Marco Aragno: Tropicana, una cosa divertente che non farò mai più

Tropicana, una cosa divertente che non farò mai più

Anche io, come migliaia di altri miei coetanei, sono stato al Tropicana di Mykonos. Per ben due volte: nell’estate del 2007 e in quella del 2009. Anche io non ho potuto resistere alla tentazione di sperimentare in prima persona tutto ciò che si raccontava a proposito di quel luogo che ha colonizzato l’immaginario vacanziero di un’intera generazione. Sesso in spiaggia, fiumi di alcool e un senso di diffusa spensieratezza erano gli ingredienti con cui i fortunati testimoni di quella vacanza condivano le loro narrazioni una volta fatto ritorno in madrepatria. Stremato da un inverno di isolamento universitario, Mykonos era la meta ideale per un impacciato studente come me, avvezzo più alla lettura di libri e quotidiani che non agli happy hour.

Ricordo che per raggiungere la spiaggia del Tropicana Club è necessario percorrere uno snodo di salite e discese, per lo più in curva, attraversando lande di color marrone punteggiate da ciuffi di macchia mediterranea e mulini bianchi a strapiombo sul mare. Il paesaggio è reso ancora più suggestivo da un vento fortissimo, che fischia fra le rocce dando vita ad un’insolita sinfonia naturale. All’orizzonte, fra una salita e l’altra, si spalanca a squarci biancoazzurri il mare Egeo, ingrossato dagli imperterriti soffi del divino Eolo. Tuttavia neanche l’incanto del luogo può farti sbagliare strada. Se vuoi trovare il Tropicana, basta seguire l’orda di motorini lanciati a folle velocità che strombazzano in un clima di euforia collettiva. Un esercito di liceali reduci dall’esame di maturità e matricole universitarie provenienti da ogni angolo d’Europa sbarcano a luglio e agosto in questo piccolo paese dei balocchi, confezionato ad arte per la gioventù desiderosa di trasgressioni a base di sesso e alcool.

A guardarla ora, si capisce quanto siano lontani i tempi in cui Mykonos era una destinazione semisconosciuta per villeggianti amanti dell’avventura e omosessuali in cerca di vacanze appartate. L’isola delle Cicladi oggi è diventata una meta del turismo di massa. I voli di linea per il piccolo aeroporto locale sono numerosi, così come le tratte in nave dall’Italia. Gli hotel sono spuntati come funghi e le agenzie di viaggio traboccano di brochure e depliant dalle offerte vantaggiose. La crisi che ha condotto la Grecia ad un passo dal default non sembra aver toccato quest’oasi del divertimento.

Col mio cinquantino affittato per 20 euro al giorno, giungo a destinazione. L’entrata del locale, sormontata da un cartellone rosso con una scritta blu, è circondata da una marea di scooter accatastati l’uno sull’altro. Un gruppo di connazionali mi dice che furti di caschi e teli da mare sono all’ordine del giorno. Per questo provvedo subito a nascondere il casco sotto la sella e a infilare l’asciugamano nello zaino.

Dopo aver varcato la soglia di ingresso, affondo i piedi nella sabbia. I bassi sparati ad alto volume dai woofer sono tanto forti da far sobbalzare i granelli sopra le caviglie. Mi volto lento come un plantigrado alla mia destra e, fra gli ultimi bagliori del crepuscolo, vengo travolto da una visione epifanica: glutei abbronzati, testosteronici corpi sudati e bottiglie di vino sollevate al ritmo di musica house. Dopo alcuni secondi di stordimento, mi rendo conto di essere entrato in una zona franca, dove i ruoli sociali e le regole della convivenza civile che secoli di società borghese hanno costruito sono magicamente azzerati.

