Gli anni meravigliosi #21: Hilde Domin

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume Il partito è il nostro sole. La scuola socialista nella letteratura delle DDR, fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Domin_gesammelte_autobiographische_Schriften

La ventunesima tappa è dedicata, oggi, nel decennale della morte, a Hilde Domin. Il brano scelto è del 1972; si tratta di un’intervista immaginaria al poeta Heinrich Heine, vissuto tra il 1797 e il 1856, noto al pubblico italiano sin dalle traduzioni carducciane delle sue poesie. Non solo i dati biografici comuni – entrambi ebrei tedeschi, entrambi in esilio per molti anni – ma anche e soprattutto la prossimità del sentire rendono questa intervista una chiara presa di posizione su temi ricorrenti negli scritti di Domin e tutt’ora di grande attualità. Come ricorda Domin nella breve introduzione, tutte le risposte di Heine sono tratte dai suoi scritti, in gran parte, ma non in esclusiva, dalle tarde opere in prosa. Si riconoscono infatti, accanto a brani dalle Confessioni, anche estratti da testi degli anni Trenta del 19° secolo, quali la Einleitung zu »Kahldorf über den Adel«(Introduzione a «Kahldorf sulla nobiltà»), datata 8 marzo 1831, e perfino da Die Romantik (Il romanticismo), scritto giovanile del 1820. Di grande rilievo è il riferimento che Hilde Domin fa, tra il serissimo e il divertito, ai bruschi cambiamenti  nella storia della ricezione, sia di singoli autori (qui appare la ‘triade delle H’: Hölderlin, Heine, Hesse, negli anni Settanta visti in Germania rispettivamente come un potenziale terrorista pre-Baader, un marxista pre-Benjamin, un precursore dei figli dei fiori; Domin ricorda tuttavia, citando versi da Der Schaum di Enzensberger, atto di accusa che l’autore declamò dinanzi al Gruppo ’47 nel 1959, che la poesia di Hölderlin era stata tanto idolatrata quanto fraintesa nel dodicennio nazista), sia della poesia tout court. Vengono ripresi e rielaborati anche qui temi ricorrenti nella scrittura di Domin: la metafora dell’esilio e dell’emigrazione (esterna e, con l’accenno a Loerke, anche interna) come condizione esistenziale, la patria costituita dalla lingua materna e le patrie acquisite con il plurilinguismo. Il brano va letto dunque nella cornice più ampia di quella appassionata dichiarazione di poetica e professione di fede nella poesia che è l’opera tutta di Hilde Domin. La poesia non si piega allo ‘scopo’ del momento. Questo torna ad affermare Hilde Domin nell’intervista che giunge a noi dagli “anni meravigliosi”, anni nei quali più d’uno (“una minoranza, ma molto attiva”, per dirla con le sue parole) aveva dichiarato guerra alla poesia. La scritta provocatoria, con il rosso della vernice spray ad aggiungere violenza alle parole, apparsa sul muro dell’università a Heidelberg, che Hilde Domin riferisce al suo interlocutore Heinrich Heine a conclusione dell’intervista, la dice lunga sul clima degli “anni meravigliosi” nella Germania occidentale (e non solo lì) . (Anna Maria Curci)

Hilde Domin intervista Heinrich Heine a Heidelberg, nel 1972

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Domin: Signor Heine, vorrei rivolgerle domande su alcuni problemi attuali:

«Tutta la Storia non è altro, al momento, che una vicenda di cacciatori e prede. Questa è l’epoca della caccia grossa alle idee liberali … E non mancano cani eruditi che trascinano la parola sanguinante. Berlino dà da mangiare alla muta migliore, e già sento il latrare del branco», così lei scriveva nel 1931.

Heine: L‘8 marzo 1831.

Domin: Mi perdoni. È così facile sbagliarsi di secolo.

Heine: L’aria di casa mi si era fatta ogni giorno più malsana e ho dovuto pensare seriamente a cambiare clima. – Vivo in Francia dal maggio 1831.

Domin: Ho lasciato la Germania nel 1932. L’aria era ormai quasi del tutto irrespirabile, sebbene non tutti se ne fossero accorti subito. Come trova che stiano messe le cose da noi oggi, per esempio per la poesia?

Heine: Se si picchia sulla giacca, si colpisce anche l’uomo che indossa quella giacca, e se si ironizza sulla forma poetica della parola tedesca, scappa fuori qualcosa con la quale si ferisce la parola tedesca stessa.

Domin: La parola tedesca. Questo lei lo sottolinea così tanto. Eppure proprio lei è riuscito come emigrante a pubblicare all’estero anche in francese, e con successo.

Heine: Questa parola è davvero il nostro bene più sacro… una patria perfino per colui al quale stoltezza e perfidia precludono una patria.

