ritorno ai luoghi del passato dove la dimensione del presente è sempre rielaborazione immaginifica del mondo sognato e perduto dei bambini.

*

[dalla sezione: Ragazzo Volpe]

*

Cercavo un luogo sicuro
nella radura dei castagni
il cielo stava a pezzi sulle cime.

Tu lo crederesti — tutto questo sarà scordato
e la capanna in pietra, il tavolo,
la lampadina scarna — le cose
che pure qui si annidano inutili
(un dio indù, il mucchio stantio delle coperte)
staranno lievi nei ricci che si staccano
fanno un tonfo cieco sul terreno.

La stufa di smalto traccia un’ombra del passato.
Dentro la stessa legna di boscaglia antica
la massa nodosa nella fiamma.

Questo mio silenzio è un non esserci, quasi
o un prender parte
ai solchi stretti dei tronchi
l’ovale delle foglie — penne indiane —
quel verde nel pietrame che si accende.
Un segno d’ala, un graffio di rumori.

Odori. Altari. Alfabeti.

Torri (Volotto), 11 ottobre 2009

*

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Gli undici addii #9: “Sostegno”, di Gianluca Wayne Palazzo

foto Newsbeast.gr

foto Newsbeast.gr

Davanti alla facciata del piccolo teatro Amelia fuma, il cellulare all’orecchio e l’aria distratta, battendo ritmicamente il piede a terra.
Poco distante la sua classe fa merenda in attesa di entrare. Sullo sfondo Maria Sportiello tiene per mano Daniela Cinquina, l’alunna down assegnatale per il sostegno, e distribuisce i biglietti di ingresso ai ragazzini della terza C.
«Uno per volta!» dice Maria.
Amelia annuisce al telefono guardando fisso in alto.
«Ah-ha… Ho capito. Sì sì.»
«Mi dispiace per la Smart! Ti sto chiedendo scusa, Cristo!» dice la voce di un ragazzo dal telefono.
«Sì…»
«Scusa, capito? Scusa
Amelia annuisce ancora e scuote la cenere della sigaretta per terra, canticchiando.
«…mai quest’onda mai si fermerà…»
«Cristo di un Dio, ma stai cantando?»
«…gli squali non ci avranno mai…»
«Tu sei fatta male Amelia. Tu sei fatta ma…»
Amelia attacca. Tira dalla sigaretta e socchiude gli occhi.
Maria alza lo sguardo e le fa un cenno con la testa verso l’ingresso.
«Andiamo! Con calma e senza gridare…» dice Maria alla classe.
I ragazzini la superano in massa e si affollano verso l’entrata.
Daniela ride e tiene gli occhi fissi su Maria.
Maria sospira.
Amelia dà un’ultima tirata, poi butta la sigaretta per terra e segue i ragazzini soffiando via il fumo. (altro…)

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #8

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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twin peaks

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[Episodio sette – L’ultima sera]
A drunken man walks in a way that is quite impossible for a sober man to imitate, and vice versa. An evil man has a way, no matter how clever to the trained eye, his way will show itself. Am I being too secretive? No. One can never answer questions at the wrong moment. Life, like music, has a rhythm. This particular song will end with three sharp notes, like deathly drumbeats.

Un uomo ubriaco cammina in un modo quasi impossibile da imitare per uno sobrio, e viceversa. Un uomo cattivo, per quanto intelligente anche di fronte a un occhio esperto, ha un atteggiamento che lo tradirà. Sono troppo elusiva? No. Non è possibile rispondere alle domande al momento sbagliato. La vita, come la musica, ha un ritmo. Questa canzone in particolare finirà con tre note acute, come tamburi della morte (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Siamo alla fine della prima stagione, l’episodio ha un titolo conclusivo, ma in realtà nulla si conclude, il mistero resta aperto, anzi tanti misteri insieme, cresciuti intorno a quello principale, la morte di Laura. La Signora Ceppo però, per una volta, ci dice che non si sfugge alla verità, che tutto alla fine si rivela per quello che è: a drunken man non passerà mai per sobrio, la cattiveria di un uomo lo tradirà sempre (si parla del colpevole?). Proprio quando si dichiara secretive, Margaret risulta invece sorprendentemente assertiva, difende un partito preso di comprensione del mondo. La vita, come la musica, ha un ritmo, e un ritmo è quasi sempre costante, prevedibile. Questa parte di storia in particolare si conclude drammaticamente con three sharp notes, tre colpi acuti, sparati, bussati alla porta di un mistero che prima o poi dovrà aprirsi.
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@ Andrea Accardi
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