Al centro della pista, sotto teli ocra che ondeggiano al vento, la leggenda di cui ho sentito soltanto parlare in rete si incarna nel corpo glabro e snello del guru del divertimento ellenico targato made in italy. Direttamente dalla sonnacchiosa Basilicata, Sasà Mikonos ha fatto la sua fortuna come speaker per discoteche italiane ed estere: un’autorità della movida estiva. L’iconografia tradizionale diffusa su internet lo raffigura mentre balla sopra un tavolo, con uno slip sottile dalla strana forma di una proboscide e la testa rasata simile a quella di un monaco zen. La rappresentazione internettiana corrisponde alla scena che si staglia davanti ai miei occhi. Stuoli di ragazze in costume danzano vorticosamente ai piedi del Priapo come delle menadi che aspettano di sfiorare il suo fallo leggendario. Il mito diffuso sulle dimensioni del suo pene si autoalimenta ogni qual volta lo si vede in giro in compagnia di ragazze diverse: alcune si limitano ad avvicinarlo per strappargli una foto da mostrare su facebook; altre chiedono il suo numero di telefono confidando nella possibilità di un appuntamento in cui saggiare le sue doti sessuali. Ma il ruolo di Sasà Mikonos non è solo scenografico nell’isola del divertimento. Mentre balla, il profeta del berlusconismo vacanziero in terra greca impartisce da un microfono veri e propri dettami di piacere con cui educa orde di villeggianti alla libertà dei costumi. Il suo repertorio di massime spazia dalle preferenze personali in tema di donne ai suggerimenti più intimi sul kamasutra. “Amo le donne dal clitoride sporgente”, oppure – nei momenti di maggiore ispirazione – “il mio angolo di cielo è un triangolo di pelo”.Ad ogni frase, tutti saltano sillabando il suo nome. Il mantra sottinteso è sempre lo stesso: divertimento senza freni.

Ebbene, non c’è divertimento senza alcool al Tropicana. Per questo punto dritto verso uno dei due punti di rifornimento alcolico messi a disposizione dagli oscuri organizzatori del mio svago pomeridiano. Si tratta di un minimarket allestito all’interno del locale (l’altro punto è il bar, che però è specializzato solo nella preparazione di cocktail). Dopo essermi destreggiato fra schiene bagnate e magliette zuppe di sudore, entro all’interno del market e passo in rassegna gli scaffali. C’è di tutto: dalla birra ai distillati, dallo spumante ai vini. La scelta della bevanda dipende dal cielo del paradiso a cui ciascun avventore del locale vuole ascendere. Ad ogni gradazione alcolica corrisponde un grado di beatitudine. Il prodotto più venduto però non ha un titolo alcolmetrico particolarmente elevato: si tratta di una semplice bottiglia di vino bianco da un litro e mezzo alla modica cifra di dieci euro. Intorno vedo tanti ragazzi scolarsela nel giro di pochi minuti. “Prendila e ti salirà subito la capata”, mi assicura un ragazzo napoletano in bermuda mentre stringe la bottiglia fra le mani. La ‘capata’ di cui parla è quella sensazione di improvviso intontimento che ti ‘sale’ magicamente dallo stomaco alla testa quando assumi l’alcool con una certa rapidità. Il vino ‘Tropicana’, a quanto pare, è dotato di qualche particolare proprietà alcolica capace di procurarti questa forma di sballo (sarà forse per via della composizione chimica dell’uva di queste parti; oppure sarà merito del processo di decantazione. Sta di fatto che il risultato adrenalinico è assicurato).

Con la mia bottiglia stretta fra le dita, esco dal market e scruto attentamente il formicaio di villeggianti che balla in preda ad una convulsione collettiva. I gruppi più folti di danzatori si accalcano sopra due tavoli posizionati al centro della pista. Tutti gli altri ballano senza fissa dimora, muovendosi in circolo lungo l’intero perimetro del locale (che ha, per estremi, una piscina da un lato e la spiaggia libera dall’altro). Il ricambio di danzatori fra i tavoli e il resto della pista è continuo. Di solito i gruppi stanziali sono formati da comitive di ragazze, che per una strana forma di solidarietà femminile tendono a restare più compatte, mentre i maschi preferiscono girovagare da soli per perlustrare la pista in cerca di facili prede. Ma al Tropicana non è raro vedere ragazze più intraprendenti che girano senza scorta per esporsi volontariamente ai tentativi di adescamento dei maschi, oppure per agire di propria iniziativa selezionando i partner che sono di loro gradimento prima che siano questi a farsi avanti.