Domin: Lei è il primo a formulare il concetto in questo modo, soltanto cento anni prima di questa generazione, definitivamente l’ultima, di poeti ebraico-tedeschi. Noi infatti, i sopravvissuti a questa persecuzione, siamo gli ultimi nella storia tedesca.

[…]

Domin: Anche a lei fu proibito di scrivere, come a Loerke, come a tanti. Fin dal ‘35 fu vietata la pubblicazione dei suoi scritti religiosi e politici.

Heine: Voi conoscete il decreto della dieta federale del dicembre 1835, con il quale tutti i miei scritti furono puniti con l’interdizione… Sapevo che gli spacconi più sfacciati erano riusciti… a far credere che io fossi a capo di una scuola che aveva cospirato per il crollo di tutte le istituzioni borghesi e morali.

Domin: Anche per me i delatori sono la cosa peggiore.

Heine: Chi ha trascorso i suoi giorni in esilio… chi ha percorso in su e in giù le ostiche scale della terra straniera, capirà …

Domin: Al giorno d’oggi tutte e due le Germanie la reclamano per sé. I suoi scritti vengono stampati in molte edizioni. E su di lei le opinioni sono divergenti, proprio come ai suoi tempi.

Heine: Che mi si lodi o mi si biasimi, ma sempre con passione e senza fine. C’è dove mi si odia, dove mi si idolatra, dove mi si offende …

Domin: In quest’epoca lei fa parte dei pochi poeti che da noi sono “in”, per motivi, diciamo così, ‘sovraletterari’. Lei, Hölderlin e Hesse, ciascuno in una veste diversa. Hölderlin, che fino a poco tempo fa era un idolo per i nazisti («che farcene di chi dice hölderlin e intende himmler?», le sto citando Enzensberger), presentato ora come Andreas Baader, come potenziale attentatore, Hesse – così isolato e infelice, come era negli ultimi tempi!– riabilitato come hippy, lei stesso inserito nel canone delle letture e catalogato come marxista, un pre-Benjamin.

Heine: Ho visto covare gli uccelli che in seguito avrebbero intonato nuovi canti. Ho visto come Hegel, con la sua faccia quasi comicamente atteggiata a serietà, sedeva come gallina sulle uova fatali e ho sentito il suo chiocciare.

[…]

Domin: La Germania, Heine? Su questo punto lei è dibattuto esattamente come sulla questione della rivoluzione.

Heine: La Germania, siamo noi stessi.

Domin: Con che passione lo dice! La conosco, questa passione.

Heine: Si può amare la patria e arrivare a ottant’anni senza averlo saputo prima. È necessario, tuttavia, essere rimasti a casa per tutto il tempo. Solo d’inverno si riconosce l’essenza della primavera… Così, l’amor patrio tedesco inizia solo alla frontiera tedesca.

[…]

Domin: Forse lei desidera sfruttare l’occasione per visitare ancora un po‘ Heidelberg.

Heine: Da … anni non sento un usignolo tedesco.

Domin: L’usignolo? È acqua passata. L’ha ucciso l’industria. Anche il vento d’occidente di Suleika non è più quello di una volta. «Fiori, prati, bosco e colli. // stanno presso il tuo soffio»– no, non «in lacrime», nello smog. Sa, i gas di scarico di Ludwigshafen e Mannheim. Ma la botte è rimasta proprio così come lei la conosce ed è a pochi passi da qui. Anche per l’università ci vogliono solo cinque minuti. Lì, nel cortile interno, presso la torre delle streghe, può leggere, scritto con la vernice spray rossa: «Fracassate il grugno alla pace». Naturalmente è una minoranza, ma come ho già detto, molto attiva.

Heine: Tremava il mio piede d‘impazienza
          di calpestare il suolo tedesco .

Domin: Heine, la ringraziamo per questa conversazione.

Hilde Domin
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Hilde Domin interviewt Heinrich Heine 1972 in Heidelberg

 

Domin: Herr Heine, ich möchte Sie zu einigen aktuellen Problemen befragen:

»Die ganze Zeitgeschichte ist jetzt nur eine Jagdgeschichte. Es ist jetzt die Zeit der hohen Jagd gegen die liberalen Ideen … Und es fehlt nicht an gelehrten Hunden, die das blutende Wort heranschleppen. Berlin füttert die beste Koppel, und ich höre schon, wie die Meute losbellt«, so schrieben Sie 1931.

Heine: Am 8. März 1831.

Domin: Verzeihen Sie. Man vertut sich so leicht in den Jahrhunderten.

Heine: Die heimatliche Luft ward mir täglich ungesünder, und ich mußte ernstlich an eine Veränderung des Klimas denken. – Seit dem Mai 1831 lebe ich in Frankreich.

Domin: Ich verließ Deutschland 1932. Die Luft war kaum mehr zu atmen, obwohl nicht alle es gleich merkten. Wie finden Sie sie denn heute bei uns, z.B. für die Dichtung?

