proSabato: Maria Pia Quintavalla, Il tram 19

Quintavalla_1

Il tram 19

I luoghi di Milano ho sempre pensato, e goduto con gli occhi, si vedessero in tram.
Il “19” io lo prendo spesso, muri di cinta proteggenti la vista dopo lo scorcio improvviso e calmo della darsena e laghi interni – porta Genova con le sue vie che ricordano scambi.
Lo sfrecciare del tram non è bello per ciò che si vede, ma per quanto e come si riesce a vedere. Tutto a Milano è protetto, interdetto e censito al tempo stesso.
Un orologio che sovrasta anche il non guardarsi delle persone, in solitaria decenza.
Quando capiti ad occhieggiare vetrine di corso Colombo, il guardare si rianima molto, anticipo sulle beatitudini metropolitane che in corso Buenos Aires dimorano.
Per intanto il sublime diffidare di sguardi a sé stanti della gente costeggia, impedendo il vedere e urta, niente complicità, sospinge e incalza. Si tace, si pensa a vivere più tardi nell’erotico correre di appuntamenti che saturano a calmano in qualche modo: nella notte, più al fondo, verso zone che desiderano ancora, ma quasi in sogno.
I sogni sono grigio-gialli, vetrine spuntano da binariate file, a piedi si può scappare, meglio.
Delle chiese e dei monumenti, un tempo sensuali asburgiche bellezze,  non si dice, perché sono qui, a nostra insaputa, visione perenne di sfida che c’è, o per lo meno nella vista inconscia, esistono.
Upim e Trony sono visibili e reali, mai si direbbe abbastanza concrete e sincere da sfondare bene.
Senza pensare ai borghi di Manhattan o parigini è di certo la spazialità ad essere ristretta o il tempo a correre male.
Il flusso regolatore della città riceve un colpo nella principale e cara piazza dove campeggia,  isolato come un panettone, il Duomo, sbocciando poi a gallerie e palazzi improvvisamente infittitisi e paralleli di corso Vittorio e di San Babila, vera oasi, ma promessa e poi interrotta, della modernità.
Alta geometria, da cerchi viennesi, a Via Dante verso un impensato insperato castello, così il ricco intreccio Orefici, Broletto riporta all’oro ed è bello, ma confortato da un altro tempo.
Cosa vedo nella gente che, spintonata, non cade mai sui tram? Anche tanta voglia di compassione, nella mancanza,  in certi vecchi e sogni dal guardare lucido.
Il castello, mobile miraggio che attende, è forse una tenace visione che irrompe da cieli e da altri tempi,  quasi astratta e concreta al tempo stesso,  là nelle vaste sale di isole e nel verde che circonda.
Le signore sono un po’ spietate o neghittose, gli italiani vestono nel tram come negli anni cinquanta, la guerra fredda non è mai finita qui, in Italia.
Eleganza dall’alto,  geometria dei viali e sfavillio del centro storico, ma poi cos’altro? Perché l’intreccio di corpi e voci non attraversa mai questi canali,  ombreggiati e dorati spazi, ma li sfiora, li tocca con timore e va via oltre sé, non lascia traccia?
Suggerisce immaginazioni di altri mondi e sfondi, ma qualche voce che guarda ogni tanto quelli, ideali, non li cambia. Tutto è già dato.
E così, in questo aggraziato brillante del centro o in quello povero della periferia con disonore onorevole soccombono tutti, avendo qui deciso di non levare le tende.
Largo Alpini, via Vincenzo Monti portano “viali con le ali” sicuramente al paradiso, ma poi perché?.(*) Alla periferia lo spazio umano torna ad allungarsi;  si è e si torna ad essere sotto cupola-universo, nella città di tutti e di qualcuno, che conosciamo o che conosceremo, perché troppo ci appartiene oppure perché non ci sarà mai appartenuta, Milano – Italia, oppure Milano – mondo ancora.
Intanto il sole minaccia di aprire gli occhi alla gente, qualcuno dà segni di modulazione, espressioni riservate per le sole pareti private o per le auto la sera, i ragazzi e i bambini. Il resto ordine e silenzio, correre e ripararsi di segrete distese industriali.
Che la gente un giorno voglia piantare tende all’aperto, circhi a fontana, circondare case di magnolie o “qualcos’altro, qualcun altro modo”?(**)

© Maria Pia Quintavalla 

Annotazione dell’autrice: «Racconto richiestomi da Giampiero Comolli per l’inserto “I luoghi di Milano” del quotidiano L’Unità.»

(*) Verso di Giancarlo Majorino (La solitidine e gli altri).
(**) Verso di Maria Quintavalla, da Le Moradas, Empiria 1996.