Anche se la miopia annebbia le mie capacità di avvistamento, cerco subito di individuare tutti i possibili obiettivi di genere femminile che possono essere alla mia portata. In particolare, facendo ricorso alla mia esperienza maturata nei locali notturni, osservo i movimenti del ballo per sondare il grado di disinibizione delle mie prede. Poi osservo il loro livello di avvenenza per valutare le mie possibilità di successo (non mi considero né bello né particolarmente brutto, al punto che, disinibito dall’alcool e mascherato dall’abbronzatura, posso aspirare ad una partner di bellezza media; ad ogni modo non posso escludere nella fase di adescamento l’entrata in gioco di altri fattori, come la simpatia e la sfrontatezza, tali da permettermi di conquistare prede più avvenenti).

Al termine di una prima ricognizione, vengo attirato dalla presenza di alcune ragazze che ballano sul bancone del bar. Ma non faccio in tempo a poggiare l’infradito destro sul bordo del bancone che un energumeno con una maglietta con su scritto ‘Staff’ mi spinge all’indietro: mi ringhia che possono salire solo esseri umani di genere femminile. Dalla prescrizione imposta ai maschi, mi pare di capire che i gestori del locale vogliono che in rete e in tv circolino soprattutto foto e video di ragazze. Una scelta di marketing per salvaguardare l’immagine del Tropicana fuori dai confini nazionali.

Tuttavia, nonostante il breve scontro con l’autorità costituita, non mi demoralizzo: in pista ci sono gli altri due tavoli dove si ammucchiano ragazzi e ragazze. Una selva di braccia e gambe dove il mio desiderio di contatto fisico non è limitato da alcuna norma o divieto. Così, preso dalla ‘capata’, salgo sul tavolo sfruttando un varco aperto. Mi rendo subito conto che i millimetri quadrati a disposizione per ballare sono troppo pochi. Quindi mi addentro in profondità e mi incuneo come una sottiletta fra addominali a tartaruga e gambe maschili ricoperte di peli fino a guadagnare l’altra sponda del tavolo. Sul bordo, di fronte a me, in un ritaglio di spazio miracolosamente sgombro, mi ritrovo il sedere di una ragazza bruna che ondeggia oscenamente. Dopo un attimo di esitazione, mi avvicino sempre più. Poi comincio a strusciare il mio costume sui suoi glutei. Dal fatto che non si allontani e non scosti il suo sedere in segno di fastidio deduco che ci sta. Lo sfregamento che ho intrapreso diventa più continuo e ritmato. Il ballo si trasforma lentamente nella simulazione di un rapporto anale e la ragazza comincia ad emettere un gridolino di piacere inarcando la schiena. Dall’intonazione degli ‘aah!’ sembra italiana, anche se non ci metterei la mano sul fuoco (in fondo è un’ esclamazione universale proferita durante i rapporti sessuali consumati in tutte le lingue mondo e le variazioni di inflessione di paese in paese saranno così minime da risultare impercettibili anche ad un orecchio esperto). In controluce, mentre insisto nella danza erotica fino a raggiungere la vertigine di un orgasmo virtuale, una leggera lanugine che noto sulle sue spalle abbronzate accentua la sensazione di ritrovarmi in un luogo di promiscuità animale. Mi sento come uno di quei primati che si accoppiano nei documentari per rassicurare i telespettatori sul fatto che fare sesso è una cosa diffusa anche al di fuori del genere umano.