Heine: Wenn man auf den Rock schlägt, trifft der Hieb auch den Mann, der im Rocke steckt, und wenn man über die poetische Form des deutschen Wortes spöttelt, so läuft auch manches mit unter, wodurch das deutsche Wort selbst verletzt wird.

Domin: Das deutsche Wort, Sie betonen das so sehr. Gerade Sie haben es doch fertiggebracht, als Emigrant draußen auch französisch zu veröffentlichen. Und mit Erfolg.

Heine: Dieses Wort ist ja eben unser heiligstes Gut …, ein Vaterland selbst demjenigen, dem Torheit und Arglist ein Vaterland verweigern.

Domin: Sie sind der erste, der es so formulierte. Nur hundert Jahre vor dieser endgültig letzten Generation deutsch-jüdischer Dichter. Denn wir, die Überlebenden dieser Verfolgung, sind die Letzten in der deutschen Geschichte.

[…]

Domin: Sie hatten ja auch Schreibverbot, wie Loerke, wie so viele. Ihre politischen und religiösen Schriften durften nicht mehr verbreitet werden, seit dem Jahr 35.

Heine: Ihr kennt den Bundestagsbeschluß vom Dezember 1835, wodurch meine ganze Schriftstellerei mit dem Interdikt belegt war … Ich wußte, das es der schnödesten Angeberei gelungen war …, glauben zu machen, ich sei das Haupt einer Schule, welche sich zum Sturze aller bürgerlichen und moralischen Institutionen verschworen habe.

Domin: Auch für mich sind Denunzianten das Ärgste.

Heine: Wer je seine Tage im Exil verbracht hat… wer die harten Treppen der Fremde jemals auf und ab gestiegen, der wird begreifen …

Domin: Beide Deutschland reklamieren Sie heute. Sie werden in vielen Ausgaben gedruckt. Und es scheiden sich die Geister an Ihnen, wie zu Ihren Lebzeiten.

Heine: Man lobt mich oder man tadelt mich, aber stets mit Leidenschaft und ohne Ende. Da haßt, da vergöttert, da beleidigt man mich …

Domin: In dieser Zeit gehören Sie zu den wenigen Dichtern, die bei uns »in« sind, aus überliterarischen Gründen sozusagen. Sie und Hölderlin und Hesse, jeder in anderer Verkleidung. Hölderlin, eben noch Naziidol (»wohin mit dem, was da sagt hölderlin und meint himmler?«, ich zitiere Ihnen Enzensberger), präsentiert als Andreas Baader, als potentieller Attentäter, Hesse – so isoliert und unglücklich, wie er zuletzt war! – rehabilitiert als Hippie, Sie selber kanonisiert als Marxist, ein Vor-Benjamin.

Heine: Ich sah die Vögel ausbrüten, welche später die neuen Sangesweisen anstimmten. Ich sah, wie Hegel mit seinem fast komisch ernsthaften Gesichte als Bruthenne auf den fatalen Eiern saß, und ich hörte sein Gackern.

[…]

Domin: Deutschland, Heine? Da sind Sie doch genauso zerrissen wie in der Frage der Revolution.

Heine: Deutschland, das sind wir selber.

Domin: Die Leidenschaft, mit der Sie das sagen. Ich kenne das.

Heine: Man kann sein Vaterland lieben, und achtzig Jahre dabei werden und es nicht gewußt haben. Aber man muß dann auch zu Hause geblieben sein. Das Wesen des Frühlings erkennt man erst im Winter… So beginnt die deutsche Vaterlandsliebe erst an der deutschen Grenze.

[…]

Domin: Vielleicht möchten Sie bei dieser Gelegenheit Heidelberg noch ein wenig besichtigen.

Heine: Seit … Jahren habe ich keine deutsche Nachtigall gehört.

Domin: Die Nachtigall? Das ist vorbei. Die Industrie hat sie ermordet. Suleikas Westwind ist auch nicht mehr, was er war. »Blumen, Auen, Wald und Hügel. // stehn bei deinem Hauch – nein, nicht »in Tränen«, im Smog. Die Abgase von Ludwigshafen und Mannheim, Sie wissen. Aber das Faß ist ganz, wie Sie es kennen, und nur wenige Schritt von hier. Auch zur Universität sind es nur fünf Minuten. Dort können Sie im Innenhof beim Hexenturm lesen, mit rotem Farbspray angespritzt: »Zerschlagt dem Frieden die Schnauze«. Es ist natürlich nur eine Minderheit, ich sagte das schon, aber sehr aktiv.

Heine: Es bebte mein Fuß vor Ungeduld

           Daß er deutschen Boden stampfe.

Domin: Heine, wir danken Ihnen für dieses Gespräch.

Hilde Domin, in: H.D., Gesammelte autobiografische Schriften, Fischer 2009 [1998], 233-242

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