E, proprio come accade nei documentari, il successo del mio accoppiamento viene minacciato dalla presenza di altri maschi. Una vaga sensazione di accerchiamento comincia ad impadronirsi di me. Alle mie spalle un ragazzo balla con finta disinvoltura lanciando di tanto in tanto uno sguardo verso di me e verso le altre coppie che si sono formate intorno. Sta impalato lì, animato da una strana impazienza, come se aspettasse il momento giusto per sostituire qualcuno di noi. A quel punto, per respingere l’avanzata di altri pretendenti e ufficializzare la sua scelta, la brunetta che è in mia compagnia si gira di colpo. E trascorsi pochi secondi di straordinario silenzio a suggello del rituale di accoppiamento, spalanca le labbra e tende la sua lingua verso di me. Non mi resta che chiudere gli occhi e perdermi in un naufragio di saliva. In quell’istante mi sembra di stare da solo: la mia lingua avvitata alla sua e la musica in sottofondo. In realtà sto sopra un tavolo di tre metri quadrati carico come un carro bestiame a baciare una ragazza sconosciuta, forse straniera e per giunta ubriaca, con la bocca impastata di vino greco scadente acquistato a dieci euro sullo scaffale di un minimarket. A quanto pare, però, una situazione del genere al Tropicana rappresenta la normalità. In un solo pomeriggio, fra le nebbie del vino, ti può capitare di infoltire il tuo carnet con baci di ragazze diverse. A volte durano un attimo, prima che la tua partner venga inghiottita dalla folla o tirata per le mani da qualche altro primate agguerrito.

Dopo un bacio, se sei abbastanza tenace quanto fortunato, puoi ottenere un rapporto sessuale completo. Nei bagni non è raro imbattersi in coppie in fase di copula. Tuttavia il luogo riservato agli accoppiamenti è di fronte al locale, dove sui lettini posizionati a ridosso della spiaggia si consumano decine di amplessi. Una situazione tutto sommato ordinaria, se non fosse che la penombra serale in cui sei immerso con la tua partner può essere bruscamente illuminata da torce elettriche e videofonini. Alcuni voyeur si aggirano fra le coppie in intimità per riprendere dal vivo le scene hard. Ciò che un tempo era un romantico rapporto sessuale sul bagnasciuga, diventa così una sorta di reality per spettatori guardoni. Il Tropicana, ai tempi del Grande Fratello, è anche questo. Ma la cosa che più mi stupisce è sapere che alcuni ragazzi hanno perso la verginità in questo modo. “La prima volta è stato qui al Tropicana”, mi confessa una diciottenne di Brescia con cui mi intrattengo a parlare al bar. “E’ stato l’anno scorso. L’ho fatto sul tavolo centrale davanti a tutti”. Angela – la chiameremo così perché ha la pelle candida, gli occhi chiari e una vaga aura da dama del Trecento  – non è l’unica ad essere venuta qui per il secondo anno di seguito. Al Tropicana capita di incontrare ragazzi che sono tornati per la terza o quarta volta. In Europa, dopo Ibiza, non c’è un posto migliore di questo per lo sballo vacanziero. “Ma a Ibiza ci si va anche per drogarsi – sottolinea un altro ragazzo con cui scambio un paio di battute -. Invece a Mykonos si viene principalmente per le femmine”. Che, a suo dire, sono abbondanti e sessualmente disponibili come in pochi altri centri di villeggiatura del Vecchio Continente.

Quando finisce l’aperitivo, poco prima di mezzanotte, la folla comincia a disperdersi in tanti rivoli che raggiungono lentamente l’uscita. Una volta che l’alcool in circolo esaurisce i suoi effetti e riprendo un po’ di lucidità, ho la sensazione che la mia serata sia stata una lunga e divertente amnesia condivisa con altri coetanei. I ricordi sono pochi e confusi. La memoria rimossa. L’alcool che ho avuto in corpo mi impedisce di formare delle immagini connesse. Uscito dalla dimensione dell’oblio autoindotto, la prima visione che mi si para davanti sono le bottiglie di vino e di birra impilate nei cestini o sparse alla rinfusa sulla sabbia. Sono decine e decine. Come le vittime dello sballo. Alcuni ragazzi restano riversi a terra e privi di coscienza; altri svuotano le proprie vesciche sul bagnasciuga; altri ancora stanno piegati ad osservare la pozza del loro vomito in preda ad una crisi di identità.

I restanti – vale a dire quelli miracolosamente sopravvissuti alla libagione – saltano in sella agli scooter e schizzano via dileguandosi oltre la salita. Per loro la giornata non termina qui. Dopo una cena frugale ed una doccia, saranno abbastanza ricaricati di energie per calcare le piste da ballo di un altro locale. Semmai del bellissimo Cavo Paradiso, una terrazza ventosa a strapiombo sul mare dove suonano i deejay più famosi del mondo. In quell’occasione, altro alcool circolerà nei corpi di ventenni vogliosi di esperienze, altri amplessi verranno consumati sulla sabbia. Sarà un’altra notte lunghissima, a Mykonos. E buia. Una di quelle notti che non finisce più.

 Marco Aragno

6 comments

  1. Perché non si dovrebbe ripetere una cosa che è risultata divertente? mi chiedo se non intervenga già nel titolo la stessa autocensura moralistica che ho rilevato in alcuni passaggi del racconto. Ho scritto altrove che un narratore dovrebbe operare una scelta, soprattutto se si è in presenza di un io narrante. La mia modesta opinione di lettore è che se l’io narrante partecipa attivamente a ciò che la “massa” mette in scena, dovrebbe evitare i giudizi e le condanne morali che si nascondono dietro alcuni aggettivi ed avverbi adoperati. (C’è una “visione del mondo” dietro alcune espressioni, che viene fuori anche se non vogliamo). Oppure si possono descrivere situazioni come quelle in oggetto da un punto di vista etologico, senza interferire con la fauna che si osserva: in questo caso si potrebbero prendere le “distanze morali” – volendo, ma anche no – senza apparire “ipocriti”, letterariamente parlando, senza offesa personale alcuna. Invece sembra che in questo racconto tu (l’io narrante) abbia rivestito entrambi i ruoli, ti sei “sporcato le mani”, ma in fondo in fondo non ti ritieni uguale agli altri giovani descritti. Sei un serio studente universitario che ha fatto una specie di “esperienza esotica”, divertente, ma da accantonare in fretta, non sono cose serie, non sta bene. Questo mi appare – ma posso anche sbagliare, ovviamente. Per quanto riguarda la prosa credo vada asciugata un po’, questione di gusti probabilmente. Ti ho ascoltato a Giugliano recentemente, non sei male come poeta. Sei giovane, e sono sicuro che sarai sempre più bravo. Te lo auguro. Ciao

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  2. Ciao Marco, volevo chiederti due cose:
    1) ti sei divertito sul serio o hai mantenuto la “neutralità” da osservatore esterno
    2) quanto tempo fa ci sei stato?

    Un appunto, secondo me rendi meglio su pezzi più brevi (almeno per ora)

    grazie

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  3. Caro Gino, il titolo è un semplice omaggio a D. F. Wallace (ma non per questo il lettore deve sentirsi obbligato a cogliere particolari riferimenti all’opera dello scrittore americano).
    Per quanto riguarda le tue osservazioni, non credo che l’io narrante debba essere per forza estraneo e moralmente neutrale rispetto alle situazioni che vive. Quello è il ruolo del cronista o del sociologo, non dello scrittore. Il fatto di vivere un’esperienza di ”massa” mi preclude la possibilità di giudicarla? E se non l’avessi vissuta, come avrei fatto a parlarne? Mi rendo conto che sotto traccia il mio racconto/reportage può sembrare ipocrita. Credo che, rispondendo anche a Gianni, questa contraddittorietà di fondo fra il giudizio che esprimo e quello che faccio rifletta bene il rapporto che nutro nei confronti degli stili di vita e delle abitudini della maggior parte dei miei coetanei. Da un lato, vivo con ”loro”, mi diverto insieme a ”loro” e sono uno di ”loro” (perdona l’abuso di virgolettati). Dall’altro lato non posso fare a meno di assumere uno sguardo più critico sforzandomi di interpretare il quadro socio-culturale in cui si inscrive il loro (nostro) modo di pensare e di agire. E’ come se disponessi di due telecamere: una nascosta all’interno e una posizionata all’esterno. Le inquadrature non sempre sono nitide e la messa a fuoco può ancora stentare. Ma ci provo. Chiama questa doppia visione ipocrisia, oppure schizofrenia. Sta di fatto che, almeno per me, è lì che cova il germe della scrittura.
    Gianni, l’esperienza a mykonos risale a 5 e a 3 anni fa (l’ho scritto nell’incipit). All’epoca vivevo tutto in maniera più disincantata. Quest’estate, dopo alcuni anni, ho avvertito – non so perché – l’esigenza di scriverne, cercando di trarne un senso che andasse al di là del semplice resoconto di una vacanza.
    Concludendo, mi rendo conto che forse non sono riuscito perfettamente nel mio intento. E’ la prima volta che mi cimento in un pezzo di narrativa così lungo. Il rischio della prolissità (che mi porto dietro dal liceo) è sempre dietro l’angolo. Così come il rischio di perdere il filo del discorso, o meglio dei discorsi, che si incrociano lungo la narrazione.
    In questi giorni sto provando a snellire il pezzo inserendo brevi dialoghi e spezzando il ritmo. Se vi fa piacere, ve lo mando appena finisco.

    Vi ringrazio per i commenti e per la lettura.

    p.s. Gino mi fa piacere sentirti parlare bene della mia poesia. Anche tu di Giugliano?

    Marco

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  4. Ciao , Marco. Non mi ringraziare, non è difficile intravedere il talento nei versi che scrivi. Giusto per puntualizzare meglio il mio pensiero sul brano, volevo dire che quello che rilevavo era una ambiguità di fondo dello sguardo dello scrittore che, a mio avviso, è un nodo non sciolto del brano. Tu in pratica mi dici che non v’è necessità di sciogliere quel nodo, e che questa ambiguità può essere conservata. Va bene, è un altro punto di vista Inoltre sembri confermare le mie impressioni sul tuo giudizio sugli avvenimenti descritti. L’omaggio a F. Wallace non inficia le mie considerazioni, giuste o sbagliate che siano, dal momento che hai scelto di citarlo hai fatto tue quelle parole, vi hai aderito, diventano il tuo proprio pensiero. Mi preme chiarire soprattutto che il mio discorso era ed è puramente letterario, non ha nulla a che vedere con la tua esperienza reale dei fatti raccontati. Cioè non mi interessa sapere se Marco si è realmente divertito, è la sua vita privata, ma mi interessa leggere “come” lo scrittore Aragno ha esposto gli avvenimenti e il suo punto di vista, se lo ha fatto con chiarezza. Potrebbe anche essere un racconto di pura invenzione, non cambierebbe i termini della nostra discussione. Vorrei esporre ancora meglio la mia opinione di lettore. Se uno scrittore persegue ambiguità e contraddizione, cosa del tutto legittima, allora questa scelta dovrebbe essere marcata, netta, precisa, La contraddizione dovrebbe diventare il carattere distintivo del testo, magari esposta con drammaticità o, al contrario, con marcata ironia. Nel tuo testo è ancora nebulosa, impalpabile: l’ambiguità è doppia quindi. “C’è o non c’è?”. Il lettore è spiazzato. Cosa pensa veramente colui che racconta? (non cosa pensa mentre vive i fatti). Secondo me l’ironia è un buon modo letterario di prendere le distanze anche da ciò che si vive in prima persona, anche da se stessi. Ecco, in questo brano manca la presa di distanza da se stessi. A mio modestissimo avviso hai tutti gli strumenti per migliorare in prosa ed occupare una stabile posizione nel panorama della poesia italiana. Io ne sono convinto.
    Sono napoletano (Bagnolese purosangue, con ferro, carbone e salsedine nei polmoni). A presto e ancora auguri..

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